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martedì 23 Aprile 2024 - 03:57
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LA SPERANZA DEI 5 STELLE

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Il tempo sembra giocare a favore di una riconciliazione fra Grillo e Conte. Almeno questa è la speranza diffusa nel Movimento. Luca De Carolis sul Fatto:

«Il tempo della mediazione è quasi scaduto, ma dentro al Movimento Cinque Stelle sono tutti d’accordo: questa storia non può chiudersi così. La conferenza stampa con cui Giuseppe Conte risponderà alle accuse che Beppe Grillo gli ha rivolto di fronte all’assemblea dei parlamentari è confermata per il pomeriggio di domani. E fino a ieri sera, nulla era cambiato nelle posizioni di uno e dell’altro: l’ex premier sempre convinto che col nuovo Statuto debba nascere un M5s che parli con una voce sola, il garante fermo sull’idea che il movimento vada governato da una diarchia in cui lui, il fondatore, non può essere ridotto a un semplice “custode dei valori”. Il punto che adesso tutti hanno chiaro, però, è che nella guerra dei due Beppe, quelli che rischiano di rimetterci davvero, sono tutti quelli che non hanno un passato – figuriamoci un futuro – né come showman né come avvocato. Perché la strada dell’ipotetico nuovo partito guidato dall’ex presidente del Consiglio è ancora tutta da scrivere, mentre quella eventualmente immaginata da Grillo per il “suo” Movimento è già segnata: oggi c’è e vuole fare il leader, domani chissà. L’unica garanzia di sopravvivenza è continuare a tenerli insieme, altrimenti, per dirla con il deputato M5S Francesco Silvestri, “è come avere un poker d’assi ad un tavolo da gioco e passare la mano”. Per questo, ieri, è stata la giornata delle telefonate e degli appelli, dei tentativi di riavvicinare i due che da soli non riescono a parlarsi. Ci sono i mediatori in prima linea, a cominciare dal ministro Stefano Patuanelli e dalla vicepresidente del Senato Paola Taverna; quelli che lavorano dietro le quinte, come l’ex socio di Rousseau Pietro Dettori; c’è chi si prodiga in messaggi pubblici, come il ministro Luigi Di Maio, che ieri ha chiesto una tregua, perché le “decisioni” vanno prese in nome del “bene che tutti vogliamo al Movimento”. È un appello, il suo come quello di molti altri, a non far precipitare le cose: convincere Conte, insomma, a fare una conferenza stampa dal finale aperto, senza tirare conclusioni affrettate. Il punto è che serve ancora tempo per convincere Grillo, per fargli capire che l’accordo con Conte va trovato. Raccontano che il fondatore abbia capito che i toni usati nell’assemblea di giovedì siano stati un filino esasperati. Ma raccontano pure che non siano gli sfottò e le imitazioni acchiappa -risata ad aver scoraggiato Conte. Nella telefonata di giovedì, quando Grillo gli ha chiesto di “non dare retta alle agenzie”, l’ex premier lo ha gelato: “Il problema non sono le agenzie, il problema è che tu quelle cose le hai dette”. Non vuole scuse, l’avvocato, non è una questione di offese. In ballo c’è la sua “agibilità politica” nei 5 Stelle, che può essere garantita solo da uno Statuto in cui i ruoli del capo e quelli del garante siano definiti e non sovrapponibili. È un fatto di norme, insiste l’ex premier. E non è un caso che gli emissari della mediazione, per provare a convincere il fondatore, l’abbiano presa alla larga: non chiamano direttamente a Genova -considerando inutile discutere con Grillo di codici e cavilli ma si rivolgono ai suoi legali, quelli che lo hanno aiutato a scrivere con la penna rossa i “rilievi” alla bozza di Statuto scritta da Conte. Persone di cui Grillo si fida e che quindi, ragionano i mediatori 5 Stelle, potrebbero convincerlo della bontà delle richieste dell’aspirante capo. Per questo serve tempo e per questo tutti chiedono a Conte di non chiudere subito la porta: nel discorso di domani, gli suggeriscono, vanno illustrate tutte le ragioni per cui non è possibile accettare le condizioni di Grillo, ma va lasciato aperto uno spiraglio per il “ravvedimento operoso”. “Non si deve impuntare”, è il succo di chi teme che Conte si presenti davanti ai giornalisti e pronunci il suo “non ci sto”. Ma d’altro canto, per lui e per i suoi consiglieri, resta difficile immaginare che la convivenza con Grillo – anche se si dovesse superare lo stallo di questi giorni – non gli riservi altri colpi bassi in futuro. Fidarsi, dopo quello che è accaduto, ormai è praticamente impossibile».

