C’è un appuntamento in agenda per il 20 maggio: un confronto pubblico tra i candidati alla guida della città. Un’occasione concreta, offerta a tutti, per presentare idee, programmi e visioni davanti ai cittadini. Carmine Esposito e Alessandro Pace hanno confermato la loro presenza. Mariano Caserta ha declinato l’invito.
In una campagna elettorale che dovrebbe vivere di trasparenza e dialogo, questa assenza merita una riflessione.
Rifiutare un dibattito pubblico è una scelta legittima, ma non è una scelta neutra. Chi decide di non partecipare rinuncia a uno spazio di confronto diretto, e soprattutto rinuncia a un’occasione di ascolto con i cittadini. In democrazia, la disponibilità a mettersi in discussione è parte integrante del mandato che si chiede agli elettori.
Esposito e Pace, che hanno scelto di esserci, accettano le regole più elementari del confronto democratico — rispondere alle domande, difendere le proprie proposte, sottoporsi alle repliche. È un segnale di rispetto verso chi andrà a votare.
La politica locale, più di ogni altra, non può ridursi a comunicazione verticale: annunci, post sui social, comizi davanti a platee già convinte. Ha bisogno di momenti in cui i programmi vengono messi alla prova e le promesse misurate con le domande scomode.
La decisione di Caserta solleva quindi un interrogativo legittimo, al di là di ogni valutazione partitica: se in campagna elettorale — quando i temi sono noti e il contesto è favorevole — si sceglie di evitare il confronto, come si risponderà ai cittadini durante cinque anni di amministrazione, quando i problemi arriveranno senza preavviso e le soluzioni non saranno mai scontate?
Amministrare significa decidere sotto pressione e render conto. Sottrarsi al momento del confronto più naturale che una campagna elettorale possa offrire non è una strategia comunicativa: è una rinuncia. E le rinunce, in politica, lasciano sempre qualcosa di irrisolto nell’opinione pubblica.
Il 20 maggio due candidati si presenteranno davanti alla città. Il terzo avrà scelto di non esserci. Agli elettori il compito — e il diritto — di valutare anche questo.
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