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martedì 5 Marzo 2024 - 02:34
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STIGLITZ: CAMBIATE IL PATTO DI STABILITÀ UE

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Di economia, ma nella chiave del debito e degli obblighi europei, parla Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, anche lui ospite a Cernobbio. Lo ha intervistato per Repubblica Andrea Greco.

«Joseph Stiglitz, tra i massimi economisti Usa e premio Nobel, dà ragione a chi, come il commissario Paolo Gentiloni e il ministro francese Bruno Le Maire, ritiene che il patto di stabilità europeo vada cambiato, perché privo di basi tecniche e troppo angusto rispetto alla fase che il mondo attraversa. «Quei parametri, intendo i rapporti del 3% di deficit sul Pil e del 60% di debito sul Pil, credo siano stati un grave errore per Europa. Molti economisti l’avevano capito 10 anni fa, quando individuarono la ‘golden rule’, che esclude dal deficit gli investimenti. Dal punto di vista economico, il Patto di Maastricht è sempre stato senza fondamento: sono numeri sbucati dal nulla; non è che se un Paese supera quelle soglie accade qualcosa. Per gli economisti la questione è più come spendi il denaro, e come gestisci il tuo livello di debito. Se, come l’Europa sembra voler fare, lo spendi investendo nella transizione verde, la tua produttività aumenterà, e potresti evitare il disastro che accadrebbe se non li spendessi. Per questo penso che dire addio ai vincoli di Maastricht sarebbe opportuno». Non c’è pericolo che i mercati rispondano con nuovi allargamenti degli spread, e che l’Italia traballi? «Penso che in questa ipotesi la Bce, che sta comprando titoli di Stato per miliardi, saprebbe gestire facilmente la turbolenza. Il fatto è che i mercati tendono a preoccuparsi più dei prezzi dei bond, che non del benessere della gente. Economisti e politici devono invece trovare l’equilibrio nei due fattori. Per questo ora è così importante avere una forte crescita economica, che consenta più flessibilità su Maastricht: e se cresce il Pil al denominatore, nel tempo finirà per ridurre i livelli di deficit e debito a esso parametrati. Oggi in Europa i rischi del “non spendere” mi sembrano molto più alti che non quelli di un grande e virtuoso piano di spesa». Non teme nuove critiche dal Nord Europa, dove la visione di un’Italia lassista è diffusa? «Intanto lasciamo passare le elezioni politiche in Germania! Battute a parte, lasciarsi alle spalle Maastricht non significa assenza di regole, né che i Paesi non debbano gestire il deficit e il debito. Solo devono farlo in una prospettiva diversa, curando la sostenibilità di lungo termine. Oggi ci sono condizioni molto favorevoli per emettere titoli a 30 anni con tassi all’1% e usarli per i buoni investimenti, spostando in avanti le scadenze anche come forma di copertura per le nuove generazioni. Il patto di stabilità ha poi altri due aspetti semplicistici e fuorvianti». Quali? «Intanto si basa sul debito lordo, che comprende quello in capo agli Stati, mentre il focus dovrebbe essere sul debito netto. In Giappone, per esempio, il debito è al 220% del Pil, ma la banca centrale locale ne detiene una larga fetta. Se per ipotesi il governo di Tokyo decidesse uno stralcio del debito, non ci sarebbero grandi effetti: come passare soldi da una tasca all’altra. Il secondo aspetto distorsivo riguarda la moneta. Paesi come Usa e Giappone non falliranno mai, perché il loro debito è emesso in una valuta che possono decidere di stampare. L’Europa è complicata, ha la valuta unica ma il debito su base nazionale. E anche in questo senso il Next Generation Eu, come ‘debito europeo’, è un grande passo nella giusta direzione. Concordo con quanto ha detto Bruno Le Maire nel Forum, l’Europa oggi sembra avere imparato la lezione di ciò che non ha saputo fare 10 anni fa». Come rientrerà l’Europa da un debito mediamente al 100% del Pil? «Intanto si deve guardare il debito netto, molto più basso. Gli Usa, nel Dopoguerra, avevano il 135% di debito netto sul Pil, senza aver potuto scegliere se e come spendere quei soldi. Ma negli anni successivi i governi, tra l’altro repubblicani, fecero molti programmi di spesa, e l’economia crebbe abbastanza per riportare il debito al 45% del Pil. Ricorda un po’ l’agenda dell’Europa oggi: usare il Recovery Plan per ampliare il denominatore del Pil». L’ottimismo che si respira, specie in Italia, è per lei giustificato? «C’è in effetti molto ottimismo, legato alla presenza di persone competenti nel governo italiano, e ai 222 miliardi di fondi Ue in arrivo, che dovrebbero davvero stimolare un forte recupero». E se poi dopo Draghi tornasse un governo politico pasticcione? «Spero che le buone pratiche del governo possano segnare la strada da seguire. Negli Usa abbiamo eletto Donald Trump, un distruttore della democrazia. Ma in democrazia devi pensare che alla fine la gente possa fare la cosa giusta, tra momenti brutti e momenti belli: e ora che ce n’è uno bello si deve raddrizzare l’economia».

