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CAPITALISMO CINESE E “PROSPERITÀ COMUNE”

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Se ne parla pochissimo in Italia. Ma è qualcosa che sta mutando l’economia mondiale e la geopolitica. La Cina di Xi ha cambiato da mesi atteggiamento verso i suoi capitalisti privati, alla Jack Ma per intenderci, che sembravano godere di una certa libertà di profitto. Lo sanno bene gli investitori americani che stanno scappati dal mercato delle aziende cinesi nelle ultime settimane. Il nuovo “mantra”, come spiega oggi Alessandro Colarizi sul Manifesto è quello della “prosperità comune”.

«Ben 15,5 miliardi di dollari. È quanto il gruppo Alibaba si è impegnato a versare nell’arco di cinque anni per ridurre le disparità tra città e campagne, promuovere l’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese cinesi e migliorare le condizioni di lavoro nella gig economy. La somma è la più alta stanziata da un’azienda tecnologica cinese per realizzare la cosiddetta «prosperità comune» (gongtong fuyu), il nuovo mantra con cui la leadership comunista aspira a ridurre le diseguaglianze sociali. Un concetto di origine maoista rispolverato massicciamente nell’ultimo anno dal presidente Xi Jinping in concomitanza con la sconfitta della povertà assoluta e il raggiungimento della «società moderatamente prospera». Cosa voglia dire esattamente gongtong fuyu è ancora argomento di dibattito. Le finalità, tuttavia, sono intuibili. La «prosperità comune» – che la road map ufficiale colloca entro il 2035 – si pone a mezza strada verso il centenario della Repubblica popolare (2049), ed è funzionale alla «grande rinascita nazionale». Traguardo raggiungibile solo ampliando la classe media a sostegno della spesa interna e della crescita demografica. Tutti sono chiamati a contribuire, anche i giganti del tech. Da ormai un anno il settore privato non trova pace, tra indagini antitrust e nuove norme sulla sicurezza informatica. Combattere la concentrazione delle ricchezze serve a contenere ulteriormente il potere accumulato dall’imprenditoria privata nei trent’ anni di «riforma e apertura», spesso a detrimento dei consumatori. Ne consegue una maggiore centralità dello Stato negli affari economici del Paese. Ma – almeno sulla carta – le due anime possono continuare a coesistere, purché secondo le regole di Pechino e purché nel rispetto degli obiettivi di sviluppo nazionale. Parlando di ridistribuzione del reddito, infatti, sono tre i fattori citati dal governo: l’autocorrezione del mercato in base all’efficienza; l’intervento dello Stato attraverso la tassazione, la previdenza sociale e il trasferimento secondo il principio di equità; e, infine, il supporto dei singoli individui, invitati a contribuire con donazioni volontarie e attività filantropiche. Big tech e miliardari cinesi rientrano in quest’ ultima categoria. I calcoli politici contano quanto le implicazioni economiche. A due mesi dalle celebrazioni per il centenario del Pcc, la nomenklatura cinese vuole tornare all’«aspirazione originaria»: come ricordato più volte da Xi, le priorità della classe dirigente devono essere «la felicità dei cittadini» e la «rinascita della Nazione». Non a caso un recente editoriale rilanciato dai media statali giustifica la stretta sul settore privato proprio come «un ritorno del capitale alle masse». Il prossimo anno la leadership cinese si rinnoverà, ma il Presidente sembra deciso a intraprendere un terzo mandato quinquennale in barba ai limiti di età e alle regole consuetudinarie del partito. Una mossa anticipata nel 2018 con la revisione della Costituzione cinese – che non mancherà di suscitare nuove polemiche. Promettere la «prosperità comune» permette di consolidare la legittimità della leadership e del suo numero uno rispondendo ai bisogni dei cittadini. Se fossimo in un sistema multipartitico, la definiremmo una campagna elettorale dai toni populisti. Ma non si tratta solo di propaganda. A rischio c’è la longevità del sistema politico cinese. Imbrigliando il settore privato, Pechino punta a contenere le insidie del modello occidentale. La crisi attraversata dagli Stati uniti dall’inizio del governo Trump è un monito che esercita una notevole presa sulla popolazione cinese. In un articolo sul «Pensiero di Xi Jinping» l’ufficialissimo People’ s Daily spiegava che «i valori di ‘libertà’, ‘democrazia’ e ‘diritti umani’ propugnati dalla borghesia occidentale sono diventati sempre più uno strumento per mantenere il dominio del capitale». Secondo il quotidiano, la borghesia occidentale ha trasformato i principi della democrazia in «valori universali», cercando di esportarli nel resto del mondo «per raggiungere l’egemonia globale». Il vero scopo è quello di conquistare «i cuori delle persone e le masse per infine rovesciare la leadership del Pcc e il sistema socialista cinese». Ecco perché «se si misura lo sviluppo della Cina attraverso il sistema di valutazione capitalista occidentale, le conseguenze saranno inimmaginabili». Il settore privato è un importante motore dell’innovazione. Piuttosto che annientarle, Pechino spera di riuscire a inserire le big tech, cresciute con il mito della Silicon Valley, in un sistema che rispecchi di più la propria agenda politica e gli ideali del «socialismo con caratteristiche cinesi». Ora più che mai traducibile come «capitalismo di Stato».

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