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ORGOGLIO ITALIANO. VIA LIBERA DELL’EUROPA AL PNRR

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Ieri giornata dell’orgoglio nazionale per l’approvazione del nostro Recovery Plan. Il fondale del sì pubblico europeo al Pnrr italiano è stato Cinecittà: Ursula von der Leyen e Draghi hanno incontrato lì la stampa per celebrare il progetto di finanziamento. La cronaca del Corriere della Sera.

«Mario Draghi ha scelto un luogo simbolo della cultura italiana per ricevere Ursula von der Leyen, incassare il via libera formale della Commissione europea al Piano nazionale di riforme in base al quale l’Italia riceverà quasi 200 miliardi di euro da Bruxelles nei prossimi sei anni. Accanto alla presidente della Commissione il capo del governo calibra le parole, ma soprattutto si dice «orgoglioso» della valutazione del Piano fatta a Bruxelles, aggiunge che tutto il Paese avrà una responsabilità che non si esaurisce entro i confini nazionali: soprattutto «nei confronti del resto dei Paesi europei, nei confronti dei cittadini europei che pagano le tasse. Abbiamo quindi la responsabilità non solo nei confronti di noi stessi ma anche verso i cittadini dell’Europa». È uno dei concetti chiave della conferenza stampa: i soldi del Piano di ripresa e resilienza europea vengono da una prima mutualizzazione del debito, grazie a emissioni di titoli europei, quindi tutti gli Stati si fanno carico dei singoli Piani, e quello italiano è il più ricco in termini di risorse dedicate alla ricostruzione economica post pandemia. Le parole di entrambi i presidenti sono di soddisfazione, cariche di promesse e impegni per l’attuazione del Piano: «È una giornata di orgoglio per il nostro Paese. Abbiamo messo a punto un progetto per rendere il Paese più giusto e sostenibile per la sua crescita. La sfida più importante è l’attuazione. Siamo solo agli inizi», ha esordito Draghi, «l’importante che i fondi siano spesi tutti e bene. In maniera efficace e con onestà. Ci sono molti progetti pronti a partire». Ovviamente la cerimonia è intrisa di ottimismo: «Spero che sia l’alba della ripresa dell’economia italiana», continua il presidente del Consiglio, che parla di «grande responsabilità per l’Italia. È l’inizio di una fase nuova, l’Italia avrà una maggiore crescita». Cosa cambia rispetto alle tante promesse e ai tanti piani dei fondi europei degli anni passati, quelle risorse che non siamo mai riusciti a spendere? «Ci sono due ingredienti nuovi rispetto al passato – risponde ancora il capo del governo – c’è la volontà politica di attuare il piano e la capacità amministrativa di farlo. Mettiamo la pubblica amministrazione in condizione di spendere i fondi. Ora bisognerà fare la riforma della giustizia, la riforma della concorrenza. Il pacchetto di riforme cambia in profondità l’agire amministrativo. Siamo fiduciosi. Senza le riforme il Pnrr sarebbe un altro annuncio, ma con l’impegno delle autorità preposte al piano e di tutti gli attori principali che lavoreranno all’attuazione del Recovery ce la faremo». Il premier dà anche il timing delle prossime riforme: «Entro il mese di giugno presenteremo un disegno di legge delega per la riforma degli appalti e le concessioni. A luglio ci sarà la riforma della concorrenza, la riforma della giustizia arriverà a giorni nel Consiglio dei ministri. L’idea è di procedere alla massima velocità».

Il Messaggero indica i capitoli su cui saranno investiti i primi soldi dall’Europa: in primo piano il Superbonus 110% sugli edifici e poi il Turismo 4.0.

