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DRAGHI SPIEGA IL GREEN PASS

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Applicazioni molto limitate, rispetto alle indiscrezioni della vigilia, per il Green pass. Varrà solo per chi si siede al chiuso nei bar e ristoranti, in piscine e palestre, in cinema e teatri, fiere, sale giochi, musei e ovviamente per l’ingresso in stadi e palazzetti. Per ora nessuna decisione su scuola, trasporti e lavoro. Ma sono le parole di Mario Draghi in conferenza stampa ad essere molto nette e decise. Adriana Logroscino per il Corriere.

«Mediare, quando si è alla testa di un governo tanto composito, è inevitabile. Ma sul contagio e sulle contromosse per contenerlo, Mario Draghi non media. Anzi, risoluto, perde l’abituale aplomb. «Chi invita a non vaccinarsi invita a morire. Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore», le parole pronunciate illustrando alla stampa il decreto appena licenziato in Consiglio dei ministri. Una contrapposizione ferma ai no vax e alle forze politiche che li blandiscono. Solo pochi giorni fa Matteo Salvini aveva dichiarato che vaccinarsi sotto i 40 anni non servisse. E infatti fonti della Lega in un primo momento commentano la conferenza di Draghi esprimendo soddisfazione «per alcune richieste accolte», come una maggiore capienza per gli spettatori di manifestazioni sportive all’aperto, nessun divieto per i non vaccinati a viaggiare su aerei o treni, il rinvio di eventuali restrizioni per lavoratori, giovani e studenti e gli indennizzi alle discoteche. Poco dopo, però, il segretario Salvini cambia tono e reagisce alle parole del premier: «L’obiettivo di tutti, mio come di Draghi, è proteggere gli italiani, la loro salute, il loro lavoro, la loro libertà. Fondamentale è mettere in sicurezza i nostri nonni, senza penalizzare, rinchiudere o multare i nipoti. Comunità scientifiche e governi, in Germania e in Gran Bretagna, che invitano alla prudenza sui vaccini per i minorenni, invitano forse a morire?». Infine dal partito arriva un’altra nota che esprime «sorpresa» riferendo di una precedente lunga e cordiale telefonata tra lo stesso Draghi e Salvini. Lo scontro è a livello di guardia. E di bordate, nel suo discorso, Draghi ne aveva lanciata almeno un’altra: «Il green pass non è un arbitrio ma la condizione per non chiudere». Gongolano dalle parti del Pd, sia per la fermezza di Draghi («Monito alto»), sia per l’effetto che ha sul leader della Lega: «Ha dato una risposta limpida e inappellabile a Salvini e a una destra irresponsabile che gioca a dadi con questioni delicatissime». Il provvedimento disposto dal governo unisce due aspetti fondamentali e strettamente correlati. Il primo: tenere alto il ritmo di vaccinazione. Il secondo: fermare un certo rilassamento da parte dei cittadini che, con l’imporsi di una variante tanto contagiosa come la Delta, ha contributo all’impennata dei positivi di questi giorni. Il decreto prevede, dal 6 agosto, un uso più esteso del green pass. Ma Draghi allude ad altre regole sulle quali vuole applicare il governo «dalla prossima settimana». Gli ambiti rimasti fuori dal decreto, lo dice lui, sono: scuola, lavoro e trasporto pubblico. Tornerà sul tavolo il tema del vaccino obbligatorio per gli insegnanti? «Faremo ogni sforzo perché tutti siano tra i banchi in presenza dal primo giorno». E anche sul rendere «impermeabili» al virus luoghi di lavoro e mezzi di trasporto pubblico, l’approccio di Draghi è all’opposto di quello manifestato da Salvini, contrario a qualsiasi obbligo vaccinale. Il premier comincia dalle buone notizie. «L’economia va bene, si sta riprendendo e l’Italia cresce a un ritmo anche superiore a quello di altri Paesi europei». E tuttavia il contagio può interferire. Si possono ancora prendere contromisure efficaci perché intanto «oltre la metà degli italiani ha completato il ciclo vaccinale, l’obiettivo di Figliuolo è stato superato, la pressione sugli ospedali è fortemente diminuita». A questo punto, però, ognuno deve assumersi le sue responsabilità: «Gli italiani si vaccinino, devono proteggere se stessi e le loro famiglie». È ovvio il legame tra green pass obbligatorio e una immunizzazione quanto più rapida possibile: «Senza vaccinazione si deve chiudere tutto, di nuovo». Parole, poi, appena mitigate, sia pure su sollecitazione di una domanda: «L’estate è già serena e vogliamo che rimanga tale. Il green pass è una misura con la quale i cittadini possono continuare a svolgere attività con la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose. Dà serenità, non la toglie». E anche qui si è all’opposto di chi definisce la richiesta del passaporto vaccinale illiberale o incostituzionale fomentando così un malessere sociale. Tracciata la linea, la parola passa al ministro della Salute Roberto Speranza perché riepiloghi le decisioni prese con l’ultimo decreto legge. La proroga dello stato di emergenza a tutto il 2021. L’obbligo di esibire il green pass per partecipare a eventi. Parametri più riferiti al tasso di ospedalizzazione che a quello di contagio per il passaggio delle regioni in area gialla, arancione o rossa. Ma anche Speranza concede poco spazio ai dettagli e si fa motivatore. Il green pass è uno strumento, la soluzione è «vaccinarsi, vaccinarsi, vaccinarsi». Sulle misure contro il contagio, quindi, quando il governo tratta non è tanto con le forze politiche quanto per tendere una mano ai cittadini. Ne è esempio l’indiscrezione sull’intervento per calmierare il prezzo dei tamponi che fonti della Lega rivendicano come loro vittoria. Comunque sia l’agevolazione andrà incontro alle famiglie.».

