Negli ultimi mesi il mondo universitario italiano è stato attraversato da una forte controversia: il “semestre filtro”, la nuova procedura di accesso a Medicina, Odontoiatria e Veterinaria voluta dal Ministero dell’Università e della Ricerca guidato da Anna Maria Bernini.
Il nuovo sistema ha sostituito il tradizionale test a numero chiuso con un primo semestre ad accesso libero, al termine del quale gli studenti devono superare esami nazionali di Chimica, Fisica e Biologia per proseguire il percorso. Una riforma che la ministra ha definito una “rivoluzione culturale”, capace – nelle sue parole – di garantire apertura, inclusività, democrazia e legalità.
Ma i primi risultati hanno acceso il dibattito. Alla tornata d’esami del 20 novembre 2025, solo tra il 10% e il 15% degli iscritti ha superato tutte le prove al primo appello. Un dato che ha scatenato proteste diffuse tra studenti e associazioni universitarie, che parlano di un sistema confuso, stressante e di una selezione rinviata ma non superata.
Nonostante Bernini abbia liquidato le critiche come fake news, l’Unione degli Universitari (UDU) ha annunciato un ricorso collettivo, denunciando errori organizzativi e disparità di trattamento. La tensione è esplosa pubblicamente quando, durante una contestazione, la ministra ha citato una frase di Silvio Berlusconi in risposta ai manifestanti.
Un riferimento che ha segnato un punto di rottura. Più che chiarire la riforma, la citazione ha trasformato una protesta studentesca in uno scontro politico e simbolico, spostando il confronto dal merito del semestre filtro al terreno dell’identità e dell’appartenenza ideologica.
In un Paese già attraversato da criticità nella sanità, nella formazione e nelle politiche giovanili, il semestre filtro è così diventato qualcosa di più di una riforma universitaria: un banco di prova del rapporto tra istituzioni e nuove generazioni. E proprio nel momento del confronto, il dialogo sembra essersi interrotto.



