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IL PAPA OPERATO AL GEMELLI

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Con il passare delle ore si è capito che il ricovero di Papa Francesco al Policlinico Gemelli non è stato poi così di routine. Paolo Rodari per Repubblica sostiene che i medici hanno dovuto cambiare programma durante l’intervento chirurgico. Dalla prevista laparoscopia ad un’operazione a cielo aperto.

«Non è stato un intervento chirurgico semplice, quello a cui domenica pomeriggio si è sottoposto papa Francesco al Policlinico Gemelli per stenosi diverticolare del sigma e quindi con la resezione di un tratto del colon. Ma l’esito è stato positivo. Infatti, non è stata necessaria alcuna colonstomia, in sostanza le due parti del colon sono state ricongiunte subito e senza complicanze. Adesso il Papa, 84 anni, si trova nella sua stanza al decimo piano dell’ospedale, ma come tutte le persone della sua età è con i macchinari della terapia intensiva accesi per motivi precauzionali. Le sue condizioni generali, ha comunicato il portavoce vaticano Matteo Bruni, sono «buone», il Papa «è vigile e in respiro spontaneo». L’operazione è iniziata verso le 18.30, dopo tutta una serie di esami necessari. Sarebbe dovuta durare in tutto circa un paio d’ore. Invece, iniziata in laparoscopia, è durata più di tre, con la necessità anche di operare a cielo aperto. Per colpa, infatti, di un piccolo precedente intervento chirurgico addominale, non è stato possibile infilare i “braccini” robotici che servono per operare. Così si è preferito cambiare metodo. Una settimana prima alcuni gendarmi erano passati al Gemelli per visionare che tutto fosse organizzato nel modo giusto. L’ultimo “sì” all’intervento doveva comunque darlo il Papa il quale, alla fine, ha scelto di optare per i primi giorni di luglio, ovvero l’inizio dei suoi consueti giorni di riposo estivo. Francesco, come già a Buenos Aires, ama riposarsi rimanendo a casa propria, continuando a incontrare gente ma senza udienze ufficiali. La situazione al momento è tranquilla. Al Papa non è venuta la febbre, una possibilità che i medici avevano messo in conto a causa di infezioni che in questi casi possono essere frequenti. Francesco, con ogni probabilità, dovrà restare in ospedale almeno sette giorni prima di poter far ritorno a Casa Santa Marta. Per questo c’è chi prevede che la recita dell’Angelus di domenica prossima possa avvenire col Papa che si affaccia dalle grandi finestre del nosocomio romano, come avvenne per Giovanni Paolo II durante i suoi ricoveri. (…) La stanza del Papa ha grandi finestre che si affacciano sull’ingresso principale dell’ospedale. Lo stesso Giovanni Paolo II, per la sua ripetuta frequentazione, ribattezzò questi luoghi “il Vaticano n. 3”, dopo il Palazzo apostolico e la residenza di Castel Gandolfo. Tanti fedeli in queste ore stanno pregando per Francesco. Anche Benedetto XVI, Papa emerito, si è unito alle preghiere. Monsignor Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia, ha detto: «Papa Benedetto rivolge un pensiero affettuoso e prega fortemente per papa Francesco». E ieri anche il presidente dei Vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha mandato al Pontefice un messaggio augurale: «La attendiamo domenica prossima, dalla finestra del Palazzo Apostolico, per pregare insieme l’Angelus e ascoltare la Sua parola».

Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, commenta nell’editoriale di prima pagina l’operazione a cui si è sottoposto il Papa.

«Domenica 5 luglio, all’Angelus, ha sorriso ancora una volta, dalla romana finestra sul mondo che da qualche settimana è tornata ad aprirsi anche se le soffocanti nubi della pandemia non si sono diradate del tutto. E, ancora una volta, come ogni volta che incontra i tanti o i pochi, ha chiesto: «Per favore, pregate per me». Francesco è fatto così. E ha fatto così pure nel giorno in cui stava andando a operarsi al Gemelli, senza dircelo in quel momento. Anche se in quel momento avrebbe ben potuto annunciarlo, perché il Papa «preso quasi alla fine del mondo» è fatto così. Ma non si vuol scrivere anche qui dell’operazione a cui papa Francesco è stato sottoposto, del problema fisico che – come tanti di noi – ha affrontato, del giusto colore e calore sul «Vaticano terzo», l’eccellente luogo di scienza e di medicina che lo ha accolto e che uomini e donne di fede (con buona pace di chi continua a opporre le une all’altra) continuano a costruire e a custodire. Qui si vuol scrivere di quella richiesta di preghiera, uguale e diversa dalle tante altre che Francesco, anno dopo anno, ci consegna con gentile e familiare semplicità. E non per ragionare sul clamore provocato e sui sentimenti – diciamo così – automaticamente mossi dalla notizia del ‘Papa in ospedale’, ma su ciò che ha suscitato e può ancora suscitare la conferma della naturale fragilità di questo Papa, ottantaquattrenne ma così ‘forte’ da farlo scordare a noi che lo seguiamo e lo ascoltiamo. Qui ci vuol soffermare su quella richiesta ripetuta, e nuova: «Per favore, pregate per me». Ogni volta che glielo sentiamo dire, a tanti di noi sembra un po’ strano che sia il Papa a chiedere preghiere a sostegno della propria umana debolezza e della necessaria forza nel ‘mestiere’ che è chiamato a svolgere. Il Papa, ovvero colui che guida il popolo che riconosce e prega quel Dio che Gesù Cristo ci ha pienamente rivelato. Il leader religioso – come si dice oggi – che più di tutti al mondo (in un mondo in cui ancora e sempre si prega in tanti modi diversi) ‘orienta’ la preghiera che unisce la terra e il cielo. Sembra strano perché parecchi di noi, soprattutto nel Nord del pianeta ricco e disperante, hanno dimenticato persino come si prega e, prima ancora, hanno perso il senso della preghiera (sino a confonderla con gli strumenti che l’accompagnano). Ma sembra strano anche perché un cattolico non dovrebbe aver bisogno di essere chiamato a pregare per il Papa, perché questa preghiera è il ‘regalo’ che la Chiesa – cioè le persone che la costituiscono e la rendono viva – fa da sempre al successore di Pietro. Non c’è liturgia o grande riunione comunitaria in cui non ci sia anche la preghiera per il Papa. Francesco però – e chi lo conosce da tempo, testimonia che questo accadeva pure prima che divenisse vescovo e, infine, pontefice – chiede insistentemente una preghiera personale a ognuno di noi. Un dono piccolo e grandissimo. E magari più di qualcuno l’ha preso come un invito di maniera. Anche perché, nella mentalità comune, sono casomai gli uomini e le donne di Dio che pregano per noi. E per noi speriamo che preghino – come ripetiamo soprattutto in liete o dolorose occasioni solenni – i Santi e le Sante di Dio. Eppure l’invito non è mai stato di maniera, e soprattutto ora non lo è. Sì, proprio adesso dovremmo saper rispondere come sappiamo e possiamo. Nei giorni più terribili del coronavirus, papa Francesco ha pregato per noi come forse nessun altro. Ha trovato e seminato parole giuste e profonde per parlare a Dio e agli uomini e alle donne di ogni dove, ai cristiani e a coloro che nutrono altre fedi. E ha trovato e seminato pensieri come preghiere buoni per tenere per mano coloro che non credono. Tante di quelle preghiere e tanti di quei pensieri in queste ore sono restituiti con gratitudine, e con affetto di figli e di fratelli. È giusto che il Papa lo sappia».

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