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DRAGHI RICORDA LA LAICITÀ DELLO STATO

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Dunque Mario Draghi ha risposto in Parlamento, con quelle che lui stesso ha definito “considerazioni ovvie”. La cronaca di Marco Galluzzo per il Corriere della Sera.

«Mario Draghi ci ha riflettuto 24 ore, si è consultato con i giuristi del governo, alla fine come promesso ha fissato la posizione dell’esecutivo rispondendo in Senato, durante il dibattito sul Consiglio europeo di oggi e domani, e rimarcando almeno due principi. Il primo: «Questo è il momento del Parlamento e non del governo». Una precisazione che non solo difende le prerogative delle assemblee parlamentari, ma che insiste sul metodo e sui tempi del possibile confronto con il Vaticano. È come se Draghi dicesse: in ogni caso in questo momento non spetta a me, all’organo che rappresento, avere un ruolo nel corso di un iter legislativo aperto. In sintesi, un concetto basilare di una Repubblica parlamentare. Secondo, ed è la parte politicamente più forte delle parole del presidente del Consiglio (anche se lui le definisce «considerazioni ovvie») c’è comunque la sottolineatura della natura laica del nostro Stato: «Non voglio entrare nel merito della questione. Quello che però voglio dire – specialmente rispetto agli ultimi sviluppi – è che il nostro è uno Stato laico, non è uno Stato confessionale. Quindi il Parlamento è certamente libero di discutere e di legiferare». Ma non solo, il capo del governo considera la nota che il Vaticano ha fatto pervenire al nostro governo in qualche modo come prematura. In primo luogo perché una legge ancora non esiste, e il ddl Zan in discussione alla Camera potrebbe persino essere modificato con i voti del centrodestra nel senso auspicato dalla Santa Sede. Ma in ogni caso, sottolinea Draghi, «il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa. Vi sono i controlli di costituzionalità preventivi nelle competenti commissioni parlamentari: è di nuovo il Parlamento che, per primo, discute della costituzionalità, e poi ci sono i controlli successivi nella Corte costituzionale». Insomma anche se un problema di violazione del Concordato dovesse essere dibattuto ci sarebbero procedure, sedi e modalità previste per legge, e al momento opportuno. Draghi richiama infine una sentenza della Corte costituzionale del 1989: «La laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali». E il concetto per il capo del governo vale anche a ricordare che «l’Italia ha sottoscritto con altri 16 Paesi europei una dichiarazione comune in cui si esprime preoccupazione sugli articoli di legge in Ungheria che discriminano in base all’orientamento sessuale. Queste sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare, senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare». Sulla materia è intervenuto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, dichiarando in modo fermo che «il Parlamento è sovrano, i parlamentari decidono in modo indipendente. Il ddl Zan è già passato alla Camera, ora è al Senato, sta facendo» il suo iter «e noi non accettiamo ingerenze. Il Parlamento è sovrano e tale rimane». Intanto il centrodestra promette comunque cambiamenti al testo del ddl. Per Giorgia Meloni «l’iter parlamentare della norma si dovrebbe fermare». Matteo Salvini, dopo uno scambio di battute all’uscita del Senato con Draghi, entra nel merito: «Raccolgo l’appello della Chiesa, il testo sarà rivisto». Una posizione che è anche di una fetta prevalente di Forza Italia. Cambiamenti o meno, Pd, M5S, Leu e Iv sono pronti a chiedere la calendarizzazione in Aula del ddl Zan quanto prima. Subito dopo le parole di Draghi sono molte le reazioni di soddisfazione nel centrosinistra, a partire da Enrico Letta: «Ci riconosciamo completamente» in quanto detto dal premier».

Pochi editoriali sul tema. Il Quotidiano nazionale propone un commento di Raffaele Marmo, poche righe in prima pagina:

«Mario Draghi ha fatto Mario Draghi. Ha detto quello che uno statista cattolico afferma con determinazione quando si appalesa anche solo il fumus di una possibile lesione esterna alla sovranità e alla laicità dello Stato e, dunque, alla libertà e alla non confessionalità del Parlamento. Prima di lui lo hanno fatto altri statisti cattolici, come De Gasperi e Moro. Una volta rimesse le cose al loro posto nelle relazioni tra Italia e Vaticano, lo stesso premier, però, ha avvisato che il disegno di legge Zan è materia delle Camere e non del governo. E, dunque, come tale è laicamente e legittimamente discutibile: una possibilità che il pensiero unico della neo-religione gender, però, aborre».

