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LA BATTAGLIA SU TIM È ANCHE POLITICA

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Vicenda Tim. La francese Vivendi rilancia sul prezzo: l’offerta americana non rispecchia i valori reali dell’azienda telefonica. A Piazza Affari i titoli vanno in rialzo del 30%. L’AD Gubitosi è sotto assedio. Mentre il governo dà tre criteri. La cronaca del Corriere

«L’incursione di Kkr rimette Tim al centro dell’attenzione a Piazza Affari. Ieri è scattata una corsa all’acquisto con i titoli ordinari del gruppo telefonico che hanno guadagnato il 30,2% chiudendo a 0,45 centesimi e le azioni di risparmio salite del 29,5% a 0,45 centesimi. I prezzi hanno iniziato ad avvicinarsi agli 0,505 centesimi che il fondo Usa è pronto a offrire con un’offerta pubblica sul 100% del capitale di Tim. La proposta è stata esaminata domenica dal board del gruppo telefonico in una riunione molto animata per via della contrarietà di Vivendi all’offerta americana. Ieri la media company parigina, che controlla il 24,5% del capitale Tim, ha fatto sapere di ritenere «insufficiente» il prezzo offerto da Kkr: «Non rispecchia il valore reale dell’azienda» ha detto un portavoce del gruppo francese. Parole che potrebbero lasciar intendere un interesse di Vivendi a negoziare sul prezzo, cosa che non si può escludere, anche se quello che è emerso nel consiglio di domenica è la contrarietà all’offerta di Kkr. La proposta, almeno per i tempi, ha spiazzato Vivendi che stava spingendo verso un angolo l’ad di Tim, Luigi Gubitosi, con l’intenzione di farlo dimettere. In consiglio i rappresentanti della media company parigina hanno accusato il manager di aver sollecitato la manovra degli americani, che di Tim sono già soci in FiberCop, la società della rete in cui sono entrati un anno fa. Vivendi ha fatto sapere che non intende «al momento reagire in modo ufficiale». Non pensa dunque di contrastare Kkr con una controfferta. Sono circolate voci su contatti con Cvc, smentite dai francesi, che con il fondo Advent si è reso disponibile per un’operazione di sistema su Tim. Di certo Vivendi non resterà ferma. L’idea di spingere Gubitosi alla resa rimane l’obiettivo principale, anche se ora potrebbe essere più difficile. Ma ancora più difficile potrebbe essere fermare Kkr. Domenica il ministero dell’Economia ha emesso una nota su Tim che non era certo ostile nei confronti del fondo Usa. Tra i soci e nel consiglio del gruppo telefonico c’è Cassa depositi e prestiti, controllata del Mef. Venerdì è in programma un consiglio straordinario di Tim, chiesto una settimana fa dalla maggioranza dei consiglieri dopo che si era mosso il collegio sindacale per manifestare al board preoccupazione. Il giorno prima a Roma arriverà il presidente francese, Emmanuel Macron, per firmare il Trattato del Quirinale Italia-Francia. Tra l’inquilino dell’Eliseo e il patron di Vivendi, Vincent Bollorè, non corre buon sangue e Tim ora è anche un tema politico. Il consiglio è stato convocato per una verifica sulle strategie alla luce dell’ultima trimestrale che ha mostrato criticità. È scontato che Vivendi torni a far sentire la sua voce e potrebbe anche tentare di sfiduciare l’amministratore delegato, il quale vorrebbe invece procedere alla nomina degli advisor per l’Opa. La sostituzione del management sarebbe funzionale a controllare direttamente le trattative. Ma i francesi non hanno la maggioranza nel board e, anche se quasi tutti i consiglieri hanno seguito il collegio sindacale sulla richiesta del consiglio straordinario, davanti a una mozione di sfiducia l’esito sarebbe tutt’ altro che scontato».

Secondo Stefano Cingolani sul Foglio è la rivincita di Bolloré, il patron di Vivendi. Oggi molto apprezzato da Salvini. E forse anche da Draghi, se il futuro di Tim è senza l’attuale AD Gubitosi. Ma non è che Macron tifa per il fondo americano Kkr?

