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GREEN PASS, IL GOVERNO VARA IL DECRETO

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Dunque alla fine il Governo all’unanimità ha varato il decreto che dal prossimo 15 ottobre estende il Green pass a tutti i luoghi di lavoro. Ieri è stato illustrato da quattro ministri: Speranza, Gelmini, Brunetta e Orlando. La sintesi sul Corriere di Sarzanini e Guerzoni.

«Dopo giorni di tensioni e divisioni il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità il nuovo decreto che estende il green pass a tutto il mondo del lavoro, pubblico e privato, a partire dal 15 ottobre e fino al 31 dicembre. Una svolta, che vede l’Italia fare da pioniera in Europa. Ora la certificazione verde è obbligatoria per 23 milioni di persone: lavoratori della Pubblica amministrazione, delle aziende private grandi e piccole, autonomi come i tassisti, baby sitter, colf, badanti. Anche i professionisti, dal 15 ottobre, dovranno avere il passaporto vaccinale. L’imposizione si applica pure «a tutti i soggetti che svolgono a qualsiasi titolo la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato presso le amministrazioni», anche sulla base di contratti esterni. Per essere esentati serve il certificato medico. Molto dure le sanzioni, che arrivano fino alla sospensione dal lavoro e dallo stipendio. Restano aperti alcuni nodi. La prima riguarda il lavoratore in smart working. Al momento non è stato stabilito se deve avere il green pass e dunque lo decideranno i ministri Brunetta e Speranza in apposite linee guida che saranno firmate da Draghi. Rimane da definire anche il periodo di assenza ingiustificata per i magistrati che potrebbe essere di 15 giorni».

Le uniche tensioni registrate nel Consiglio dei Ministri sono quelle tra il ministro della Cultura Franceschini e quello della salute Speranza. In ballo la richiesta di riaprire cinema e teatri al 100 per cento della capienza. Per ora non si farà. Sui giornali invece la scontata opposizione degli anti Draghi. Ecco un contrario Marco Travaglio nel commento in prima sul Fatto:

«Dubbi non filosofici o costituzionali (in casi gravi l’articolo 32 giustifica pure l’obbligo vaccinale), ma pratici. Qual è lo scopo del Green pass? Contenere il più possibile i contagi e dunque indurre il maggior numero di persone a vaccinarsi, visto che i vaccinati rischiano di morire, ammalarsi in forma grave e contagiare altri molto meno dei non vaccinati. Finora gli italiani hanno aderito in massa alla campagna e, stando a Figliuolo, siamo prossimi alla copertura dell’80% dei vaccinabili, sia pur più lentamente delle sue mirabolanti road map. Siccome la campagna prosegue, si può puntare al 90%, sempre senza costrizioni. Che bisogno c’è di forzare la mano all’improvviso, senza uno straccio di dibattito parlamentare, col Super Green Pass e le sue odiose sanzioni (multe, sospensioni dal lavoro, demansionamenti, discriminazioni fra chi può pagarsi i tamponi e chi no)? Perché irrigidire l’ampia fetta di non vaccinati “perplessi”, che attendono di essere convinti, e gettarli con minacce e divieti fra le braccia dei No Vax ideologici? Se siamo i migliori d’Europa, perché tutti gli altri Paesi (peggiori di noi e con più No Vax di noi) non pensano neppure alla tessera verde per lavorare? Se l’80% degli over 12 sono vaccinati e dunque – sempre secondo la vulgata ufficiale – quasi totalmente al sicuro, che problema c’è se incontrano qualche raro non vaccinato con mascherina e distanziamento? Se almeno il governo ci mettesse la faccia con l’obbligo vaccinale, potrebbe punire i fuorilegge: ma, senza l’obbligo, è il governo stesso a riconoscere il diritto a non vaccinarsi. E allora che senso ha imporre a chi lo esercita il pizzo del tampone per lavorare, come – se fra l’altro – tampone e vaccino fossero intercambiabili e non due cose diversissime? Un supplemento di riflessione farebbe bene a tutti. Persino ai Migliori».

Anche Maurizio Belpietro della Verità, dall’altro capo dello schieramento politico editoriale, si è confermato contrario alla misura, presentata per settimane come la catastrofe del Paese:

«Tutto ciò si potrebbe capire se fossimo in emergenza, se cioè avessimo le corsie degli ospedali intasate da malati di Covid e le terapie intensive al collasso. Si potrebbe perfino comprendere se in massa gli italiani avessero disertato i centri vaccinali, rifiutando di sottoporsi all’inoculazione di prima e seconda dose. Ma così non è, visto che l’Italia è uno dei Paesi europei che ha la più alta percentuale di vaccinati. Secondo i dati forniti dal governo, sono oltre 40 milioni i cittadini che hanno ricevuto entrambe le dosi e secondo i calcoli del Sole 24 Ore, con l’attuale ritmo di somministrazioni entro dieci giorni avremo coperto l’80% della popolazione, obiettivo che era stato fissato dal commissario all’emergenza Covid, il generale Francesco Paolo Figliuolo, entro la fine di settembre. Insomma, stiamo perfettamente rispettando la tabella di marcia, ma improvvisamente il governo e gli esperti del ministero della Salute ritengono che questo non basti più. Nemmeno il fatto che le fasce di età ritenute più a rischio (cioè gli italiani con più di 60 anni) abbiano una percentuale che supera largamente l’80% è ritenuto sufficiente e pure il fatto che dai 50 anni in su il tasso di vaccinazione sia al 79,34%. No, ora il traguardo pare essere il 90%, ma forse neppure questo potrebbe bastare a Roberto Speranza e compagni, perché alle seconde dosi si stanno per aggiungere le terze, come in un gioco dell’oca in cui, quando si è prossimi alla meta, si ritorna alla casella di partenza».

