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RIFORMA CARTABIA IN DIRITTURA D’ARRIVO

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Con i voti di fiducia andati lisci, stamattina ultimo atto alla Camera per la riforma della giustizia. Nei 5 stelle, si sono manifestati solo pochi “malpancisti”. La cronaca del Corriere.

«La truppa dei ribelli sembrava corposa e agguerrita, tanto da far temere un’altra insidiosa trappola per Giuseppe Conte. Poi il dissenso pentastellato si è dissolto e sono rimasti solo 4-5 malpancisti, tra quelli che non hanno partecipato al voto. C’è l’ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, poi Celeste D’Arrando, Giovanni Vianello e Dedalo Pignatone. Defezioni a cui Conte dovrà fare attenzione, specie visti i prossimi (e assai delicati) passaggi che lo attendono. Per raggiungere questo risultato, anche stavolta, oltre alla diplomazia di ministri e capigruppo, è stato necessario l’intervento in forze dell’ex premier, che ha incassato la pace dopo aver strigliato pubblicamente deputati riottosi (e fino ad allora semisconosciuti) come Alessandro Melicchio, Antonella Papiro, Elisabetta Barbuto. «Questa riforma della giustizia è un abominio», aveva tuonato Papiro, prima di dire che con «quelle parole mi ero fatta prendere dall’emozione». Idem Barbuto: «È stato un travaglio interiore molto lungo», prima di ingranare la retromarcia. Ma dietro le quinte, il passaggio diplomatico coi nervi a fior di pelle è stato quello per riuscire a far digerire ad Alfonso Bonafede il via libera del gruppo a una riforma che demolisce quella precedente dell’ex Guardasigilli. Conte ha incassato sì la pace (a tempo?), ma soprattutto la forza politica necessaria per tentare di raggiungere l’agognata incoronazione da leader del Movimento. Oggi saranno resi infatti resi noti i risultati della votazione sul nuovo statuto su SkyVote. Poi, se tutto filerà liscio, il professore si sottoporrà al giudizio per diventare ufficialmente presidente dei Cinque Stelle. E ieri, proprio facendo leva su una fase così delicata, contro l’ex premier si è scatenata una durissima campagna di contestazione sui social (in gran parte da profili fake), con l’hashtag #ConteServoDelSistema diventato tra i più cliccati su Twitter, dove si sono contati quasi 60 mila messaggi tra contestazione ed insulti. Una manovra, vista l’improvvisa e vasta potenza di fuoco, pianificata in anticipo da mani esperte. Durissimi i toni utilizzati, con un unico fil rouge: «Conte ti sei venduto al sistema». Tornando alla road map per la rifondazione del Movimento, Conte ha fatto capire ai suoi che la svolta si centrerà su una parola, ripetendola tre volte: «Competenza, competenza, competenza». Il professore, intanto, ha già voltato pagina. È pronto ad accelerare – approfittando della pausa estiva – sia sulle Comunali sia sull’agenda del M5S. Lo scopo è quello di essere più incisivi nell’azione del governo, provando a portare all’attenzione dell’esecutivo alcuni temi. E ovviamente c’è la volontà di rinsaldare anche il rapporto con la base e l’elettorato. Ecco perché Conte oggi e domani proseguirà gli incontri con i parlamentari iniziati la scorsa settimana prima della trattativa sulla giustizia: il leader vuole definire in tempi brevi un’agenda di priorità. «Il Movimento deve parlare a nuovi mondi», è il ragionamento che l’avvocato ha espresso a chi ha avuto modo di parlargli. I tasti su cui batterà sono indirettamente un guanto di sfida al centrodestra: tasse e imprese. I cavalli di battaglia come il reddito di cittadinanza non saranno abbandonati. Anzi, mentre Salvini e Renzi puntano a cancellarlo, l’ex premier ha in mente strategie per migliorarlo e ha ferma l’idea di difendere il provvedimento. Ma il focus ora si sposta. Perché adesso Conte, pallottoliere alla mano, attende che si sciolga l’ultima incognita: alla votazione online sul nuovo statuto dovranno partecipare oltre 50 mila persone, altrimenti servirà un’altra tornata (il 5 o 6 agosto) e ciò farebbe slittare ancora una volta la sua incoronazione da leader».

Federico Capurso su La Stampa, offre un retroscena secondo cui Conte taglierebbe fuori Di Maio dalla squadra che lo affiancherà ai vertici del Movimento.