Dei tre capitoli tenuti per ora fuori dal Green pass, trasporti, lavoro e scuola, è quest’ultimo quello che angoscia di più. Fra due mesi si riaprono gli istituti e si rinnova una corsa contro il tempo. Per il Quotidiano Nazionale Alberto Pieri.

«A settembre tutti in classe. Il rientro a scuola in sicurezza è una priorità del governo Draghi. E ieri, il commissario straordinario, Francesco Figliuolo, ha preso carta e penna per chiedere alle Regioni di scoprire le carte sul personale docente non vaccinato. Con tanto di ultimatum: entro il 20 agosto. A far saltare sulla sedia i governatori è soprattutto il passaggio nella missiva in cui si chiede di comunicare «le mancate adesioni al vaccino». Qualcuno pensa subito a un elenco dettagliato con tanto di nomi e cognomi, in violazione evidente di qualsiasi norma sulla privacy. Un equivoco che costringe il commissario a una frettolosa precisazione. «Non abbiamo chiesto un elenco, ma una generica quantificazione delle mancate adesioni ai fini statistici». Ma ormai la polemica è innescata. E in fondo la sostanza non cambia. Al momento, i docenti che si sono «immunizzati» sono l’86% del totale, sette punti in meno rispetto alla soglia del 93% indicata dal governo. Tanto che perfino il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, non esclude la possibilità di obbligo vaccinale per tutto il personale scolastico. «Al momento gli indecisi sono concentrati solo in alcune regioni. Auspichiamo che entro il 20 agosto tutta la categoria risponda in maniera convinta all’invito a vaccinarsi. Ma se a quella data il problema dovessero persistere, credo sia opportuno valutare l’ipotesi dell’obbligo vaccinale». Ma non ci sono solo gli insegnanti e il personale non docente. Per dire definitivamente addio alla stagione della didattica a distanza occorre affrontare anche il tema della scarsa adesione degli under 20 alla campagna di vaccinazione. Tanto che il Commissario torna ad alzare l’asticella: «Il nostro obiettivo è di avere entro la prima decade di settembre il 60% dei ragazzi vaccinati per tornare in presenza o con pochissime limitazioni». Il conto alla rovescia è già cominciato. Draghi considera essenziale la ripresa delle scuole. Sulla stessa linea Speranza, il Pd e anche Forza Italia. Disco verde all’obbligo di vaccinazione anche da parte dell’associazione dei presidi, che però precisa: «Condivido assolutamente l’auspicio del premier Draghi di tornare alle lezioni in presenza, ma – fa notare Antonello Giannelli, presidente dell’Anp – la dad, per quanto demonizzata e impopolare, sarà inevitabile se non sarà possibile assicurare il distanziamento per le note carenze di spazi e di personale, oltre che per quelle del trasporto pubblico locale». In ogni caso, con la ripresa ormai evidente dei contagi la trincea anti-obbligo vaccinale diventa sempre più debole. Fra il 14 e il 20 luglio, segnala la Fondazione Gimbe, c’è stata una impennata dei casi, con un incremento del 115,7% di contagiati. Ma la vera incognita è quella relativa all’andamento della campagna di vaccinazione. È vero che la campagna sta andando avanti secondo i piani e che ad aprile, come ricorda il commissario Figliuolo, «con qualche giorno di ritardo, abbiamo raggiunto le 500mila vaccinazioni quotidiane». In realtà, però, non tutto sta filando per il verso giusto. Perché, sempre secondo la Fondazione Gimbe, le somministrazioni delle prime dosi di antidoto contro il Covid sono praticamente al palo, non superano il 15% del totale. Mentre «a fronte della diffusione della variante Delta, che si avvia a diventare prevalente, continuano a preoccupare i quasi 4 milioni di over 60 a rischio di malattia grave non coperti dalla doppia dose di vaccino», con un incremento settimanale irrisorio a livello nazionale (+0,4%) e forti differenze a livello regionale. Inoltre, sempre secondo i dati della Gimbe, «2,15 milioni di over 60 non hanno ricevuto nemmeno una dose e 1,79 milioni sono in attesa di completare il ciclo».

