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martedì 5 Marzo 2024 - 01:14
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“VACCINI PER TUTTI”, MA NON SI DECIDE

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Il mondo non guarda solo alle nuove spese militari e all’economia. La pandemia è ancora in primo piano. Lo è soprattutto la disuguaglianza clamorosa, sulla vaccinazione, fra Paesi ricchi e Paesi poveri. Viviana Daloiso per Avvenire.

«Giù, giù, all’ultimo scalino della classifica, sta il Congo. Ottanta milioni di abitanti, appena 130mila vaccinati (di cui 96mila con una dose soltanto). Lo 0,1% della popolazione. Pensare che in Israele oltre tre milioni di persone hanno già ricevuto la terza, di dose. Potere dei vaccini, si dirà: chi più ne ha, più ne usa. E invece no: l’ultima beffa dell’«apartheid vaccinale», come l’ha definito senza mezzi termini un editoriale pubblicato sul British medical Journal quest’ estate, sono le dosi da buttare. Scadute o in scadenza, perché inutilizzate da chi le aveva accumulate nei propri magazzini in barba ai calcoli e al destino del resto del mondo. La denuncia è arrivata nelle ultime ore dalla società di analisi e informazione scientifica britannica Airfinity: oltre 100 milioni di dosi di vaccino anti Covid acquistate dai Paesi ricchi del mondo saranno inutilizzabili a fine anno (il 40% delle quali si trovano nell’Unione europea). Basterebbero per vaccinare in un colpo solo tutto il Congo e invece potrebbero finire in spazzatura, a meno che i leader globali non decidano di donarle alle nazioni più povere: un passo che, insieme alle donazioni già effettuate e a quelle previste per i prossimi mesi, permetterebbe di proteggere dal coronavirus il 70 per cento della popolazione nei Paesi a medio e basso reddito. Ma serve passare dalle parole ai fatti, un abisso che nemmeno le buone intenzioni del programma internazionale Covax riescono a colmare. Un po’ per la partenza della (imprevista e imprevedibile fino a un paio di mesi fa) campagna di richiamo, un po’ per la paura di una recrudescenza improvvisa dell’epidemia. Così i numeri del divario vaccinale restano spietati: secondo il contatore di Our World in Data solo il 2% delle persone residenti nei Paesi poveri ha ricevuto almeno una dose, circostanza che non solo condanna a morte migliaia di esseri umani ma aumenta esponenzialmente il rischio che emergano nuove varianti del virus, capaci di aggirare gli stessi vaccini. Ad alzare la voce, nelle ultime ore, è tornato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che ha definito le disuguaglianze «un’oscenità» e chiamato tutti i Paesi a fare la loro parte «senza aspettare prima le mosse degli altri»: «Abbiamo passato il test dal punto di vista della scienza, ma in etica abbiamo preso zero». Secondo l’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Josep Borrell, «nessuno è al sicuro finché non lo sono tutti. Il 16 settembre, il 31% della popolazione mondiale era completamente vaccinato. Nell’Ue è stato così per il 61% della popolazione adulta». Un divario e una «linea di faglia» che rischia di dividere ancora di più il mondo e di penalizzare tutti quanti. Githinji Gitahi, ai vertici di Amref (la più grande onlus sanitaria in Africa) e commissario per la lotta al Covid dell’Unione Africana, denuncia che «nonostante l’obiettivo di immunizzare il 20% delle popolazioni di tutto il mondo entro la fine del 2021, chi avrebbe dovuto fornire vaccini all’Africa non l’ha fatto. Mentre i vaccini dei Paesi ricchi scadono, la nostra gente muore». E secondo l’ex primo ministro britannico Gordon Brown l’eventualità che decine di milioni di dosi di vaccino vengano gettate via perché scadute «rappresenta una delle più grandi vergogne dell’Unione Europea e degli Stati Uniti». Anche perché il punto adesso non è più la carenza di vaccini: da inizio estate, sempre secondo il rapporto Airfinity, si producono circa 1,5 miliardi di dosi al mese (che arriveranno a 2 entro la fine dell’anno) ed entro dicembre dovrebbero esserci vaccini a sufficienza (12 miliardi di dosi) per tutta la popolazione mondiale di età superiore ai 12 anni. L’accumulo, invece, continua: alla fine del 2021 Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Regno Unito disporranno di un surplus di 1,2 miliardi di dosi, una stima che tiene conto persino dei vaccini necessari per somministrare la terza dose all’80% della popolazione over 12. Proprio sulla terza dose ormai da settimane sta conducendo la sua battaglia – pressoché inascoltata – l’Organizzazione mondiale della sanità: secondo una revisione condotta da un gruppo internazionale di scienziati, fra cui anche esperti di Ginevra e dell’Agenzia del farmaco americana (Fda). non solo «gli studi attualmente disponibili non forniscono prove credibili di un sostanziale declino della protezione contro la malattia grave, che è l’obiettivo primario della vaccinazione», ma anche se alla fine la somministrazione di un booster potrebbe produrre un certo beneficio, «questo non supererà i vantaggi di fornire una protezione iniziale ai non vaccinati». È il motivo per cui l’agenzia dell’Onu chiede una “moratoria globale” sulla terza dose, che potrebbe sì essere necessaria, ha spiegato il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, «per le popolazioni più a rischio, dove ci siano evidenze di una riduzione dell’immunità contro la possibilità di sviluppare Covid grave e morte», ma non per tutti. La proposta è semplice allora: fermarsi coi richiami fino alla fine del 2021 per consentire a ogni Paese di vaccinare almeno il 40% della propria popolazione».

