Per la prima volta nella storia recente, un primo ministro israeliano in carica è formalmente accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale (CPI).
I giudici dell’Aia hanno emesso nel novembre 2024 mandati di arresto contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per il loro ruolo nella guerra nella Striscia di Gaza, iniziata dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
Secondo la CPI, esistono motivi ragionevoli per ritenere i due responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.
Le accuse includono l’uso della fame come metodo di guerra, attraverso la limitazione di cibo, acqua, elettricità e carburante destinati alla popolazione civile.
La Corte contesta anche omicidio come crimine contro l’umanità, persecuzione, atti disumani e attacchi contro civili, o operazioni condotte senza adeguata distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile.
Non si tratta di una sentenza, ma di accuse formali che aprono un procedimento penale internazionale.
Il governo israeliano respinge le accuse e definisce la decisione della Corte politica e illegittima. Israele non riconosce la giurisdizione della CPI e sostiene di aver agito per difendersi dagli attacchi di Hamas.
Netanyahu parla di un tentativo di criminalizzare il diritto all’autodifesa. Gli Stati Uniti, che come Israele non aderiscono allo Statuto di Roma, sostengono il primo ministro.
I mandati di arresto obbligherebbero gli Stati che riconoscono la CPI ad arrestare Netanyahu in caso di ingresso sul loro territorio. L’arresto di un leader in carica resta però improbabile sul piano politico.
La decisione ha un forte impatto simbolico. È la prima volta che la Corte penale internazionale accusa formalmente un capo di governo israeliano in carica. La CPI ha emesso mandati anche contro esponenti di Hamas per mantenere l’imparzialità tra le parti.







