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martedì 23 Aprile 2024 - 04:12
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LAMPI DI FIDUCIA TRA BIDEN E PUTIN

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È stato Vladimir Putin a tirare fuori una citazione di Lev Tolstoj sui “lampi di felicità” che ci sono nella vita. Nel faccia a faccia con Biden ci sono stati “lampi” di fiducia reciproca. La cronaca di Paolo Valentino sul Corriere.

«La ricerca della felicità non è l’obiettivo dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Né il vertice di Villa La Grange porta a risultati concreti, lasciando irrisolti tutti i punti critici che li dividono. E tuttavia, tre ore di colloqui accendono un lampo di speranza che tra Mosca e Washington possa riprendere e consolidarsi un «dialogo pragmatico basato sui rispettivi interessi» e mirato a costruire fiducia reciproca. Non c’era amicizia prima e non c’è neanche dopo, tra Joe Biden e Vladimir Putin. Ma dall’incontro del Lemano emergono uno sforzo di civile comprensione e un disegno distensivo, che riporta a regime le relazioni diplomatiche con il ritorno degli ambasciatori nelle due capitali e promette la ripresa di trattative per la stabilità strategica e il disarmo nucleare, tema sul quale il Cremlino rimane per la Casa Bianca interlocutore imprescindibile per la sicurezza collettiva. È stato un summit dove il linguaggio ha probabilmente contato più della sostanza. Sia Putin che Biden sono stati attenti a evitare dure polemiche, pur marcando i loro dissensi. Il presidente russo ha elogiato il capo della Casa Bianca come «partner costruttivo, equilibrato e di grande esperienza», definendo i colloqui «privi di ostilità». Biden, che ha iniziato la sua conferenza stampa quando l’altro ha finito, ha detto «che non ci può essere alcun surrogato al dialogo personale tra i leader di due Paesi potenti e orgogliosi», notando che il tono delle conversazioni è stato «buono e positivo» e che anche i disaccordi sono stati espressi senza iperboli e attriti: «Non ci sono state minacce – ha commentato il leader americano – ma ho spiegato al presidente Putin che gli Stati Uniti risponderanno a ogni violazione della sovranità democratica, loro e dei loro alleati».

Anna Zafesova sulla Stampa analizza le parole di Putin nella conferenza stampa subito dopo il vertice a due:

