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sabato 11 Luglio 2026 - 19:12
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Nucleare, il primo via libera: l’Italia riapre la porta all’atomo

Con 155 voti favorevoli e 86 contrari passa la proposta che scommette sui piccoli reattori modulari di quarta generazione. Ora la parola al Senato, mentre i Comuni possono già candidarsi a ospitare gli impianti

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A distanza di anni dall’addio sancito dalle urne, l’Italia torna a interrogarsi seriamente sull’energia nucleare. Con 155 voti favorevoli e 86 contrari, l’Aula ha dato il primo via libera a una proposta destinata a riaprire uno dei capitoli più divisivi della politica energetica nazionale. Il testo passa ora al Senato per la conferma definitiva.

Il progetto segna una netta discontinuità rispetto al passato. Non si parla più dei grandi e ormai obsoleti impianti di un tempo, ma dei cosiddetti small modular reactor (SMR), i piccoli reattori modulari di quarta generazione: unità compatte, prodotte da aziende specializzate e installate dove se ne presenti la necessità. Le candidature dei Comuni interessati a ospitare i futuri siti sono già aperte.

I sostenitori dell’iniziativa puntano su alcuni argomenti chiave. Il primo è la sicurezza: le nuove tecnologie, sostengono, sono enormemente più affidabili di quelle che equipaggiavano le centrali del secolo scorso. Il secondo riguarda i prezzi: il costo dell’energia in Italia tende a impennarsi a ogni tensione internazionale, segno di una forte dipendenza dall’estero e di una scarsa autonomia produttiva. Un diverso equilibrio tra fonti rinnovabili e nucleare, argomentano i favorevoli, potrebbe ridurre questa vulnerabilità. C’è infine la questione geografica: i confini italiani sono di fatto già circondati da centrali nucleari straniere. In caso di incidente il Paese ne subirebbe le conseguenze senza però beneficiare in alcun modo dei vantaggi sul fronte dei costi energetici.

Sul versante opposto, i contrari sollevano obiezioni altrettanto concrete. I reattori di nuova generazione sono ancora in fase di prototipazione, con tempi di sviluppo che si dilatano di anno in anno prima di raggiungere la commercializzazione. A questo si aggiungono costi crescenti, sia per la costruzione sia per la successiva produzione di energia. Si tratta di un rilievo in parte fondato: la stessa Agenzia internazionale dell’energia conferma che l’elettricità prodotta dagli impianti nucleari costa, e continuerà a costare, più di quella ricavata dalle rinnovabili, anche a pieno regime.

A questa critica i favorevoli replicano con il tema della continuità. Il nucleare, osservano, garantisce una costanza di produzione che le rinnovabili non sono oggi in grado di assicurare, dipendenti come sono dalle condizioni atmosferiche e prive di sistemi di accumulo capaci di immagazzinare energia per più di poche ore dopo un evento favorevole.

Non mancano i nodi politici ed economici. I 20 milioni di euro stanziati dal governo per finanziare il progetto nel triennio 2027-2029 vengono giudicati da più parti del tutto insufficienti rispetto alle cifre che il settore movimenta a livello mondiale. C’è poi chi denuncia una ferita inferta alla democrazia, ricordando che per due volte gli italiani hanno respinto il nucleare con voto referendario. Un’obiezione che i promotori respingono: lo stesso meccanismo democratico che in passato ha prodotto il “no”, sostengono, è anche quello che oggi legittima un eventuale cambio di rotta. La democrazia, è il loro ragionamento, non può essere invocata soltanto quando conviene.

Ora la parola passa al Senato. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un piano operativo entro il 2026, con la speranza di veder entrare in funzione i primi reattori tra il 2034 e il 2035. Se il calendario sarà rispettato, però, resta tutto da dimostrare.

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