Nella Pubblica amministrazione, la fine dello smart working rappresenta davvero la “ripresa”? Bentivogli, ex segretario nazionale Fim Cisl ne scrive insieme a Mariano Corso, docente del Politecnico su Repubblica, specialista della materia. I due bocciano l’idea del Ministro Renato Brunetta di far tornare i dipendenti pubblici fisicamente in ufficio.

«Fa discutere l’intenzione del ministro della Pubblica amministrazione di far rientrare in ufficio tutti i dipendenti pubblici a fine settembre. Da anni lo smart working viene utilizzato nella Pa come strumento di modernizzazione perché, oltre a favorire benessere e conciliazione, spinge i lavoratori ad una maggiore autonomia e responsabilizzazione sui risultati. Durante la pandemia lo smart working è stato esteso a circa la metà dei lavoratori pubblici ed ha consentito alle amministrazioni di continuare ad operare evitando la paralisi dei servizi pubblici tutelando al tempo stesso la salute dei lavoratori. Si è trattato di un’esperienza preziosa che ha dimostrato come, anche nella Pa, sia possibile riorganizzare i processi all’insegna della flessibilità e della digitalizzazione, creando servizi più resilienti, sostenibili ed efficienti. La stretta annunciata dal ministro, con la richiesta di ritorno al lavoro in presenza definito come “anima della ripresa”, rappresenta una retromarcia grave e controproducente. La prima motivazione addotta è quella di favorire la crescita dell’economia dando impulso ad attività dell’indotto come ristorazione, abbigliamento e trasporti. Il segnale che in questo modo si rischia di passare ai lavoratori è che ciò che interessa del loro contributo alla ripresa non è tanto il loro impegno e la loro professionalità, quanto la loro spesa come consumatori e ciò anche a prezzo di un minor benessere ed equilibrio personale e professionale. Si tratta di una prospettiva che, oltre che umiliante verso i lavoratori, risulta miope in quanto la priorità del nostro Paese, e in particolare della nostra Pa, non è certo incrementare i consumi dei dipendenti pubblici – abbiamo oggi modi più produttivi di stimolare la domanda – ma migliorare sostenibilità ambientale, resilienza, digitalizzazione e produttività. Si tratta di sfide fondamentali previste dal Pnrr alle quali lo smart working può dare un contributo sostanziale, ma che, sull’altare di un preteso stimolo ai consumi, questo nuovo indirizzo del governo sembra ignorare. La seconda motivazione è quella del contributo che il lavoro in presenza darebbe al miglioramento dei servizi pubblici. Posto che è inevitabile che la pandemia abbia prodotto ritardi e disagi nell’erogazione dei servizi pubblici, appare del tutto ingenerosa e infondata l’assunzione che tali disagi siano dovuti all’utilizzo dello smart working. Se ci sono casi in cui questo può essere accaduto, ce ne sono altri in cui è avvenuto esattamente il contrario: benché spesso improvvisata, l’applicazione dello smart working ha consentito in molti ambiti di tenere in piedi i servizi pubblici, e questo spesso grazie all’impegno eccezionale di lavoratori che durante l’emergenza hanno messo a disposizione con generosità tempo, strumenti e creatività. Occorre quindi oggi uscire dalla logica dell’emergenza, evitare qualsiasi generalizzazione ed entrare nel merito di quanto accaduto, per consolidare i risultati positivi e identificare e rimuovere le aree di inefficienza e i comportamenti opportunistici. Ciò che serve è un’analisi dei servizi pubblici che identifichi: – aree nelle quali la produttività e i livelli di servizio sono scesi per effetto dello smart working e possono essere aumentati con un ritorno al lavoro in presenza; – aree, viceversa, nelle quali produttività e livelli di servizio sono migliorati grazie allo smart working, e nelle quali quindi occorre premiare e consolidare i risultati; – aree, infine, dove un ricorso allo smart working si è dimostrato possibile e potenzialmente efficace, ma che richiedono preventivamente investimenti in termini tecnologici, formativi e di ridisegno di processi e servizi. Solo così sarà possibile esprimere giudizi non affrettati e soprattutto formulare piani efficaci per l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro pubblico. La posta in palio è importante: il Paese ha urgente bisogno di promuovere la modernizzazione di una Pa che nei prossimi anni sarà chiamata ad accompagnare la ripresa e che, per fare questo, dovrà attrarre ed assumere personale altamente qualificato. L’indirizzo espresso dal governo non sembra certo contribuire in questa direzione: è già non semplice attrarre persone con elevate competenze potendo offrire contratti per lo più transitori e salari spesso decisamente più bassi che nel privato, se a questo si aggiunge la pretesa di imporre modelli di lavoro rigidi, in controtendenza con quanto avviene nel settore privato, la sfida rischia di diventare proibitiva. Negando alle Pa la possibilità di proporre lo smart working, quindi, non solo si frustrano i lavoratori attuali, ma ci si priva della possibilità di competere per attrarre i migliori talenti, e questo proprio nel momento in cui la Pa deve affrontare un gigantesco ricambio generazionale. Non è questo ciò di cui il Paese ha bisogno, non è il momento di ingaggiare improbabili battaglie di retroguardia».

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