Francesco Verderami scrive un retroscena per il Corriere della Sera:

«Draghi ha appena terminato di parlare al Senato, quando Renzi commenta con alcuni esponenti di Italia viva il passaggio riservato dal premier al ddl Zan: «Il Vaticano ha commesso un errore, perché il testo di legge non viola il Concordato. Semmai viola le regole della matematica, perché al Senato non ci sono i numeri per approvarlo. Il rischio è che venga cassato a scrutinio segreto. E visto che di voti a scrutinio segreto ce ne saranno una ventina, immaginate cosa potrà combinargli Calderoli». Se Renzi già scarica sulla Lega la responsabilità di un eventuale affossamento del provvedimento, è per allontanare da sé i sospetti che montano nel Pd: l’accusa di intendenza con Salvini, insieme al quale starebbe costruendo un accordo in vista della corsa al Colle. L’ex premier pare non curarsene, scaricando a sua volta sul Nazareno la colpa di un esito che dà (quasi) per scontato: «Questo è il risultato della politica degli influencer, che a forza di inseguire i like di Fedez finisce per smarrirsi». E oplà. Si torna all’eterno derby tra Renzi e Letta, che pure non intende «indietreggiare» sul ddl Zan, nonostante tutto sembri congiurare contro: dalle bordate della Santa Sede verso cui mostra «rispetto», fino ai malumori che covano nel suo partito. Perché nel Pd l’area cattolica ribolle, se è vero che un suo autorevole esponente definisce «un grave errore cercare di costruire il nostro profilo identitario su una bandierina ideologica grillina, senza curarsi nemmeno di parlarne con il Vaticano, con cui non si tengono più rapporti strutturali come un tempo. Così un tema laico di notevole rilevanza finisce per trasformarsi in uno stendardo del laicismo». Le obiezioni tra i dem di ogni latitudine sono di merito ma anche di metodo, dato che la prova di forza – la volontà cioè di votare subito il provvedimento – sconta peraltro l’evanescenza del principale alleato: «Se Conte finora non si è esposto, è perché magari non vuole irritare suoi vecchi sponsor in Vaticano. Vedremo se sarà l’araba fenice che farà risorgere M5S. Al momento è solo cenere». Insomma il Pd teme di combattere la «battaglia di civiltà» sul ddl Zan scoprendo di non avere con sé il blocco riformista, se è vero che persino Calenda è rimasto coperto. Certo ha poca rilevanza parlamentare, ma come racconta Costa il testo non persuade il leader di Azione: «La tutela dell’identità di genere, lui dice, è un principio che può scardinare certi meccanismi di legge. E non solo. Per esempio, se un uomo si sente donna può chiedere di candidarsi nelle quote rosa? O di iscriversi ad una gara sportiva femminile? Eppoi, politicamente, non è facile trovare un compromesso: se ti siedi a discuterne con i cardinali non ne esci più. È un ginepraio. A quel punto che fai, ti alzi e li mandi a quel paese?». In appena ventiquattro ore una delicatissima questione che aveva investito il governo per via della nota inviata dalla Santa Sede, è tornata ad essere una materia squisitamente parlamentare. «Draghi è stato abilissimo», sorride Lupi: «Meno male che non è un politico». In effetti ieri il premier, dopo aver consultato alcuni costituzionalisti, al Senato ha prima ribadito i principi dello «Stato laico», riconoscendo alle Camere la «libertà di legiferare». Poi ha delimitato i confini delle leggi, ricordando i controlli dello stesso Parlamento e della Consulta a «garanzia» dei dettami costituzionali e degli impegni internazionali, «tra i quali c’è il Concordato». Così per un verso ha rassicurato il Vaticano, con cui c’era stata un’interlocuzione precedente all’invio formale della nota. Per l’altro ha messo al riparo il suo gabinetto dalle tensioni parlamentari. Il sei luglio infatti il Senato voterà se calendarizzare per la settimana successiva l’esame in Aula del ddl Zan, come hanno chiesto M5S e Pd. Ma siccome il provvedimento è di natura parlamentare, qualsiasi sarà la soluzione non inciderà sugli equilibri di governo. Per i partiti il caso è aperto, e bisognerà capire se il Pd – alla vigilia delle votazioni a scrutinio segreto – cercherà un’estrema mediazione che rimanderebbe il testo alla Camera. Per Palazzo Chigi invece il caso è chiuso. E l’ha chiuso Draghi. L’altro ieri, mentre infuriava la polemica, un suo ministro aveva ricevuto uno stringato messaggio: «Tenersene fuori». È chiaro a cosa si riferisse, ma non è noto chi glielo abbia mandato…».