«Vivendi, il socio numero uno di Tim con quasi il 24 per cento, non intende aderire all’offerta del fondo Kkr: “E’ totalmente insufficiente”. La Borsa gongola, i piccoli azionisti che hanno visto il titolo crollare da un euro quando Vincent Bolloré è diventato il socio numero uno ai 34 centesimi di venerdì scorso, si fregano le mani: una bella battaglia tra colossi può portare frutti copiosi. E’ il mercato bellezza e il mercato produce effetti spesso sorprendenti, come, ad esempio trasformare i francesi considerati feroci predatori di ricchezze italiche da un ampio schieramento nazional- populista, in interlocutori affidabili. Secondo una ricostruzione della riunione del Cda di domenica scorsa, l’amministratore delegato Luigi Gubitosi avrebbe voluto accelerare i tempi, ma i due rappresentanti di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine e Frank Cadoret, con il sostegno di altri tre consiglieri indipendenti, avrebbero frenato. A Vivendi i 50 centesimi proposti da Kkr non bastano, ma non è solo una questione di prezzo (circolano già possibili mediazioni sopra gli 80 centesimi): vuole la poltrona dell’amministratore delegato il quale per difendersi ha aperto le porte al fondo americano. Ci sarà una nuova seduta probabilmente venerdì, però la ricerca del sostituto è già cominciata con la società specialista Spencer Stuart. Si fanno alcuni nomi: Pietro Labriola che guida Telecom Brasile, Stefano Siragusa capo della finanza e tra gli esterni si parla di Aldo Bisio responsabile per l’italia di Vodafone gestita a lungo da Vittorio Colao attuale ministro della Transizione digitale. Matteo Salvini ( anche lui francofobo pentito?) adesso appoggia la richiesta di Bolloré i cui portavoce ammorbidiscono i toni: “Non abbiamo nulla contro Kkr, lo consideriamo un fondo amico e ci sono ottimi rapporti. Potremmo operare bene insieme, a loro interessa l’infrastruttura a noi i servizi”, fanno sapere fonti transalpine che invitano a leggere bene le dichiarazioni ufficiali rilasciate ieri: “Vogliamo lavorare con il governo e le altre istituzioni. Noi siamo azionisti di lungo termine”. Il governo italiano si è dichiarato neutrale e ha posto tre vincoli: la rete, la sicurezza, l’occupazione, lasciando sullo sfondo la possibilità di usare il golden power. Ma il governo non è solo arbitro, è anche l’azionista della Cassa depositi e prestiti la quale possiede il 9,8 per cento di Tim ( il presidente Giovanni Gorno Tempini siede nel cda) e controlla Open Fiber la società che deve portare la fibra ottica in tutto il Paese. Proprio Cdp potrebbe diventare lo snodo principale dell’intera partita uscendo da Tim che ha solo prodotto perdite. “Con Kkr e la Cassa potremmo avviare un percorso per esempio sulla rete”, dicono ancora le fonti francesi. C’è di mezzo la Ue che vuole una rete aperta a tutti e neutrale senza un azionista dominante, tanto meno l’ex monopolista Tim, tuttavia si potrebbero avere in una prima fase due società: Open Fiber concentrata sulla fibra ottica e una compagnia nella quale far confluire la rete primaria di Tim e l’ultimo miglio oggi in FiberCop della quale è azionista anche Kkr. A Tim restano le connessioni mobili in Italia e in Brasile (dove ha da poco venduto la rete fissa). Probabilmente occorre riflettere anche su dove collocare Sparkle (i cavi internazionali) e i data center. In una fase successiva si vedrà se formare o no quella “Terna” delle infrastrutture telecom che non piace a Colao, ma trova favorevole Giancarlo Giorgetti. Bolloré non getta la spugna. La sua campagna d’italia gli ha provocato più guai che altro. E’ stato bloccato dalla politica e dai magistrati, il tentativo di prendere il controllo di Mediaset per creare una “Netflix europea” è fallito, da Mediobanca si è via via ritirato. Adesso vorrebbe che la partita delle telecomunicazioni finisse sul tavolo delle relazioni italo- francesi. Giovedì verrà firmato al Quirinale il trattato bilaterale che ha implicazioni anche economiche e industriali ( soprattutto nella difesa), il presidente Emmanuel Macron incontra Draghi. A côté potrebbe essere discussa anche l’opa americana su Tim? Difficile che Draghi, a questo punto, si sbilanci. Troppo presto, il mercato deve fare il suo corso».

