Il caso Roggero, una vicenda che divide il Paese
La storia di Mario Roggero entra nel dibattito nazionale il 28 aprile 2021, quando tre rapinatori fanno irruzione nella sua gioielleria di Grinzane Cavour, nel Cuneese. L’assalto dura pochi minuti, ma segna l’inizio di una vicenda giudiziaria destinata a protrarsi per anni.
Nel tentativo di difendersi, Roggero spara mentre i malviventi stanno lasciando il negozio. Due muoiono durante la fuga, un terzo rimane ferito. Da quel momento la ricostruzione di quei secondi diventa il centro di un’intensa controversia pubblica.
I processi e la prima condanna
Il procedimento giudiziario si apre nel 2022.
Il 7 marzo 2023 la Corte d’Assise di Asti condanna Roggero a 17 anni di reclusione.
Su disposizione dei giudici viene effettuata una perizia psichiatrica.
La relazione, depositata nell’estate dello stesso anno, afferma che Roggero era pienamente capace di intendere e volere al momento degli spari.
La questione chiave: esisteva ancora un pericolo?
Il nodo centrale per l’accusa e per la difesa riguarda la legittima difesa.
La legge italiana la riconosce solo in presenza di un pericolo attuale, inevitabile e tale da rendere necessaria e proporzionata la reazione.
Per i magistrati, i rapinatori al momento degli spari erano già in fuga e non rappresentavano più una minaccia immediata.
La conferma in appello
La Corte d’Assise d’Appello di Torino, il 3 dicembre 2025, conferma la responsabilità penale di Roggero.
La pena viene ridotta a 14 anni e 9 mesi, ma la tesi della legittima difesa non viene riconosciuta.
Secondo i giudici, la fase di pericolo si era ormai esaurita, e la reazione del gioielliere non risultava più giustificata dal contesto.
Un dibattito acceso e continuo
La vicenda alimenta un confronto costante nel Paese.
Da un lato, c’è chi parla di esasperazione e insicurezza, ricordando che Roggero aveva già subito diverse rapine.
Dall’altro, chi teme che un’interpretazione troppo ampia della legittima difesa possa trasformare i commercianti armati in potenziali giustizieri.
Una linea sottile difficile da tracciare
Quattro anni di processi non sono bastati a chiudere davvero la vicenda Roggero.
La sentenza d’appello fissa un punto giuridico, ma non placa il dibattito pubblico.
Alla fine resta una domanda che continua a dividere il Paese: quanto può spingersi un cittadino per difendersi, prima di oltrepassare il limite della legge?
È una soglia sottile, che in aula appare chiara. Ma là fuori, nella concitazione di una rapina, quella linea diventa labile, si sposta, si confonde. Ed è proprio in quello spazio incerto che, oggi più che mai, si gioca il confine tra paura e giustizia.