Intanto le Big Pharma, Pfizer compresa, non pagano neanche le tasse allo Stato italiano. Alessandro Rico per la Verità.

«Le case farmaceutiche? Ricche, ma morose. È per questo che l’Aifa, per la prima volta, s’ è decisa a pubblicare la lista nera delle grandi aziende che non hanno versato la loro quota di «payback», cioè il rimborso allo Stato della spesa in eccesso per i medicinali, dovuta agli acquisti da parte degli ospedali. Per l’anno 2019, si tratta di 1 miliardo e 361 milioni, che andavano corrisposti entro il 30 giugno scorso. Tuttavia, alcune ditte non hanno ancora tirato fuori un euro, o non hanno saldato del tutto il debito. A stringere, le casse pubbliche reclamano 604 milioni, il 44% del totale. Nell’elenco dei cattivi pagatori figurano Novartis, che non ha sborsato alcuno dei 139 milioni dovuti, pur avendone incassati 929; Bristolmyers (deve 57 milioni, ne ha portati a casa 319); Janssen, azienda produttrice del vaccino anti Covid, che dovrebbe rimborsare 74 milioni, a fronte di introiti per circa 420; l’altra big dei vaccini, Pfizer, che ha incassato 397 milioni e ha, sì, versato una somma, ma solamente il 66% dei 70 milioni dovuti. Astrazeneca è stata più virtuosa: ha pagato tutti i suoi 34 milioni di debito, a fronte di guadagni per 195. Idem la Roche: s’ è assicurata un ritorno di 624 milioni, ne ha restituiti 110. Il sistema del «payback», introdotto nel 2007, punta a far contribuire Big Pharma agli esborsi per i medicinali, che, ogni anno, assorbono quasi il 15% del fondo sanitario nazionale. Il tetto agli acquisti è diviso in due voci: un budget destinato alla copertura dei prodotti distribuiti in farmacia (circa il 7% della dotazione complessiva, per l’anno 2019) e uno per la spesa diretta, da parte dei nosocomi (il 7,85% per il 2019). Nel caso di quest’ ultima, però, si determina regolarmente uno sforamento dei massimali. La legge, pertanto, prevede che il surplus non venga addossato tutto sul groppone delle Regioni: per metà, sono proprio le aziende farmaceutiche a garantire, in proporzione alle loro quote di mercato. La manovra è comunque vantaggiosa per l’industria, perché alla spesa diretta, appunto, non ci sono limiti. E poi, agli incassi per gli approvvigionamenti degli ospedali, vanno aggiunti ovviamente quelli per i medicinali distribuiti nelle farmacie e quelli per i vaccini. L’Aifa, adesso, lamenta che «risulta versato» solo «il 56% del totale richiesto». Il termine per i pagamenti è scaduto da quasi tre mesi, ma non si può escludere che qualche assegno venga sganciato proprio in questi giorni. L’agenzia, infatti, «si riserva di fornire ulteriori aggiornamenti a seguito della ricezione di ulteriori attestazioni di pagamento».Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria e dipendente di Janssen, ricorda che «ci sono ricorsi sulle metodologie di calcolo delle quote» di rimborso in capo alle società. «Il Tar si esprimerà il 23 ottobre. A quel punto i giudici fisseranno quanto realmente dovuto». Certo, un tempo le aziende pagavano prima delle sentenze. Ora Scaccabarozzi taglia corto: «Aspettiamo il Tar e poi si vedrà». Se il creditore è Pantalone, può attendere».

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