«È mattina presto. Luigi Di Maio sta raggiungendo l’aereo che lo porterà in missione a Tripoli, in Libia. Deve ancora limare i dettagli del calendario fitto di incontri, ma trova comunque il tempo di leggere l’intervista di ieri di Giuseppe Conte su queste pagine. Soprattutto, i passaggi che lo riguardano. Hanno fatto lo stesso anche i parlamentari a lui più vicini, che inviperiti si scrivono: «Hai visto cosa dice di Luigi?». Il ministro degli Esteri, con loro, si mostra sereno, ma non ha bisogno di interpreti per leggere tra le righe della retorica diplomatica di Conte. A ogni domanda sul rapporto con Di Maio, la risposta nasconde un attacco al ministro, seppur foderato. Il diretto interessato fa buon viso a cattivo gioco e accoglie le rassicurazioni che gli arrivano poco prima della partenza da ambienti vicini all’ex premier: «Nulla contro di te», gli scrivono, anzi, la volontà era quella di «esaltare il vostro rapporto». Nessuna delle parti vuole alimentare l’idea di un conflitto interno. Tanto che lo stesso Di Maio, poco dopo, invita gli iscritti M5S a partecipare al voto per approvare il nuovo Statuto proposto dall’ex premier, che si chiuderà oggi: «Inizia una nuova fase per il Movimento con Conte al timone – scrive sui social – e con l’energia di un gruppo che ancora ha tanto da dare al Paese». Così, si chiudono le cerimonie e le riverenze. A palazzo Madama, in un lunedì agostano riempito solo dall’incessante canto delle cicale, l’aria che si respira dopo l’intervista è un tantino più arroventata: «In molti pensiamo che Conte è stato fin troppo morbido nei confronti di Luigi». Qui, dove le truppe fedeli all’ex premier sono folte – e il suo pensiero non viene interpretato, ma riportato fedelmente -, si condivide la posizione di partenza espressa da Conte su La Stampa: «Nessun dualismo con Di Maio». Ma, come spiega uno dei senatori più vicini al leader, si deve fare un passo in più: «Il dualismo non ci sarà, semplicemente perché, nel nuovo Movimento, Di Maio non eserciterà il potere che ha avuto fino a oggi». Il tono si fa acre. La volontà è quella di ridimensionare il ministro degli Esteri, di non renderlo più una voce rappresentativa del volere dell’intero Movimento. E infatti, aggiunge, «Di Maio non siederà nella segreteria del partito, né in altri organi politici». Le decisioni si prenderanno «altrove». Lasciarlo senza una poltrona nel nuovo organigramma si tradurrebbe in uno smacco. Tale da far riaffiorare in un attimo tutte le voci su un duello interno tra il leader attuale e il predecessore. Per ovviare al problema, dovrebbe arrivare la nomina di Di Maio in quel Comitato di Garanzia ora presieduto da Vito Crimi, dove i nomi – per gli organi «non politici» – vengono scelti da Beppe Grillo. Una presenza, quella nel comitato di Garanzia, che escluderebbe per questioni di opportunità la possibilità di ricoprire altri ruoli all’interno del Movimento. E almeno l’apparenza, così, sarebbe salva. Anche alla Camera c’è chi, in attesa dell’arrivo della riforma della Giustizia, mostra i denti. È un deputato di peso, che ha partecipato alla cabina di regia dei Cinque stelle, approntata la scorsa settimana per arrivare a un accordo sul testo Cartabia. E non gli sono piaciuti gli «atteggiamenti individualisti» del ministro degli Esteri. Racconta che a nessuno è piaciuto leggere sui giornali del «merito di Di Maio» di aver convinto Conte a spingere per un accordo al rialzo con Mario Draghi e la Guardasigilli Marta Cartabia: «Eravamo increduli. Lo abbiamo sentito chiaramente avvisare Conte di non alzare troppo l’asticella o sarebbe caduto il governo – assicura, mentre scorre sullo smartphone uno scambio in chat con i presenti alla riunione -. Lo abbiamo detto anche alle agenzie di stampa che la ricostruzione di quanto avvenuto era falsa». Resta un problema, che gli riconoscono anche i suoi avversari: «Si è speso per tenere unito il Movimento ed è uno dei pochi che sa fare politica». Insomma, l’idea di alcuni di ridimensionarlo togliendogli una poltrona sembra piuttosto fragile. Per non dire ingenua».

Al di là del dualismo con Di Maio, Maurizio Belpietro, in un articolo al vetriolo per La Verità, vede un Giuseppe Conte uscire in realtà sconfitto dalla vicenda della riforma sulla giustizia.

«Dallo streaming degli incontri parlamentari fino alla nomina dei candidati, con il voto sulla piattaforma online, hanno sempre voluto marcare la differenza dagli altri partiti, dando a intendere che nessuna scelta sarebbe mai stata presa senza l’approvazione dei militanti. Ma ora, grazie a Conte, cade anche questo ultimo tabù. Secondo l’ex avvocato del popolo, la riforma della giustizia «non merita una votazione tra gli iscritti», come avrebbe voluto fare una parte del Movimento. E sapete come mai non c’è alcun bisogno di sentire il parere degli attivisti o anche dei semplici sostenitori? Per il semplice motivo che «per tre quarti l’impianto normativo complessivo è targato Bonafede-M5s». Senza che gli scappasse da ridere, l’ex presidente del Consiglio ha addirittura aggiunto come sia «improprio parlare di riforma Cartabia, perché per buoni due terzi resta la riforma Bonafede». Sì, con le percentuali l’ex premier evidentemente non si destreggia così bene come con i dpcm, e dunque a volte siamo al 66 per cento dell’ormai decaduta legge firmata dal ministro della giustizia grillino, altre volte si sale al 75 per cento. Sta di fatto che alcuni parlamentari hanno definito la controriforma della riforma «un abominio». Ma Conte, intervistato dalla Stampa, non si scompone: «Nel nuovo corso dei 5 stelle la presenza compatta sarà la cifra della nostra forza politica». Eh, già: nonostante in tre anni i 5 stelle abbiano perso per strada circa un parlamentare su tre, passando da una truppa di 338 onorevoli a una pattuglia di 237, e sebbene una quarantina l’altro ieri si sia assentata per non dover dichiararsi a favore della Cartabia, Conte è convinto di ricompattare tutti. Esattamente com’ era convinto di avere i numeri per asfaltare Matteo Renzi nel febbraio scorso e com’ era certo di costringere i Benetton a vendere Autostrade con la minaccia di «caducazione» della concessione, ma anche com’ era sicuro di liberare dal lock-down gli italiani prima dello scorso Natale grazie a un anticipo di arresti domiciliari. Diciamo che le previsioni non sono mai state il punto di forza di Conte, il quale poche volte ha centrato l’obiettivo, né della crescita economica, né degli sviluppi della pandemia».

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