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IL PARTITO DEGLI ITALIANI FILO CINESI

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Francesco Verderami in un retroscena per il Corriere torna ad analizzare le conseguenze della presidenza Biden sulla politica italiana.

«Era il 21 gennaio e Conte alla Camera teorizzò l’equivicinanza dell’Italia agli Stati Uniti e alla Cina: dovettero intervenire il capodelegazione del Pd Franceschini e il ministro della Difesa Guerini per imporgli di cambiar registro al Senato e per costringerlo a salutare l’avvento alla Casa Bianca di Biden, che appena il giorno prima aveva prestato giuramento. È evidente allora come in quattro mesi sulla politica estera si sia registrato il tasso di maggiore discontinuità tra Draghi e il suo predecessore. E il ritorno all’ortodossia, declinata su basi nuove, sta costringendo (quasi) tutti i partiti a riposizionarsi. Oggi, per esempio, Salvini non parla più di Putin. Tiene una videoconferenza con l’ex braccio destro di Trump, Giuliani, però – «in linea con il nostro presidente del Consiglio» – precisa che i rapporti tra Italia e Stati Uniti «resteranno ottimi indipendentemente dal colore dell’Amministrazione americana». Non è chiaro se la svolta sia dettata dalla convinzione o dalla convenienza, ma c’è più di un motivo – secondo il responsabile Esteri della Lega Fontana – per sostenere «la linea del premier, che ci ha sorpresi positivamente»: «Fa sponda con la Francia per evitare che la Germania riparta con le logiche rigoriste; sulla Turchia dice cose che noi possiamo solo pensare; nel Mediterraneo si muove per garantire la centralità perduta dell’Italia…». A destra anche la trumpiana Meloni ha provveduto a un cambio di rotta, prima presentando una mozione parlamentare con cui abbraccia la dottrina economica di Biden sulla tassazione delle multinazionali, poi plaudendo alla linea dura sull’immigrazione della vice presidente Harris. E Berlusconi, che dalla sponda dell’Atlantico non si è mai mosso nonostante i suoi rapporti con «l’amico Vladimir», può finalmente ricordare come «da anni ripeto inascoltato quanto la Cina sia per noi una minaccia». Perciò si riconosce nell’azione del premier, a cui il Financial Times ha appena dedicato un articolo, spiegando nei dettagli come abbia agito per impedire al Dragone di mettere le mani su aziende italiane considerate strategiche. Alcune mosse restano riservate, altre vengono mediaticamente amplificate. Ad aprile l’arresto dell’ufficiale di Marina Biot – accusato di spiare per Mosca – fu reso noto con grande risalto proprio per mandare un avvertimento a Putin, come fece intendere Guerini. Non a caso c’è una forte sintonia tra il premier e il titolare della Difesa, ribattezzato «il ministro del deep state», che interpreta la linea più atlantista nel Pd. Lì dove resta un’area ancora legata «a certi vecchi richiami», come spiega un autorevole esponente dem che all’epoca del governo Conte denunciò la presenza di un «partito cinese, assai influente su Palazzo Chigi». Allora a colpire era stato un discorso pronunciato da D’Alema al Forum Euroasiatico: «L’Occidente è una grande potenza che sta vivendo una vecchiaia rancorosa, ostile a tutto il resto del mondo. Alla Russia, all’Iran, alla Turchia, alla Cina». L’elogio che l’ex premier ha riservato l’altro giorno al Pcc fa il paio con quanto sostenne al Forum: «L’Europa ha un compito nei rapporti con gli Usa, rappresentando un territorio dove prevale la cultura, la diplomazia, la tradizione giuridica. Mentre gli americani si sono sempre presentati forti della loro supremazia militare». Lontani i tempi in cui chiamava «Condi» il segretario di Stato di George W. Bush, D’Alema sembra adesso avere una forte influenza ideologica su Grillo e alcuni suoi seguaci».

La politica estera come terreno di scontro fra fazioni, i partiti e i leader se le danno di santa ragione. Ne scrive Michele Serra nella sua Amaca per Repubblica, titolo: Il mappamondo e il mattarello.

«Ma come, non eravamo entrati nel glorioso Evo postideologico? Ci sono dichiarazioni politiche, articoli di giornale e tweet (i modernissimi social!) che hanno la freschezza – anche lessicale – di una mummia. Come se il mondo fosse ancora diviso in due blocchi, che prima si chiamavano capitalismo e comunismo, oggi si chiamano Occidente e non Occidente. Nel secondo insieme, un po’ per praticità, un po’ per fare in fretta, ci si ficca dentro un poco di tutto, dall’Ottomano con la scimitarra a Putin con il polonio, dal comunismo cinese con le tasche piene a quello cubano con le tasche vuote. Poi basta un’occhiata appena meno distratta per scoprire, per esempio, che la scimitarra di Erdogan è un’arma della Nato, e quel fulgido esempio di democrazia che sono i governi ungherese e polacco fanno parte dell’Unione Europea. Che i sauditi sono solidi alleati economici e politici del famoso Occidente, così sensibile ai diritti. Per dire che, se davvero sono diritti civili e democrazia a fare la differenza, no».

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