16.8 C
Napoli
sabato 6 Dicembre 2025 - 16:41
HomeAttualità“La borghesia del dato: come il potere economico si è spostato dai...

“La borghesia del dato: come il potere economico si è spostato dai capitali industriali ai capitali informazionali: rileggere Marx nella società del 2025”

-

Nel 2025 Karl Marx torna a essere sorprendentemente attuale. Non per nostalgia ideologica, ma perché il capitalismo digitale riproduce nuove forme delle stesse dinamiche che lui descriveva due secoli fa. E i numeri lo confermano.

Oggi la “fabbrica” è una piattaforma, e il vero potere appartiene a chi controlla dati, algoritmi e infrastrutture. Secondo le principali analisi di mercato, il 70% del traffico digitale globale passa per infrastrutture di tre sole aziende, mentre il 90% dei contenuti visibili sui social è regolato da sistemi di raccomandazione completamente opachi agli utenti.

In questo nuovo assetto del potere, la frase ricorrente è semplice e spietata:
“Possiedi la macchina, ma non la guidi.”

Hai uno smartphone, ma non controlli gli algoritmi che regolano ciò che vedi.
Hai un profilo social, ma non puoi influire sulle logiche che distribuiscono i contenuti.
Accedi ogni giorno a piattaforme indispensabili, ma non puoi negoziare le regole che le governano.

Su questa linea di frattura prende forma una categoria emergente: il proletariato cognitivo, composto da creator, freelance, rider e professionisti digitali. È una classe invisibile, ma enorme: in Europa più di 28 milioni di persone dipendono direttamente dalle piattaforme per reddito, visibilità o opportunità professionali.

Chi controlla questi sistemi non si limita a distribuire lavoro: decide cosa vale, cosa emerge e cosa scompare.

A tutto questo si aggiunge una nuova forma di alienazione, più sottile e pervasiva: l’alienazione algoritmica. Gli utenti non conoscono i principi che determinano la loro visibilità; ogni modifica del sistema può ribaltare in un attimo anni di attività. Secondo le indagini più recenti sul settore dei creator, il 65% dichiara di aver subito un calo improvviso e inspiegabile dell’engagement a seguito di cambiamenti algoritmici.

Ma l’impatto non è solo economico: è identitario. Sempre più persone lavorano costruendo versioni impeccabili di sé, calibrate per piacere alla piattaforma più che per rispecchiare la realtà. È un lavoro nel lavoro, che genera distanza emotiva, disorientamento, un senso crescente di non appartenenza. La versione digitale di noi stessi finisce spesso per non assomigliare più a quella reale.

E così, dietro la promessa di un mondo meritocratico e fluido, riaffiora un conflitto di classe silenzioso: chi produce valore ne trattiene sempre meno, mentre chi gestisce l’infrastruttura digitale accumula potere in misura crescente.

Nel 2025 Marx non offre soluzioni immediate, ma una lente di lettura straordinariamente utile. Le piattaforme sono le nuove fabbriche; i dati, le nuove materie prime; gli algoritmi, le nuove macchine. E il suo interrogativo – tradotto nel linguaggio del nostro tempo – diventa la domanda cruciale della nostra epoca.

La sfida è urgente e non più rimandabile: come tornare a governare gli strumenti che dirigono le nostre vite, prima che diventino meccanismi autonomi nelle mani di pochi?

Articoli correlati

- Advertisment -