Francesco Verderami sul Corriere dedica il suo retroscena alla posizione della Lega, quella più in bilico fra la critica e la responsabilità di governo.

«È che se non alzi la voce non vieni ascoltato», aveva risposto Salvini ai dirigenti del Carroccio. E tutti a dirgli che su quella linea era «il Paese a non ascoltarti più», che la posizione assunta sul green pass non premiava per ragioni scientifiche ed economiche che si riflettevano nei sondaggi elettorali. Così era iniziata l’opera di convincimento del leader leghista nei giorni scorsi, mentre il ministro Giorgetti e i governatori preannunciavano il sostegno al progetto di Draghi per rendere obbligatoria la carta verde nei luoghi di lavoro. E c’è un motivo se – come racconta un autorevole esponente del partito – «nelle ultime quarantotto ore Matteo ha cambiato posizione», se dopo il varo del decreto da parte dell’esecutivo ha assecondato la sua delegazione di governo: «Ha capito che il terreno sul quale lo avevano fatto inoltrare era pericoloso». Chi fossero i cattivi consiglieri non è chiaro, ma il modo in cui ieri Salvini ha sconfessato Borghi che minacciava il ricorso alla Consulta e il fatto che l’eurodeputata Donato abbia scritto un tweet per dire «non mi riconosco nella Lega», testimonia la cesura. Si vedrà se l’ex ministro dell’Interno non cambierà atteggiamento, se non ritornerà a vellicare la parte più radicale e largamente minoritaria del Carroccio. «Lo scopriremo», sospira uno dei maggiorenti, memore del patto che Salvini aveva stretto con i governatori e che aveva subito disatteso alla Camera, «spiazzando tutti». Una mossa che i dirigenti leghisti ritengono fosse stata dettata dall’«insofferenza di Matteo che non ci sta ad apparire estraneo alle decisioni» e «caldeggiata da chi lo circonda e lascia trapelare ipotesi di complotti ai suoi danni nel partito». Da lì è iniziata l’opera di mediazione (e di persuasione), con una cruda analisi della situazione. Perché la Lega di lotta e di governo non paga e per quanto Salvini attraversi senza risparmiarsi lo Stivale, il rapporto con il territorio è sfilacciato, siccome – secondo uno dei maggiori esponenti – «la gente pare demotivata». Certo pesano le scelte per le Amministrative, le preoccupazioni per il voto a Milano che «rischia di rivelarsi per noi un disastro», con i rappresentanti della Lombardia che nei piccoli centri segnalano «il passaggio a Fratelli d’Italia di consiglieri comunali eletti in liste civiche che facevano riferimento a noi». Più in generale è l’immagine di una linea senza un preciso profilo che smarrisce i dirigenti, «perché temi come il ritorno al nucleare vengono affrontati con sortite estemporanee». E nella corsa al consenso, l’incidente è sempre dietro l’angolo. La scorsa settimana non è sfuggito per esempio il modo in cui Salvini ha affrontato l’affaire Afghanistan, quando in tv ha sostenuto che «se il G20 straordinario si tenesse dopo settembre, per Kabul sarebbe tardi», evidenziando i problemi di Draghi sulla soluzione del delicatissimo dossier. Ecco cosa i dirigenti della Lega ritengono vada registrato, dato che non è in discussione la leadership del segretario e nemmeno la permanenza del Carroccio nel governo, qualsiasi sarà il risultato delle Amministrative. «Salvini non ci farà mai il favore di staccarsi dalla maggioranza», riconosce un ministro del Pd: «Spaccherebbe forse la Lega, di sicuro il centrodestra e ci consentirebbe di intestarci Draghi e di eleggerci da soli il capo dello Stato». Certo la scrittura della Finanziaria provocherà turbolenze, ma intanto era necessario chiudere il capitolo green pass. E così è stato. Ieri in Consiglio dei ministri Giorgetti ha presentato delle richieste di modifica al testo, che – a detta dei presenti – «si vedeva come fossero state preventivamente concordate con il premier»: dalle garanzie per gli imprenditori al calmieramento dei prezzi per i tamponi, fino al caso delle discoteche. Certo, dopo il braccio di ferro sul provvedimento «le nostre correzioni – dice un dirigente leghista – paiono una battaglia di retroguardia». Ma è un fatto che l’unico momento di tensione in Consiglio ha avuto per protagonisti Franceschini e Draghi. Con il primo che – parlando a Speranza – ha chiesto la piena capienza per i teatri, e il secondo che – avendo intuito di essere il destinatario dell’affondo – ha risposto: «Non faccio norme ad hoc». «Ma così il governo andrà sotto in Parlamento». «Il Parlamento farà quel che ritiene. Noi prima valuteremo la situazione epidemiologica e poi decideremo». Altre ruggini, altre storie tese. Mica solo Salvini…».

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