«Quel signore voleva consapevolmente venire arrestato». Vladimir Putin non chiama di nuovo Alexey Navalny per nome, in quella che è ormai una scaramanzia ossessiva, e gli dà perfino la colpa di essere tornato in Russia nonostante sapesse che lo aspettavano le manette. Dopo il laconico incontro con Joe Biden, il Presidente russo si precipita dai giornalisti per raccontare, per primo, la sua versione del mondo. Un’ora dopo, il capo della Casa Bianca dirà di aver promesso «conseguenze devastanti» se il capo dell’opposizione russa morirà in carcere, e alcune fonti moscovite avevano insistito alla vigilia che Putin avrebbe negoziato con Biden un rilascio con esilio per Navalny, da scambiare contro russi detenuti negli Usa, ma Putin prima preferisce non sentire la domanda dell’inviato della CNN, e poi gli replica dicendo che il suo avversario è in carcere «perché ha fatto quello che aveva voluto fare». Poi aggiunge che «quel cittadino» aveva violato la legge, «andando all’estero per cure mediche» e ignorando l’obbligo di firma cui era soggetto in patria: non una parola, nemmeno di smentita, sull’avvelenamento con il Novichok. Ancora prima del vertice di Ginevra, Cremlino e Casa Bianca avevano concordato di evitare una conferenza stampa congiunta, e se alla vigilia alcuni giornali americani avevano ipotizzato che la decisione fosse dovuta al ricordo dell’imbarazzante duetto Trump-Putin, ieri sera è diventato chiaro che il presidente russo e quello americano semplicemente non possono coesistere nello stesso spazio mediatico. Non sono d’accordo praticamente su nulla. Il presidente russo si concede volentieri ai giornalisti, quasi li incoraggia a altre domande, evidentemente ansioso di ribadire tutte le sue idee, che forse non hanno trovato sufficiente ascolto negli interlocutori americani. Ripete i grandi classici della propaganda del Cremlino, come il «sanguinario colpo di Stato in Ucraina», o le accuse all’America di aver ordinato massacri in Iraq e Afghanistan e torturato a Guantanamo in risposta alle altrettanto classiche domande dei giornalisti sull’assenza di libera stampa e libere elezioni in Russia. (…) Angela Merkel già nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, aveva dichiarato che Putin «abitava in un altro mondo», e alcune delle sue affermazioni di ieri alimentano il dubbio che attinga informazioni dalla propria propaganda. Per esempio, il Presidente russo ha affermato che la maggior parte degli attacchi di cyberwar partono dal territorio americano, mentre Biden ha parlato di una lista di 16 gruppi di hacker russi che colpiscono regolarmente i Paesi occidentali. A sentirlo dipingere il suo quadro delle relazioni internazionali, diventa quasi impossibile credere che i due Presidenti siano riusciti a rimanere nella stessa stanza per quasi tre ore. Quando parla del suo nuovo interlocutore, il capo del Cremlino recupera il sangue freddo. Nessun sentimentalismo sul «guardarsi negli occhi per vedere l’anima», come era stato con Bush, e Putin appare quasi infastidito da questa retorica: «Abbiamo parlato la stessa lingua, non c’era bisogno di scrutare l’anima», replica, per poi lodare Biden come «professionale e controllato». Commenta laconico di non aver nutrito nessuna illusione sul vertice, e di non aver ricevuto un invito alla Casa Bianca. I tempi dei complimenti e delle pacche sulle spalle tra Mosca e Washington sono lontani, si torna a casa nemici come prima».

Sempre su la Stampa Francesco Semprini intervista l’analista Cliff Kupchan, presidente di Eurasia Group, che non ha dubbi: ha vinto Biden, dice.

«Joe Biden ha stabilito le linee rosse che Mosca non può oltrepassare». A dirlo è Cliff Kupchan, esperto di Russia e presidente di Eurasia Group. Come considera il vertice di Ginevra? «Si è stabilita una linea di comunicazione e questo è positivo, e si è parlato della stabilità strategica convenendo sulla necessità che sia robusta. Ma su temi come diritti umani e sicurezza cibernetica non si sono fatti passi in avanti sostanziali». Chi ne esce rafforzato tra Putin e Biden? «Biden perché ha messo in chiaro che nulla più passerà impunito in caso di azione offensiva proveniente dalla Russia: quando succederà qualcosa che a questa amministrazione non piace ci saranno conseguenze. In sostanza ha messo in chiaro che a Washington non c’è più Trump che comanda e questo è un importante risultato per Biden». Si aspettava un comportamento più aggressivo da parte di Putin? «No, non ci avrebbe guadagnato nulla. Credo che a nessuno dei due convenisse assumere atteggiamenti aggressivi. Putin sa bene che dall’altra parte non c’è più Trump che avrebbe raccolto provocazioni e Biden è consapevole che alzando la voce sarebbe passato da provocatore dando a Putin l’opportunità di ergersi a leader forte e sicuro. È convenuto a entrambi sfoggiare composti sorrisi durante il vertice». Putin potrebbe guadagnare qualcosa di più con Biden rispetto che con Trump? «No, io credo che abbia tutto da perdere perché l’attuale presidente degli Stati Uniti è assai più pragmatico e scettico sugli atteggiamenti del Cremlino ed è un leader che rappresenta la corrente principale del sistema politico americano. Se quindi non sarà in grado di dialogare con Biden subirà un offuscamento di immagine come leader».

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