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martedì 23 Luglio 2024 - 03:52
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CENTRODESTRA A MILANO, L’ENNESIMA ORA FATALE

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Venendo alle poche cose italiane di rilievo nella politica, il centro destra è ancora concentrato sul candidato sindaco di Milano. Crescono le quotazioni di Oscar di Montigny. Oggi ennesimo incontro forse decisivo. Maurizio Giannattasio sul Corriere.

«Oggi il vertice. Dalle 14 alle 15. Un’ora. Per qualcuno è il segnale che la partita per il candidato da opporre a Beppe Sala è giunta al termine. Per altri, tra cui lo stesso Salvini, bisognerà aspettare la fine della settimana. I bookmaker scommettono sul ticket Oscar di Montigny sindaco e Gabriele Albertini vicesindaco, la coppia su cui punta Salvini. Molto dipenderà dal sondaggio che dovrà saggiare la «consistenza» del binomio. Albertini, sembra proprio che lei ci sarà. No alla candidatura a sindaco, sì a vicesindaco. Perché? «Per correttezza e per gratitudine». Nei confronti di chi? «Delle tante persone che mi hanno sostenuto durante la lunga fase che mi ha portato a un passo dal candidarmi. Mi è sembrato giusto, dopo aver detto no, mettermi a disposizione. Chiaramente se è interesse del candidato e delle forze politiche». Resta la domanda: perché no alla candidatura a sindaco e sì a vice? «Per un sindaco i cinque anni del mandato sono un vincolo fortissimo, via lui, via tutti. È anche la forza. Io ho governato nove anni con la lettera di dimissioni in tasca e questo mi ha permesso di avere la massima libertà. A differenza del sindaco, il vicesindaco e gli assessori sono intercambiabili». Pensa a un mandato a tempo? «Non sto affatto dicendo che se vinco mi ritiro prima della fine del mandato, dico che psicologicamente esiste questa possibilità. È un po’ come quando ho corso la prima Stramilano della mia vita. La corsa non è il mio sport e allora mi sono detto: “corro per un’ora e poi vedo come va, se mi sento vado avanti, altrimenti mi fermo”». Come è andata? «Sono andato avanti». Ha parlato con il suo potenziale capo? «Per pura combinazione l’avevo incontrato in un webinair e mi aveva fatto un’impressione eccellente. Mi ha molto incuriosito e ho comprato due dei suoi libri, “Il tempo dei nuovi eroi” e “Gratitudine”. Danno il senso di una persona di grande umanità, sensibilità e cultura». Le è stato chiesto di fare il braccio destro? «Confermo che si è fatto vivo. Io avevo già fatto l’operazione Minoli. O per meglio dire chi ha provocato l’operazione Minoli è stato Giancarlo Giorgetti. Ci siamo sentiti nel giorno in cui stavo per pubblicare sul sito la lettera in cui rinunciavo definitivamente alla candidatura e Giorgetti mi ha chiesto se c’era qualcuno a cui avrei potuto fare da vice. Gli ho consigliato Minoli, così è nata l’idea del vicesindaco». Torniamo a di Montigny. «Ho dato la mia adesione alla sua candidatura anche perché il suo curriculum è ragguardevole. Qualcuno può considerare i suoi libri come delle magnifiche utopie rispetto al mestiere di sindaco. Però se non si guarda in alto poi si finisce a strisciare nel sottobosco».

Esordio di Minzolini per il suo saluto iniziale ai lettori del Giornale. Il nuovo direttore va ben oltre le sessanta righe canoniche dei classici fondi di Indro Montanelli e si accapiglia con Travaglio:

«Basterebbe rifarsi all’antico motto, che recitava: «La notizia prima di tutto». Invece, la notizia talvolta viene «mediata», «piegata» a fini di parte, o, peggio, «ignorata». È quello che avviene nei regimi conclamati, in quelli nascosti, e in quelli che hanno una natura tutta particolare, cioè quelli «mediatici» o, peggio ancora, mediatico-giudiziari, quelli che trasformano l’informazione in un coro che esulta sotto il patibolo o la ghigliottina di turno. Una parolaccia per qualsiasi liberale. Un insulto per Il Giornale che ha scolpita sotto la testata la frase «dal 1974 contro il coro». E così continuerà ad essere, senza se e senza ma. Anche perché mai come ora la cultura «liberale» anima l’opinione pubblica. Saranno state le chiusure del lockdown, la voglia di risorgere, di reagire, nell’economia e nella società, sta di fatto che nel vecchio continente spira un vento di libertà quando i cittadini sono chiamati a dire la loro: dalla Madrid di Isabel Diaz Ayuso alla Sassonia della Cdu. Anche il Belpaese ne ha un incontenibile bisogno. Il colore viene dopo. È una condizione dell’anima che incoraggia gli individui a rischiare, a mettersi in gioco come negli anni della Ricostruzione del secondo dopoguerra. (…) È l’ottica in cui questo Giornale darà il suo contributo, innanzitutto verso le culture che gli sono più affini, di un centro che guarda verso la destra. Confrontandosi, però anche, all’insegna del pragmatismo e del dialogo, con chi ha opinioni diverse. Sempre nel rispetto, ma senza nutrire paure o timori. P.s. Appunto, rispetto. A Marco Travaglio, che millanta una discendenza diretta da Montanelli e sprizza veleno da tutti i pori perché da mesi fa a botte con la notizia che Giuseppe Conte non è più a Palazzo Chigi, si attaglia un giudizio che il grande Indro dedicò ad un giornalista ben più degno di lui: «Conosco molti furfanti che non fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante». Ad una tale patacca del giornalismo nostrano (non ricordo scoop del personaggio a parte le «carte» di qualche Pm amico), che si diletta a leggere il casellario giudiziario tranne il lungo capitolo dedicato a lui alla voce «diffamazione», non dedicherò più una parola».

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