Stefano Folli su Repubblica constata che la battaglia su Tim non è solo strategica per l’economia. Ma anche per la politica, interna e internazionale.

«Sulle manovre di palazzo che preparano la disputa sul Quirinale è piombato come un meteorite l’affare Tim-Krk. È una questione di mercato ma ovviamente anche e forse soprattutto politica, visto che si parla del settore strategico delle telecomunicazioni. E si capisce che sono in campo potenti interessi americani, da un lato, e francesi, dall’altro. La vecchia immagine dell’Italia come terra di conquista è abusata e probabilmente poco adatta a descrivere quello che sta accadendo, tuttavia il tema di come reagire – e prima ancora, se reagire – è all’attenzione di Palazzo Chigi. Ambienti del ministero dell’Economia hanno guardato al bicchiere mezzo pieno: il fatto che “investitori stranieri manifestino interesse per le aziende italiane” è la prova che il nostro sistema è sano e attrae capitali. Tuttavia in questo caso sono in gioco numeri talmente grossi che gli interrogativi appaiono altrettanto rilevanti. E non tutti trovano una risposta immediata. È una fase d’incertezza e non potrebbe essere altrimenti, per cui le forze politiche nel loro complesso cercano di guadagnare tempo, liete di lasciare che sia Draghi con i suoi collaboratori a sbrogliare la matassa. Ne deriva che si fanno riferimenti generici al golden power come a un paracadute di sicurezza; si chiede che il Parlamento sia interpellato al più presto ed è una corretta esigenza, a meno che non diventi invece un modo per nascondere la mancanza di idee. Comunque sia, la reazione prudente della politica serve anche a evitare lacerazioni. Un dibattito pubblico che propone ogni giorno conflitti su dettagli spesso ininfluenti, stavolta è attento alle parole. Al punto che non si registrano distanze troppo grandi tra sinistra e destra, unite sotto l’ombrello della maggioranza di semi-unità nazionale. Ad esempio, un esponente del Pd – Misiani, responsabile del settore Economia – ha ricordato che le reti delle telecomunicazioni “sono un punto chiave del Pnrr e un asset strategico per il Paese”; quindi la vicenda va seguita avendo come priorità “l’occupazione e la sicurezza nazionale”. E in fondo anche Salvini dice qualcosa di simile quando afferma di temere “uno spezzatino”, ossia la frantumazione dell’azienda, per cui a suo avviso “servono un piano industriale e un partner che valorizzino l’azienda, non un’operazione finanziaria”. A voler leggere tra le righe, Salvini abbozza un’analisi che può piacere a Vivendi, mentre altri stanno alla finestra, vale a dire al di sopra della mischia. Ma non potranno restarvi a lungo perché è difficile immaginare una conclusione pacifica della battaglia in atto. Non c’è un nesso diretto, naturalmente, ma il cronista non può fare a meno di notare quello che si muove sullo sfondo. In primo luogo, la firma a giorni del famoso Trattato del Quirinale tra Italia e Francia, vale a dire la conferma di un rapporto privilegiato tra le due nazioni (anche su questo il Parlamento dovrebbe essere coinvolto). E in un cerchio ancora più largo ci sono i sussulti politici Oltralpe. Bolloré, impegnato a difendersi dall’americana Kkr nella Tim, è anche uno dei maggiori protagonisti della campagna elettorale francese: Zemmour, il quasi candidato della destra non rappresentata dai partiti, gode del sostegno del finanziere e attende solo di rendere ufficiale la sua sfida a Macron. Questi ha ottime amicizie in Italia e conta anche sul loro aiuto per restare all’Eliseo. Affari e politica s’intrecciano come non mai».

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