Alla Camera la ministra Lamorgese ha completato ieri la ricostruzione di quanto accaduto nell’assalto alla Cgil. Ha fatto anche autocritica ma ha respinto l’accusa gravissima di “strategia della tensione”. Ha promesso che ora non saranno più permesse violenze in piazza. Marco Galluzzo spiega sul Corriere il metodo Trieste.
«Luciana Lamorgese, prefetto in pensione, 68 anni, una carriera interamente dedicata alle istituzioni, da poco più di due anni si trova al centro dei riflettori pur lavorando lontano dalla ribalta. Non usa i social, non va in tv, non fa dichiarazioni. Per oltre un anno ha dovuto mediare fra Cinque Stelle e Lega, oggi continua a gestire spinte politiche contrapposte, con lo spirito di sempre: tenersi lontana dalle polemiche, rispondere nel merito alle critiche, rivendicare quando serve, ammettere gli errori quando è impossibile fare altrimenti. La giornata di ieri in Parlamento è stato il riflesso di questo habitus. Il ministro ha riconosciuto che le cose sono andate storte a Roma, con l’irruzione alla sede della Cgil, ma ha rivendicato il successo dello sgombero del porto di Trieste. Poi ha mandato due messaggi: le violenze del 9 ottobre non si ripeteranno più, dunque tolleranza zero d’ora in poi. A Trieste sono stati usati idranti e lacrimogeni, la scena si ripeterà se sarà necessario. Secondo punto: non è finita qui. «Le prossime settimane», dice il titolare del Viminale davanti a deputati e senatori, mentre si trova su un metaforico banco degli imputati, saranno molto impegnative, e non solo perché a fine mese ci sarà il G20, con venti delegazioni internazionali e almeno 400 persone da proteggere, ma anche perché le manifestazioni non sono certo terminate. A Milano siamo arrivati alle tredicesima protesta contro il green pass, altri appuntamenti di piazza sono previsti nei prossimi a giorni a Roma, a Trieste come in altre città. È in questo caso una sottovalutazione, come quella accaduta a Roma, non potrà ripetersi. Sulla linea dura il ministro ha un mandato pieno da parte di Mario Draghi. L’Italia si appresta ad essere una vetrina internazionale per due giorni, a fine mese, con venti capi di Stato e di governo che alloggeranno in svariati punti della Capitale, con una delegazione americana, guidata dal presidente Joe Biden, che sfiorerà le cento unità, non molto lontano da quella russa. E tutti concentrati contemporaneamente in un centro urbano complesso: sarà quasi un rompicapo per le nostre forze di sicurezza. Anche su questo punto il ministro non si tira indietro: mentre riceve l’accusa che più brucia, che ritiene «inaccettabile», quella di aver in qualche avallato o coperto una presunta strategia della tensione, risponde accennando al grande lavoro di sicurezza, sistemico, che è già in corso, proiettato verso il summit internazionale. Sono coinvolti i nostri servizi di sicurezza e sono in corso contatti costanti con i Paesi europei da cui potrebbero muoversi manifestanti con intenti non proprio pacifici, in primo luogo Spagna, Germania e Spagna. Verranno schierate diverse migliaia di unità delle forze dell’ordine, con l’ausilio di almeno 500 militari, oltre alla consueta copertura aerea per eventi come un G20. Per garantire che tutto fili liscio il dispositivo sarà di massima allerta. Ma soprattutto ci saranno diverse regole di ingaggio per l’ordine pubblico: non ci sarà tolleranza di fronte alla violenza. I contestatori dei gruppi più estremisti – dagli anarcoinsurrezionalisti ai neofascisti – saranno fermati con ogni mezzo. Blindati, idranti, agenti in tenuta antisommossa, saranno schierati proprio per evitare che possa ripetersi quanto è successo a Roma con l’assalto alla Cgil e i successivi scontri al centro della città. Insomma se lei è sotto attacco, sarà anche lei a decidere come agire. Anche tenendo conto che la delega alla pubblica sicurezza è del sottosegretario Nicola Molteni, uno dei fedelissimi di Matteo Salvini».
Mattia Feltri sulla prima pagina della Stampa ricorda che a Trieste lo sgombero dei manifestanti è frutto anche di una norma a suo tempo re-introdotta da Salvini.
«Oggi sono proprio contento perché per una volta sono d’accordo con Matteo Salvini. E voglio dirlo con gioia, voglio urlarlo al mondo: per una volta Salvini ha ragione! Ha mille volte ragione quando chiede al ministro dell’Interno che bisogno ci fosse di usare idranti e fumogeni contro i pacifici manifestanti di Trieste. Io non condivido nulla della manifestazione dei no green pass, però, accidenti, ci sarà pure il diritto al dissenso in questo Paese, sì o no? E come è possibile trasformare una protesta non violenta in un fatto delinquenziale? Eh, come è possibile poi me lo hanno spiegato: perché il blocco stradale – e a Trieste bloccavano la strada – è un reato. Fu introdotto nel 1948 e prevedeva da uno a sei anni di reclusione, ma nel 1999 lo avevano depenalizzato per l’esigenza di contemperare il diritto di manifestare col diritto alla mobilità. Dunque, dal ’99, soltanto una multa. Finché un ministro dell’Interno non decise che i due diritti col cavolo che stavano sullo stesso piano: chi manifesta rompe le scatole a chi va a lavorare, disse. E il blocco stradale tornò a essere reato. Ma siccome ormai le cose si fanno con gusto draculesco, la pena massima fu innalzata a dodici anni. Vabbè, avete già capito chi era il ministro. Proprio lui: il nostro caro Salvini. E poiché gli avvocati, i sindacati e i giornali dissero che era una roba cinese, Salvini rispose a modo suo: siete delle zecche! Così i poveri manifestanti di Trieste, difesi da Salvini, rischiano di finire in galera grazie a Salvini, che fa finta di non saperlo. Ecco spiegato in poche righe come i populisti fanno del male soprattutto ai populisti».











