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BERLUSCONI RILANCIA IL CDU ITALIANO

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Silvio Berlusconi con un’intervista a Tommaso Labate del Corriere insiste sul progetto del partito unico di centro destra. Che vorrebbe chiamare CDU, la stessa sigla della storica democrazia cristiana tedesca:

«Presidente Berlusconi, il partito unico del centrodestra, secondo lei, diverrà realtà prima della fine dell’anno? «Per la verità nessuno ha mai parlato della fine dell’anno. Come orizzonte temporale realistico ho indicato le elezioni del 2023. Nel frattempo, ovviamente, Forza Italia va avanti – fin dalle prossime amministrative – con il suo simbolo, con le sue bandiere, con le sue liste. I nostri ministri e i nostri parlamentari continuano l’ottimo lavoro che stanno svolgendo. È grazie all’apporto di idee di Forza Italia che il governo sta ottenendo i suoi migliori risultati. Il partito unico non è una “fusione fredda” imposta dall’alto, che si possa realizzare in poche settimane. Anzi, dobbiamo fare il contrario: un grande lavoro che coinvolga i militanti, gli eletti e soprattutto l’opinione pubblica di centrodestra, le categorie, donne e uomini della società civile vicini alle idee, ai valori e ai legittimi interessi che noi rappresentiamo. Solo così, da un grande lavoro sulle idee, sui programmi e sulle regole, può nascere per gradi un’aggregazione nella quale le diverse soggettività siano esaltate, non annullate. Negli Stati Uniti il Partito Repubblicano e quello Democratico ospitano al loro interno sensibilità diverse. Donald Trump ha una cultura e un linguaggio molto diversi dal mio amico George Bush, il presidente Biden esprime una linea molto differente da Bernie Sanders o da Alexandria Ocasio-Cortez». Le voci che danno lei come possibile presidente e Salvini come segretario indicano una strada percorribile? «Questo è davvero l’ultimo dei problemi. Significa partire dalla fine del processo e non dall’inizio. Tenga comunque conto che la mia proposta è rivolta sia a Matteo Salvini che a Giorgia Meloni e alle altre forze di centrodestra». Il Centrodestra italiano è un buon nome? «Ha il pregio della chiarezza, e il richiamo all’Italia, il Paese che amiamo, mi pare utile. Non mi dispiace neppure Centrodestra Unito, la cui sigla, Cdu, avrebbe il pregio di richiamare quello che per noi è un modello di riferimento, i nostri partner tedeschi nel Partito popolare europeo. Il centro-destra ha bisogno di un forte aggancio ai principi liberali, cristiani, europeisti, garantisti che noi di Forza Italia rappresentiamo. Sono i valori del Ppe, ai quali non rinunceremo mai. Del resto, i partiti espressione del Ppe stanno tornando a vincere in tutt’ Europa, proprio ieri in Francia alle regionali, poche settimane fa a Madrid e in Germania, presto accadrà anche in Italia».

Paolo Mieli intervistato da Stefano Zurlo sul Giornale promuove l’idea del partito unico, anche se ha un’idea curiosa della leadership.

«La mossa ci può stare. «Il partito unico può andare bene, ma bisogna sapere che il centrodestra ha una malattia che lo perseguita da sempre» Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della sera, saggista e storico, sorride ironico: «I leader della destra si sono fatti tutti tentare dalle sirene della sinistra post-comunista». Da destra a sinistra e mai il contrario: come è questa storia? «Si solletica l’ambizione, ti sdoganano e ti incensano, ti offrono scranni e velluti. Non c’è partito unico che tenga». Risultato? «C’è sempre un numero due, e forse pure un numero tre, pronto a segare l’albero da cui il numero uno dirige le operazioni». I nomi? «L’elenco è sterminato: Dini, Follini, Casini, Alfano, Lorenzin, pure Bossi per un certo periodo cedette». La stessa sindrome colpirà Meloni, o a parti inverse, Salvini? «Non lo so, ma la malattia pare insuperabile e le ricadute non si contano». Quindi? «Io mi vaccinerei». Come? «Io consegnerei anche nella prossima legislatura le chiavi di Palazzo Chigi a Draghi o al premier draghiano che verrà dopo di lui». Ma è un’abdicazione? «No, è l’unico modo per preservare la coalizione e metterla al riparo da fughe, defezioni, scissioni. Si potrebbe dire che il centrodestra è patriottico e appunto per il bene del Paese decide di non chiedere la poltrona di presidente del Consiglio. Diciamo che si andrà avanti così finché ci sarà anche un solo caso di Covid in Italia. Naturalmente, il governo in questione sarebbe più marcatamente di centrodestra e con molti ministri riconducibili a quell’area. Bene, io credo che in questo modo il centrodestra possa evitare i guai del passato». A proposito di guai, ecco la coppia Conte Grillo. Conte resiste. «Alza i toni ma non è una rottura». Sono condannati a stare insieme? «Per forza. Conte non se ne può andare. Anche se delegittimato dalle dure parole di Grillo. Da quelle parole non si torna indietro: Grillo, l’imprevedibile per definizione, ha assestato feroci gomitate a Conte». Ma Conte gode di consensi nel Paese. Dovesse scartare, avrebbe un gruzzolo personale consistente. Potrebbe tentare l’avventura del suo Movimento 5 Stelle? «Se è così, perché non l’ha fatto prima? Io ho i miei dubbi sul valore dei sondaggi che girano e un giorno premiano un partito, il giorno dopo un altro. La verità è che i 5 Stelle senza Grillo non esistono. Già nel nome: infatti li chiamiamo grillini. Persino Salvini che aveva la sua popolarità non ha mai divorziato da Bossi anche se i suoi seguaci non si sono mai chiamati bossiani ma leghisti».

A proposito di Lega, anche Matteo Salvini è tornato a dire la sua sul partito unico di centro destra e lo ha fatto con La Stampa.

«Il partito unico del centrodestra è un progetto archiviato? «Non è all’ordine del giorno, come la vittoria della Champions da parte del Milan, di certo non l’anno prossimo. Il partito unico non è una cosa che nasce a tavolino o in laboratorio. Partiamo dalla collaborazione sui temi, dalla giustizia al fisco. Proporrò a Berlusconi una carta dei valori condivisi, da sottoporre a chi ci sta: libertà d’impresa, famiglia, innovazione, ambiente». La destra e il sovranismo vivono una fase di risacca in Europa: come valuta la sconfitta di Le Pen in Francia? «Del voto francese mi ha sconvolto soprattutto l’astensione, con quei numeri chiunque vinca non ha davvero vinto. Comunque, se non ha vinto Le Pen, di certo nemmeno il presidente Macron. In Italia spero non avvenga nulla di simile alle prossime amministrative di ottobre, serve una grande partecipazione». L’impressione è che voi non vogliate vincerle, le elezioni, presentando candidati sconosciuti. «Non è così, non serve mica un calciatore o un cantante, il Pd ha scelto ministri trombati: il confronto sarà tra candidati del centrodestra unito e altri candidati divisi. Ci saranno i ballottaggi, spero non a Torino dove con Damilano possiamo vincere al primo turno, e vedremo. I candidati li faremo conoscere, l’importante sono i progetti che ci sono dietro».

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