Il merito della forte presa di posizione di Draghi è che non ha costretto i vari leader e partiti ad uscire allo scoperto. E se è vero che nel Pd il dibattito “ribolle”, come dice Verderami, Monica Cirinnà concede un’intervista al Manifesto in cui detta la linea del Partito democratico. Dice la Cirinnà:

«Tutti gli emendamenti votati a Montecitorio sono stati concordati con Italia Viva, portano la firma di Lucia Annibali; sull’articolo 7 che riguarda le iniziative per la giornata contro l’omobilesbotransfobia il testo è stato concordato anche con Francesco Paolo Sisto di Forza Italia. Non ci sono altre mediazioni possibili». Niente tavolo con la Lega e altri partiti contrari? «Appena si fissa la data del voto in aula il tavolo lo facciamo. Ma di certo chi incita all’odio contro la comunità lgbt non potrà avere aggravanti generiche come chiede il testo del centrodestra a firma Licia Ronzulli. Significherebbe annacquare la legge. Non vede rischi di censura per il mondo cattolico? «Assolutamente no. La legge Zan interviene sulla Mancino, che è in vigore dagli anni 90: se fosse una legge bavaglio qualcuno l’avrebbe già portata davanti alla Corte costituzionale. Nel testo Zan, rispetto alla Mancino, abbiamo persino eliminato tra le ipotesi di reato la «propaganda» di idee ostili al mondo lgbt, lasciando solo «istigazione a delinquere e atti discriminatori e violenti». Un prete potrà tranquillamente dire cos’ è per la Chiesa la famiglia, se invece dovesse invitare i fedeli a prendere a botte le coppie gay commetterebbe un reato. Chiaro no?». Correrete il rischio di andare in aula senza un accordo? «In battaglia si può vincere o perdere, prima non si può sapere come finirà». Non teme i voti segreti? «Per il Pd se la legge cadesse sarebbe una grave sconfitta, se qualche nostro senatore vorrà colpire il partito se ne assumerà la responsabilità. Ma non credo accadrà». E i piddini dubbiosi? «Con gli ordini del giorno potremo affrontare alcuni aspetti, chiarendo che le donne non sono una minoranza e che questa legge non ha nulla a che vedere con quella sulla procreazione assistita. Sarà un modo per smascherare le bufale di Salvini, il cui vero obiettivo è cancellare la legge Mancino tout court». I renziani vi seguiranno? «Se il capogruppo in Senato Faraone vuole sbugiardare il lavoro fatto dalla ministra Elena Bonetti e da Annibali si accomodi pure. Auguri. Dopo quello che ha detto Draghi mi pare improbabile. Ho visto che Renzi lo applaudiva». Si fida di Renzi?O pensa che stia brigando col centrodestra per alleanze locali? «Credo che manterranno la parola, separando la tattica politica da questo tema. Sono certa che Matteo sappia che strappare sull’omofobia sarebbe un boomerang. Tanto più dopo le parole di Draghi». Sulle unioni civili lo scontro in Aula fu evitato con la fiducia. E stavolta? «Voteremo, articolo per articolo». Se la vecchia maggioranza del Conte 2 tiene senza defezioni i numeri ci sono. E conto anche sui liberal di Forza Italia. La legge passerà in Senato prima dell’estate? «Sicuramente. In autunno ci sono le amministrative, poi la sessione di bilancio, non ci sarebbe tempo. Per questo bisogna procedere rapidamente».

Avvenire da almeno quattro mesi ha raccolto pareri e prese di posizione critiche sul testo del Ddl Zan, soprattutto fra le femministe: da Paola Concia a Cristina Comencini. Oggi pubblica il parere di Emma Fattorini, a lungo senatrice del Pd e oggi vicina ad “Azione” di Carlo Calenda, promotrice dell’appello di personalità progressiste per la modifica del Ddl Zan.