Claudio Bozza racconta sul Corriere che ci sono in campo almeno tre mediatori per arrivare ad un cessate il fuoco fra Grillo e Conte. Il sociologo De Masi fra l’altro viene intervistato dal Fatto e più o meno conferma.

«Tre ambasciatori di peso in campo per tentare l’ultima, disperata, mediazione tra Beppe Grillo e Giuseppe Conte. La clessidra si sta esaurendo: la tensione è altissima, anche perché ai vertici del Movimento hanno capito che la guerra interna potrebbe trasformarsi in una frana politica insidiosa per gli equilibri della maggioranza che sostiene il governo Draghi. E così, oltre al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, già capo politico grillino, è sceso in campo anche il presidente della Camera Roberto Fico, leader degli «ortodossi». E il terzo «moschettiere grillino» intervenuto con l’estintore per raffreddare gli animi, secondo quanto racconta l’AdnKronos , sarebbe il sociologo Domenico De Masi, molto vicino a Grillo: «Bisogna aspettare un paio di giorni per capire», dice. Dopo 48 ore con colpi di artiglieria pesante, ieri è stata la giornata del silenzio. «È il segno che si è aperto uno spiraglio, seppure minuscolo, nella trattativa», è il messaggio che arriva da più parlamentari. Si lavora per cercare un equilibrio che consenta ai litiganti di trovare un compromesso che entrambi possano narrare come «nobile». «Insieme abbiamo affrontato diverse fasi, anche le più difficili e complicate, ma le abbiamo sempre superate usando testa e cuore: rimaniamo uniti», è il messaggio velato di ottimismo che arriva da Di Maio. Il ministro degli Esteri, rientrato dalla Slovenia, si è chiuso nel suo ufficio e da lì ha giocato le sue carte, tentando di sfruttare quel filo rimasto intatto con «Beppe». Ma è proprio dal garante, in una giornata di comunicazioni interrotte, che arriva un messaggio criptico. Grillo, infatti, ha scelto di pubblicare sul suo blog un articolo del New York Times firmato dal neuroscienziato José María Delgado García: una dotta dissertazione che nella sostanza dice che non esiste il libero arbitrio e che molte delle decisioni che prendiamo il più delle volte vengono prese inconsciamente. «Siamo liberi di decidere?», è appunto il titolo del post pubblicato su beppegrillo.it. Un messaggio all’ex premier? Ça va sans dire. Anche perché, adesso, la palla passa proprio a Conte, che ha fissato una conferenza stampa per domani a Roma. Un paletto, oltre al quale sarà difficile andare. Poi il bivio: scissione, con nascita di un partito di Conte, oppure arriverà a sorpresa una ricomposizione della profonda frattura con Grillo? Di sicuro, in uno scenario di pace ritrovata, per l’ex premier sarebbe essenziale un segnale, un riconoscimento da parte di Grillo della fiducia riposta nella possibilità di Conte di rilanciare il Movimento, senza mandare a gambe all’aria l’intero progetto di rifondazione».

Maurizio Belpietro nell’editoriale per La Verità mette in guardia sulla presunzione da sondaggi e ricorda l’esempio di Mario Monti. Il 15 per cento di oggi domani può svanire.