Non solo Green pass, ieri si sono stabiliti anche i nuovi criteri per i “colori” delle regioni. L’Ecdc, l’autorità europea sulle malattie, nell’aggiornamento della mappa epidemiologica, aveva messo ieri in giallo quattro regioni: Lazio, Veneto, Sicilia e Sardegna. Ma il Governo le ha “salvate”. La cronaca di Repubblica.

«Colori, si cambia. Con il nuovo decreto legge, approvato d’urgenza ieri, mutano i parametri per il passaggio da una zona all’altra e, dunque, le misure restrittive. Una corsa contro il tempo per evitare di condannare Sicilia, Sardegna, Veneto e Lazio alla zona gialla già da oggi, con il nuovo monitoraggio del ministero della Salute. Secondo i vecchi parametri le quattro Regioni, che hanno un’incidenza superiore a 50 casi settimanali ogni 100 mila abitanti, sarebbero dovute uscire dalla zona bianca, a zero restrizioni, per passare in quella gialla con il divieto, ad esempio, di sedersi a tavola al ristorante in più di quattro persone non conviventi. Ma ora, oltre all’incidenza dei contagi che sono in continua risalita da due settimane in qua e ieri hanno superato quota 5 mila, conteranno, e molto, i tassi di ospedalizzazione, e cioè il numero di posti letto pieni nelle rianimazioni e nelle aree mediche sul totale di quelli disponibili. Sarà questo il parametro prevalente. Per entrare in zona gialla le terapie intensive di una Regione dovranno riempirsi per più del 10% e i reparti ordinari per più del 15%. Le soglie per passare in zona arancione, dove ad esempio bar e ristoranti sono sì aperti ma solo per l’asporto e le consegne a domicilio, sono invece fissate al 20% per le intensive e al 30% per le aree mediche. La zona rossa, una sorta di lockdown light con la chiusura delle attività considerate non essenziali, scatterà invece quando le rianimazioni saranno sature al 30% e i reparti ordinari al 40%. Per ora l’occupazione di posti letto da parte dei pazienti Covid in Italia rimane molto bassa: intorno al 2%, in base al monitoraggio dell’Agenzia nazionale dei servizi sanitari regionali. Cinque regioni sono lievemente al di sopra, al 3%: Toscana, Lazio, Calabria, Sicilia e Liguria. Mentre 7 Regioni non hanno pazienti Covid in area critica. Quanto alle aree mediche sono sempre la Calabria e poi la Basilicata a contare il maggior numero di ricoveri rispetto ai posti disponibili: il 6% è già occupato. Continua, insomma, la divergenza tra nuovi casi e nuovi ricoveri. Ne è testimone il Veneto, che ieri ha segnato oltre 800 casi, ma nessun ingresso in rianimazione. Tra noi e la zona gialla sembra esserci un margine confortevole. Anche i numeri assoluti sembrerebbero confortanti: 1.234 ricoverati in tutta Italia e 158 in terapia intensiva».

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