«Non mi hanno stupita le parole di Draghi sulla difesa delle prerogative del Parlamento. E ho trovato molto acuta la definizione di laicità non come indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso ma come tutela del pluralismo e delle diversità culturali». Emma Fattorini, storica e scrittrice cattolica, già senatrice del Pd e oggi nell’area di Azione, è una dei firmatari dell’appello con il quale centinaia di persone di area progressista chiedono profonde revisioni del testo del ddl Zan. Nessun risultato, per il vostro appello… «No. E credo che non saremmo arrivati a questo punto se di quell’appello fosse stato accolto l’invito al dialogo su due punti critici evidentissimi come la definizione di identità di genere e la sua percezione soggettiva, e la modalità di coinvolgimento delle scuole sia nei corsi di formazione sia nella Giornata contro l’omofobia. Se avessimo almeno potuto ragionare su questi due punti, senza aggressioni, avremmo ottenuto una buona legge, che avrebbe aiutato i soggetti che ne hanno veramente bisogno. Invece il ddl ha conservato un lungo elenco di discriminazioni che nulla hanno a che fare l’una con l’altra, con il risultato di scontentare chi non si è visto compreso e di offendere chi non si considera soggetto ‘minoritario e discriminato’, come le donne. Il Pd, che ha presentato la legge alla Camera, sembra chiudere a ogni compromesso. «Come la vede? Non è questo il Pd che ho conosciuto. Continuo a sperare che riprenda la strada giusta, cercando pragmaticamente l’alleanza con tutti, smascherando chi persegue unicamente fini ostruzionistici, e tornando a parlare al Paese e con chi vuole davvero ottenere diritti concreti ed essenziali. Non serve moltiplicare confusamente la platea dei soggetti, rischiando il reato di opinione e confondendo spesso il desiderio soggettivo, pur legittimo, con un diritto su cui legiferare per punire. Insomma credo che la politica del Pd sui diritti sia da ripensare nel profondo, e non per annacquarla o ridurla, ma al contrario per rafforzarla. Cosa spera dal segretario Letta? «Spero che, da buon riformista, proceda alle due modifiche condivise e che porti in aula quel testo. Questa è la sfida». Ma la posizione del segretario sembra piuttosto netta. «Sì, è vero. Però Letta è arrivato alla fine di un processo e ora spero abbia la forza di ridiscutere alcuni fondamentali e migliorativi cambiamenti».

Fin qui il fronte della politica, poi ci sono le discussioni oltretevere. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ed ex ministro nel Governo Monti, è intervistato da Repubblica. Ed esprime dubbi sulla “Nota verbale”, sul metodo scelto dalla Chiesa per fare pressione sul Parlamento. Quella Nota doveva comunque restare “riservata”…

«Avevo visto nei mesi scorsi una linea della Cei molto equilibrata in merito. Presentava giuste preoccupazioni nei confronti di questa legge, ma senza assolutizzazioni e insieme concorde in un impegno contro l’omofobia e ogni discriminazione. Questo passo è una vicenda un po’ particolare. Credo che provenga più che altro da ambienti italiani della Segreteria di Stato. I motivi non li conosco fino in fondo. Va però detto che è un passo riservato e che tale probabilmente doveva restare anche nella sua sofisticata diplomazia. In ogni caso è una Nota molto rara nelle relazioni fra Santa Sede e governo italiano. In genere si usa il telefono, l’incontro, e non un testo scritto che sembra voler evidenziare – ma nessuno può dire che le cose stiano davvero così – che il dialogo è arrivato a un punto morto per cui si vuole fare stato. Per questo sottolineo la particolarità di questo passo». La Nota sembra evidenziare una divergenza fra le aperture predicate da Francesco e fatte proprie da Bassetti. C’è chi sostiene che siamo di fronte a una seconda stagione del pontificato, un Papa che decide di virare su posizioni più intransigenti. «Non credo assolutamente a una seconda stagione del pontificato tipo quella vissuta da Pio IX. La lettera scritta dal cardinale Ladaria ai vescovi americani sul tema dell’eucaristia a Joe Biden era di tutt’ altro tenore. Direi piuttosto che Francesco rimane fuori dalle controversie sulle legislazioni nazionali, questo è chiaro. In questo senso mi sembra una linea, quella della Nota, attribuibile alla Segreteria di Stato». Quali conseguenze può portare? «Difficile rispondere. Anch’io me lo chiedo. Temo possa rafforzare le voci che sostengono che l’accordo concordatario vada rivisto. Ritengo al contrario che l’accordo vada bene, come si è visto nella crisi delle migrazioni e della pandemia. L’8 per mille, ad esempio, è un eccellente sistema rispetto al modello tedesco perché è un contributo volontario. In ogni caso torno a dire che non ricordo passi analoghi nemmeno al tempo del divorzio sotto Paolo VI, che pure era un tema sentito drammaticamente dalla Chiesa. Ci fu una deplorazione orale del Papa. I rischi di questo linguaggio diplomatico sono anche quelli che la Santa Sede si schieri con una parte del Parlamento». Si dice che nella Chiesa italiana molti desiderino una leadership più attiva politicamente. «Ci sono sensibilità diverse tra i vescovi che a volte corrono il rischio di esprimersi dando l’impressione di una disunione. In questo senso la Nota secondo alcuni omologherebbe queste voci diverse. Ma io non lo credo. Penso più che altro che la Segreteria di Stato si senta in qualche modo custode del Concordato e anche per questo abbia deciso un intervento. In altri tempi si sarebbero percorse quelle che monsignor Loris Capovilla chiamava le “scalette”, le passerelle tra le due rive del Tevere in maniera informale».

