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venerdì 12 Luglio 2024 - 14:34
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L’ARRIVO DEI PROFUGHI A FIUMICINO

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Sono più di quattromila i profughi afghani già arrivati in Italia. Ieri la cronista di Repubblica ha vissuto l’approdo a Roma di alcuni di loro.

«I primi ad arrivare al terminal 5 di Fiumicino sono loro. Quattordici bambini e ragazzi, fra i 6 e i 20 anni, sulle sedie a rotelle. A parlare sono i loro occhi che esplorano con curiosità la grande sala illuminata, l’approdo della salvezza. Stringono le mani alle missionarie della carità di Madre Teresa di Calcutta, le loro mamme adottive che nell’ultimo ventennio hanno accudito e raccolto dalla strada i bambini abbandonati a Kabul perché disabili. «Il nostro centro non c’è più, è chiuso – dice Josè, 33 anni, del Madagascar, mentre aggiusta il suo sari al banco dell’accoglienza della Croce Rossa – e noi siamo distrutte. È tutto finito, non c’è speranza a Kabul». Le missionarie con la tunica bianca e orlata di blu accarezzano i volti dei bambini senza papà e mamma mentre il terminal si riempie di famiglie che al seguito hanno solo piccoli bagagli. Prima il tampone, poi acqua, biscotti e tanti sorrisi per i 270 arrivati dall’Afghanistan dopo 15 ore di volo. Le missionarie di madre Teresa sono riuscite a varcare una frontiera inaccessibile nei primi anni Duemila. «Anche se – spiega una delle cinque rientrate in Italia mentre attende il tampone – la parola suora non è accettata a Kabul. Anzi, non esiste». Anni al servizio della pace ma con la tensione addosso. Ai bambini senza nessuno è legato anche il padre barnabita Giovanni Scalese, a capo della piccola comunità cattolica in Afghanistan. C’è lui alla fine della fila per il tampone. Occhi cerchiati, il collarino slacciato. Lo accolgono due rappresentanti dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo a Kabul. Si abbracciano, si emozionano. Padre Scalese è stato per 8 anni il parroco dell’unica chiesa cattolica in Afghanistan, quella dentro l’ambasciata italiana. «Lo avevo detto e l’ho fatto – si siede, stanco, su una sedia vicino alle missionarie – Non sarei mai tornato in Italia senza questi bambini. Non potevamo lasciarli lì». Paura, ne ha provata? «No, preoccupazione sì. Tanta. Ho temuto la guerra civile», è franco. «Non sentivo la pressione dei talebani ma erano lì davanti all’ambasciata italiana, la chiesa non è stata violata spiega – Se ci sono le condizioni per riprendere il lavoro, ritorno. Adesso vediamo cosa faremo, intanto i bambini vanno con le suore missionarie che li ospiteranno». Padre Scalise stringe mani, si guarda attorno e accanto a lui arrivano altri bambini. Giocano e ridono. Non nasconde che «sono stati anni difficili e mi rendo conto che non poteva che finire così. Però non sono troppo pessimista. L’Afghanistan potrebbe trovare una sua stabilità, aspettiamo di capire che tipo di governo verrà formato». Accanto alle missionarie della carità c’è un’altra suora: Bhatti St. Shahnaz della comunità Mc Orfange a Kabul delle suore della carità di Santa Giovanna Antida. «Io sono qua dopo 6 anni – racconta – ma i 50 bambini disabili mentali che accudivamo sono ancora lì». Nel suo sguardo fa capolino un lampo di tristezza. Guarda alcuni bambini arrivati la mattina, stanno giocando con Pino, il poliziotto mago. I suoi occhi si velano di lacrime.».

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