«A gonfiare l’ambizione dell’ex avvocato del popolo sono i molti sondaggi che vengono fatti circolare. Anche in questo caso si parla di risultati a doppia cifra. C’è chi dice il 15%, chi addirittura immagina il 20. Voti rubati ai 5 stelle e anche al Pd. L’ex premier avrebbe già pronto il simbolo e pure la squadra del nuovo Movimento e in prima fila, ovviamente, ci sarebbe il mitico Rocco Casalino, ovvero l’ex portavoce, l’uomo che si fece ritrarre seduto al tavolo con Angela Merkel quasi fosse egli stesso un capo di governo. La verità è che la politica è una brutta bestia, e per quanto uno si sforzi di dire che è un semplice cittadino prestato alle istituzioni o, come disse Conte, che non è un uomo per tutte le stagioni, una volta assaporato il potere non si è più disposti a rinunciarvi. Si può essere stati per quasi tutta la vita rettore della Bocconi o professore universitario apprezzato, ma quando si depositano le terga sulla poltrona di capo dell’esecutivo e ci si accomoda accanto ai potenti della terra durante i vertici internazionali, ci si monta facilmente la testa ed è poi difficile, se non impossibile, smontarsela, cioè ritornare alla vita di prima, tranquilla, gratificante, ma grigia e senza le telecamere e le strette di mano. Succede a tutti, in particolare a chi non ha fatto la gavetta politica, ha cioè ricevuto la nomina dall’alto, quasi per caso. Soprattutto succede se non si è conquistato il consenso popolare, ma lo si è ottenuto in dono insieme con il ruolo istituzionale. Può darsi che mi sbagli, ma presto Conte potrebbe scoprire che i milioni di italiani che immagina pronti a seguirlo e a riportarlo a furor di popolo alla guida del Paese, sono solo nella sua testa e in quella dei cortigiani che fino a ieri lo hanno blandito, alcuni dei quali, per ideologia o miopia, non smettono di blandirlo neppure ora. Insomma, nel suo caso, più che parlare di Conticidio, parlerei di suicidio. Consumato dall’alto di troppa presunzione».

Antonio Padellaro, rispondendo ad un lettore del Fatto, offre un consiglio all’ex premier Conte: aspettare. Che “Giuseppi” vada in vacanza e attenda che le cose si chiariscano.

«Accettare la convivenza con Grillo? Oppure scappare a gambe levate e fondare un partito? E se invece la soluzione per Giuseppe Conte fosse soltanto: saper aspettare? Il grande giornalista Ryszard Kapuscinski, dopo aver girato il mondo e raccontato guerre, rivoluzioni, colpi di stato, condensò in una frase la sua esperienza: “L’essenziale, in politica, è sapere aspettare: il più bravo a farlo vince la partita”. La scoperta dell’acqua calda? Non tanto visto che viviamo nell’età dell’immediato, dove ogni giorno, ogni ora, ha la sua pena e il suo tweet, altrimenti si dimenticano che esisti. Questo dice la vulgata social, ma non è (più) vero. Dopo un lungo, insopportabile frastuono oggi il silenzio, proprio perché rarissimo come l’iridio, è la merce più quotata al mercato della comunicazione. Un apparente ossimoro di cui Mario Draghi è il campione indiscusso. Non dice mai (quasi) niente ma lo dice benissimo. Prendiamo le presenze televisive: i cosiddetti leader continuano a pensare che l’occupazione dei talk sia il concime del consenso. Ma non è (più) così da molto tempo, come dimostra la mediocrità degli ascolti. La pandemia ha falciato vite umane e vecchie abitudini. Oggi la rissa tv, il darsi sulla voce, il partito del partito preso producono nel pubblico imbarazzo e tristezza. Stravincono la capacità di argomentare, l’equilibrio, la pacatezza, l’ironia, che quando è autoironia spacca. Certo che la virtù dell’attesa è antica come il potere: Giulio Andreotti ne fu il campione quando si assentava per anni sicuro che prima o poi lo avrebbero richiamato. Allora c’era la Dc dei veleni e dei pugnali. Oggi c’è la marmellata M5S. Dia retta professor Conte, si goda una meritata vacanza. Ne approfitti per girare l’Italia e per ascoltare gli italiani. Non per raccogliere voti ma per conoscere. Già a settembre potrebbe essere cambiato molto. Machiavelli: “Non c’è nulla di più difficile da gestire, di esito incerto e così pericoloso da realizzare dell’inizio di un cambiamento”. Ecco, visto che il cambiamento non l’hanno voluto da lei, che se la sbrighi l’Elevato».

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