«L’ora delle trattative, delle carte, dei progetti è finita. Il Recovery plan è ormai entrato nella sua seconda fase, quella più complicata: l’uso delle risorse europee. A fine luglio arriverà una prima tranche di soldi. Probabilmente non tutti i 25 miliardi a cui l’Italia ha diritto per aver rispettato le scadenze nel presentare i piani di investimento. Ma poco importa. Il dado ormai è tratto. Ora, come ha ricordato ieri il presidente del Consiglio Mario Draghi, bisognerà spendere bene e con onestà. E soprattutto in fretta. Perché le risorse non utilizzate entro il 2026 torneranno indietro a Bruxelles. L’Italia è pronta a partire immediatamente. Alla Commissione europea, insieme alle 2.500 pagine del Recovery plan, il governo ha consegnato un calendario preciso dell’impiego dei soldi. Si partirà subito. Già entro la fine di quest’ anno il governo si è impegnato a usare risorse per quasi 14 miliardi. L’elenco dei progetti sui quali pioveranno queste prime risorse è lungo. Nel documento consegnato a Bruxelles se ne contano ben 105. Alcuni saranno finanziati con contributi a fondo perduto dell’Europa. Altri con i prestiti che la Commissione concederà praticamente a tasso zero. Da dove si partirà? Ovviamente da quelle voci del Recovery che sono immediatamente spendibili. Per esempio 460 milioni saranno immediatamente utilizzati per finanziare il Superbonus del 110%, una delle misure principali inserite nel piano di transizione energetica. Così come, sempre sullo stesso capitolo, ai Comuni saranno trasferiti subito 1,15 miliardi per rendere efficienti dal punto di vista energetico i loro edifici. Ma mentre per il Superbonus l’Italia userà una quota dei finanziamenti a fondo perduto, nel caso dei Comuni la spesa sarà coperta con i prestiti agevolati. Altri 247 milioni saranno usati per finanziare i progetti legati al Turismo 4.0 (un capitolo che nel complesso vale 8 miliardi). Altri 1,7 miliardi saranno immediatamente destinati a finanziare il programma Transizione 4.0 per le imprese, ossia gli sgravi fiscali per l’ammodernamento tecnologico e digitale. Anche su alcune infrastrutture ferroviarie sono previsti finanziamenti immediati, come sulla Liguria-Alpi (532 milioni) e sulla Brescia-Verona (341 milioni). Ma si tratta di prestiti che andranno a sostituire finanziamenti nazionali. Considerato nel suo complesso, il piano italiano prevede 58 interventi di riforma e 132 investimenti attorno a cui ruotano i 191,5 miliardi in arrivo da Bruxelles (68,9 in sussidi, 122,6 in prestiti agevolati) da spendere entro il 2026. Il cambio di passo fra la bozza del governo Conte e il testo presentato dall’esecutivo Draghi, dicono a Bruxelles, s’ è vista soprattutto a livello di governance del piano. «Abbiamo collaborato molto bene con le autorità italiane». Tra i punti di confronto, l’assenza di un capitolo dedicato alla biodiversità, integrato dopo la richiesta della Commissione (si prevedono adesso 1,2 miliardi per riforestazione, protezione delle risorse marine e interventi nel bacino del Po), e la rimozione di alcune misure che l’esecutivo Ue non considerava «davvero digitali», così come di alcune che non garantivano il rispetto della sostenibilità ambientale».

Dalle colonne del Sole 24 Ore ecco il commento del presidente della Confindustria Carlo Bonomi.