Matteo Matzuzzi vaticanista del Foglio interviene sullo stesso versante, e si chiede anche lui: chi ha fatto uscire la notizia della Nota, offrendo lo “scoop” al Corriere della Sera?

«L’unica divisione che c’è nelle alte sfere ecclesiastiche riguarda il mezzo scelto per protestare con il governo italiano, e cioè la Nota verbale consegnata all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede. Sul resto, che poi è il merito della questione, oltretevere sono compatti: il Ddl Zan, così com’ è ora, non va bene. L’ala “dura” della Cei, legata ai tempi delle battaglie pubbliche in nome dei valori non negoziabili, premeva da tempo sui vertici affinché facessero sentire la voce senza ambiguità o perifrasi accademiche, come accaduto sul tema del fine vita che vide l’irrilevanza totale nel dibattito della Chiesa italiana, salvo qualche dichiarazione pro forma buona per le agenzie di stampa e convegni serali. L’ala per così dire moderata, più affine ai programmi di Francesco e al suo “sentire pastorale”, avverte invece che una Nota del genere rischia di irrigidire ancora di più la controparte, con la prospettiva di ottenere il contrario di quanto sperato. Possibile, se non fosse che – fanno notare in Segreteria di stato – tutto va letto considerando che ora a Palazzo Chigi c’è Mario Draghi. È a lui che ci si rivolge, più che ai partiti pronti a strumentalizzare la vicenda in ottica meramente elettorale. Il premier è l’interlocutore privilegiato, assai apprezzato anche da quanti (e non sono pochi) auspicavano il tramonto della fase “filocinese” del governo italiano, che qualche sostenitore l’aveva trovato anche nella cerchia dei collaboratori papali, ora meno centrali rispetto a qualche mese fa. Quanto detto in Senato da Draghi, ieri pomeriggio, non fa che confermare tale convinzione: “Senza entrare nel merito, il nostro è uno Stato laico, non confessionale. Il Parlamento è libero di discutere e legiferare e il nostro ordinamento è in grado di dare tutte le garanzie verificare che le nostre leggi rispettino sempre i princìpi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa”. Rispetto per il ruolo delle Camere ma nessuna orgogliosa difesa del disegno di legge. In Vaticano sanno che il sogno del combattivo vescovo di Ventimiglia- Sanremo, mons. Antonio Suetta – “Spero che il Ddl venga affossato”, ha detto – è irrealizzabile, tant’ è che subito l’Osservatore Romano si è affrettato a chiarire che la richiesta è di apportare migliorativi al testo, non di stracciarlo e cestinarlo. E’ questione di mero realismo, non di connivenza col nemico come diversi aperti sostenitori dell’opposizione aperta e senza sconti al provvedimento in discussione vanno dicendo da tempo. A sanare la frattura sarà il compromesso e in questo senso il pragmatismo di Draghi è considerato essere la garanzia perché alla fine tutti possano dirsi più o meno soddisfatti. Dato per assodato questo, in Vaticano anche ieri ci si domandava chi abbia trasmesso al Corriere della Sera la Nota diplomatica, e soprattutto perché l’abbia fatto: c’era la volontà di assestare un altro colpo al pontificato che già non vive il suo miglior momento? Si voleva forse allungare la lista delle defaillances di questo giugno nero? In realtà, è probabile che l’obiettivo fosse quello di mostrare l’estrema debolezza di una Conferenza episcopale italiana ammutolita».

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