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MISSIONARI RAPITI AD HAITI

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Sono stati bloccati 17 missionari americani ad Haiti, nel gruppo anche 3 bambini che tornavano da un orfanotrofio. La cronaca di Michele Farina sul Corriere.

«Li hanno bloccati per strada mentre tornavano da un orfanotrofio fuori Port-au-Prince. Tornavano alla loro base a Titanyen, che in creolo vuole dire «un pezzetto di niente». Haiti vanta il più alto tasso di rapimenti al mondo, le bande armate che controllano metà della capitale nel 2021 hanno già sequestrato ufficialmente 600 persone, scolari e suore, giovani ambulanti e anziani con il sacchetto della spesa. Ma 14 missionari (alcuni anziani) più tre bambini non li aveva ancora rapiti nessuno. Sedici cittadini Usa e un canadese, religiosi e familiari appartenenti a Christian Aid Ministries, un gruppo di cristiani anabattisti (tra cui Amish e Mennoniti) con base in Ohio che nel Paese più disastrato delle Americhe danno aiuto a 9 mila scolari. Molti erano alla prima visita, alcuni si stavano dirigendo all’aeroporto per tornare negli Usa. L’ambasciata americana sapeva della loro presenza, e forse qualcuno ha sottovalutato le mire della gang «400 Mawozo» («400 inesperti») che controlla l’area intorno a Ganthier, gli stessi che ad aprile avevano portato via cinque preti cattolici e due suore. Non si può dire che non siano ferocemente ecumenici: questa volta hanno fermato i religiosi anabattisti sulla Route 8 con un finto posto di blocco, sabato mattina (notizia diffusa ieri), all’indomani della decisione del Consiglio di Sicurezza di rinnovare la missione politica dell’Onu per altri 9 mesi. Le bande se ne fregano dell’Onu e della polizia, in un Paese che forse mai in anni recenti si era trovato così alle corde. La crisi politica, un presidente impopolare assassinato a luglio (nessuna novità sui responsabili) con spezzoni di classe dirigente che si rimpallano le accuse, un altro terremoto che ha fatto oltre duemila morti ad agosto, l’ondata di rapimenti, la terza ondata di Covid con la carenza costante di ossigeno (altro che vaccini). I messaggi di padre Rick Frechette, che guida i progetti della Fondazione Francesca Rava a Haiti, sono sempre più allarmanti. «La popolazione è sotto l’assedio dei banditi», ha raccontato ieri dopo l’ennesimo sequestro, che a Haiti non ha sorpreso nessuno. A Martissant, una zona della capitale, padre Rick racconta che le gang negli ultimi 7 giorni avrebbero rapito 200 persone fermando i mezzi pubblici: «I sopravvissuti riferiscono di persone uccise a colpi d’arma da fuoco o impiccate, di uomini e donne stuprate dai sequestratori». Gli ultimi 17 ostaggi sono americani. Ciò significa la possibilità per i criminali di riscatti più corposi, ma anche di interventi più decisi da parte del dormiente gigante Usa. Finora Washington ha sempre escluso l’invio di truppe o comunque un impegno significativo sul fronte sicurezza. E’ vero che Haiti ha appena guadagnato le prime pagine dei giornali e l’attenzione del presidente Biden, anche per l’odissea dei rifugiati presi a frustate e bloccati sotto un ponte al confine con il Messico. E’ vero che pochi giorni fa una delegazione di alti funzionari Usa guidata dalla Sottosegretaria di Stato Uzra Zeya è andata a Port-au-Prince con la promessa di più risorse per la polizia (compresi 15 milioni di dollari finalizzati alla lotta contro le gang). Ma per la diplomazia mondiale 12 milioni di haitiani vivono comunque in un «pezzetto di niente» come se tutto il Paese fosse Titanyen, colline brulle dove padre Rick porta a degna sepoltura i morti abbandonati. E dove sabato tornavano i 14 missionari più tre bambini (uno di anni 2). Non tornavano da una banca, ma da un orfanotrofio in costruzione».

La Stampa intervista l’italiana Fiammetta Cappellini dell’Avsi, che vive nell’isola.

«Mentre siamo al telefono sulla strada che conduce all’aeroporto sparano da oltre due ore. La via che porta alla zona sud-ovest, verso il quartiere di Martissant, è bloccata dall’alba per scontri tra gang. Per noi questa è la normalità». A parlare è Fiammetta Cappellini, responsabile Avsi ad Haiti, da 15 anni impegnata in progetti di sviluppo a Port-au-Prince. Come si sopravvive in uno dei Paesi più poveri del mondo? «Attraverso una buona rete di contatti. Ogni mattina prima di muoverci facciamo mille verifiche. Ong, collaboratori locali, sistema di sicurezza dell’Onu, siamo tutti connessi su WhatsApp. Poi ci sono imponenti misure restrittive, come il coprifuoco a partire dalle 20 e il divieto assoluto di attraversare le zone rosse». La situazione sta peggiorando? «Lavoriamo qui da tanti anni. La sicurezza è sempre stata un problema, ma da luglio 2018 (quando sono esplose le proteste anti-governative, ndr) la situazione si aggrava ogni giorno di più». Vi sentite in pericolo? «Fortunatamente fino a oggi c’è sempre stato rispetto per il nostro lavoro, lo staff è reclutato all’interno della comunità locale e noi come Avsi siamo sempre stati neutrali di fronte ai vari gruppi armati. Per il momento diciamo che ci lasciano in pace». Di cosa vi occupate? «Il nostro impegno è rivolto soprattutto alla difesa dei diritti umani e alla sicurezza alimentare. Ma da oltre tre anni le attività d’urgenza prevalgono su quelle di sviluppo. Assistiamo gli sfollati del terremoto, le vittime di violenza, i bambini orfani, che sono tantissimi». Ha un appello da fare alla comunità internazionale? «Certo. Haiti sta sprofondando nel baratro, non abbandonatela».

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