«Il presidente di Confindustria ha citato Draghi: «se saremo in grado di fare un’attuazione positiva del Piano, se i soldi saranno spesi in maniera responsabile c’è la possibilità che gli sforzi fatti dai Paesi membri possano rimanere strutturali. Questo è un grande traguardo che non possiamo fallire». Ma non basta: serve una partnership pubblico-privato. «L’importanza di stimolare interventi privati sarà fondamentale. Senza un coinvolgimento delle imprese non ci potrà essere una stabile e solida crescita economica e sociale». Un anno fa, ha ricordato il presidente di Confindustria, all’assemblea aveva lanciato il Patto per l’Italia. Oggi ne è ancora più convinto: i processi di riforma e di investimenti «devono essere collocati in una visione di politica industriale da realizzare oltre il Pnrr. Senza una forte partnership non si potrà rispondere a quelle dinamiche di crescita necessarie per ripagare il debito emergenziale che il paese ha contratto, non se ne può fare a meno». Il Pnrr prevede risorse per 191,5 miliardi entro il 2026, ha specificato il presidente di Confindustria, di cui 68,9 fondo perduto, 122,6 a prestito. «Una cifra non indifferente che dobbiamo restituire». La forchetta di crescita prevista con gli interventi del Pnrr è tra l’1,8 e 3,6% del pil, una quota che «non sarà sufficiente per ripagare nel tempo il debito pubblico che abbiamo». Bisogna spingere di più: «abbiamo di fronte investimenti importanti, per le riforme, per rispondere alle grandi disuguaglianze del Paese, di genere, generazionale, di territorio e competenze». Quella del Pnrr «rappresenta un’apertura che dobbiamo assolutamente cogliere, ancor più dopo anni in cui in Italia sembrava registrarsi un pericoloso e superficiale ritorno al pubblico e dove l’unico vero strumento di politica industriale era il rinvio. Oggi le condizioni sono cambiate, abbiamo una grande opportunità».

Marco Travaglio dedica il suo commento di prima pagina a questa vicenda. La sua idea è sempre quella: Draghi sta godendo dei risultati ottenuti da Conte. Oggi l’immagine è quella presa dal titolo del famoso film: “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Con un espediente retorico: Travaglio ripercorre l’iter di approvazione degli Eurobond, rivendicando i meriti di Conte, presentato come il premier X.

«Il 27 febbraio 2020, mentre l’Italia piange i primi morti per Covid, il premier X invita il presidente francese Emmanuel Macron a Napoli per un bilaterale su nuove misure europee contro la pandemia. Il 23 marzo consulta i leader di altri 8 Paesi Ue (Francia, Spagna, Portogallo, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia) e con loro mette a punto una “Lettera dei Nove” al presidente del Consiglio europeo Charles Michel per proporre “uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’Ue per raccogliere risorse sul mercato a beneficio di tutti gli Stati membri… per un finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni della pandemia”. È il primo cenno agli Eurobond o Corona bond. Germania e Paesi “frugali” del Nord guidati dall’Olanda rispondono picche: Eurobond mai, al massimo un Mes sanitario con condizionalità sospese sino a fine emergenza (all’Italia andrebbero 36-37 miliardi di prestiti). Il premier X rifiuta. Il 26 marzo, al Consiglio europeo, sei ore di scontro fra i Nove e il fronte del Nord più Merkel, che dice: “Noi preferiamo il Mes, no ai Coronabond”. Il premier X lancia l’idea, perfezionata con Macron, di “titoli europei vincolati alla crisi Covid ed emessi una tantum”: gli “European Recovery Bond”. (…) Il premier X pone il veto sulle conclusioni finali. E ottiene un nuovo testo che impegna i cinque euro presidenti (Commissione, Consiglio, Parlamento, Eurogruppo e Bce) a presentare in 14 giorni un “Recovery Plan adeguato”. Risate e pernacchie sulla stampa italiana, che pressa il premier X perché chieda i 36 miliardi di Mes e lasci perdere la follia del Recovery. Per convincere i popoli dei Paesi più riottosi ad accettare i Coronabond, il premier X si fa intervistare da tv e giornali di tutta Europa (…) Il premier X ottiene ciò che voleva: 750 miliardi e nessun potere di veto dei singoli Stati (solo un “freno di emergenza” a maggioranza in caso di inadempienze rispetto ai piani approvati dall’Ue). L’Italia ne avrà 36,5 in più del previsto: 81,4 a fondo perduto e 127,4 in prestito. Ora che ha vinto, il nome del premier X scompare dalle prime pagine italiane, sostituito da Merkel e Macron, mentre la stampa estera lo elogia. Ieri, a Cinecittà, la cerimonia per festeggiare la prima rata in arrivo del Recovery Fund, alla presenza della Von der Leyen e del premier Draghi. Ps . Dicono gli ornitologi che il cuculo è noto per il “parassitismo di cova”, che consiste nel deporre il proprio uovo nel nido di altri uccelli».

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