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VELENO, LA VERITÀ DEL “BAMBINO ZERO”

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A proposito di casi di mala giustizia, Lucia Bellaspiga per Avvenire torna sulla vicenda dell’inchiesta sui diavoli della bassa modenese, una storia inventata e costruita da inquirenti e psicologi, per cui 16 bambini furono allontanati dalle loro famiglie e un prete morì di crepacuore per le accuse ingiuste. Dopo tanti anni Pablo Trincia svelò la verità con l’inchiesta “Veleno” per Repubblica. Ora parla il “bambino zero”, primo accusatore, evidentemente plagiato e spinto a dire il falso.

«Diavoli della Bassa»: 30 anni dopo una testimonianza mozzafiato «Ero un bambino di sette anni, i colloqui con psicologi e assistenti sociali duravano ore, ti martellavano con domande ripetitive. Alla fine per disperazione ho detto quello che si volevano sentir dire, anche se non era vero. (…) Ho accusato anche mio fratello e i miei genitori, che per colpa mia hanno fatto la galera, ho inventato di essere stato abusato, ho inventato i riti satanici nei cimiteri. Ma i miei genitori oltre a essere poveri non mi hanno mai fatto del male. Ho inventato tutto per i mal di testa che in quei colloqui mi facevano venire». Toglie il fiato la testimonianza rilasciata a ‘Repubblica’ da Davide, il «bambino zero» dalle cui parole alla fine degli anni 90 partì l’inchiesta sui ‘Diavoli della Bassa’, finita con ben 16 bambini da 0 a 11 anni portati via a genitori accusati di pedofilia e riti satanici: alcuni furono condannati e scontarono anni di carcere, altri furono completamente assolti o addirittura non vennero mai indagati, ma non rividero più i figli. Da subito ‘Avvenire’ seguì da vicino la terribile vicenda, in cui i paesini della Bassa Modenese sembravano improvvisamente nascondere turpi rituali e omicidi di un’efferatezza che di umano non aveva nulla. Dopo Davide, gli altri piccoli allontanati dalle famiglie e sottoposti a mesi di interrogatori crollavano uno a uno aggiungendo racconti: bambini sgozzati di giorno e di notte nei cimiteri, legati a croci, abusati e decapitati, infine caricati sul Fiorino del parroco don Giorgio Govoni e da lui gettati nel fiume Panaro. E a uccidere sarebbero stati loro stessi, portati lì dai genitori, che li violentavano, li inducevano a squartare, a bere sangue, a trovare nuovi bambini da irretire. Il tutto senza che per anni nessuno si accorgesse. E soprattutto senza che all’appello dei vivi mancasse un solo bambino… I conti non tornavano. Noi giornalisti indagavamo, ma la gente del posto scuoteva la testa con decisione e il fiume, dragato con spese ingenti, non restituì alcuna salma. D’altra parte, però, come potevano bambini così piccoli inventare storie tanto cruente e inverosimili? La risposta ci fu offerta nel 2004 in una casa del Ferrarese, dove ci mostrarono qualcosa di inaudito: il video dell’interrogatorio subìto da una delle presunte piccole vittime di abusi. Non era Davide, ma le dinamiche erano le stesse: ‘L’orco poteva essere il dottore?’, chiedevano assistenti sociali e psicologi al bimbo, che distrattamente confermava. ‘Ma poteva essere il sindaco?’, di nuovo sì. ‘Ma anche il prete?’, sì… La tesi precostituita mirava al parroco, amatissimo dalla gente. ‘Può anche chiamarsi don Giorgio?’. Ecco trovato il capo della setta. Per don Govoni fu chiesta una condanna a 14 anni, ma il giorno stesso morì di crepacuore, era il 19 maggio 2000. «Pena estinta per morte del reo» la sentenza. Per un giusto processo non ci fu il tempo, e l’assoluzione gliela diede la comunità intera. I riti cimiteriali risultarono alla fine inesistenti. Ma come si era arrivati a tutto questo? La Carta di Noto, che indica le modalità con cui psicologi e giudici devono raccogliere i racconti dei bambini, raccomanda di evitare domande suggestive che stimolano la risposta voluta, ma i consulenti della Asl di Mirandola e del Tribunale dei Minori di Modena aderivano a un’altra teoria, basata sul ‘disvelamento progressivo’… Lo denunciò, all’epoca, l’inviato di ‘Avvenire’ Giorgio Ferrari, raccontando della «tecnica rozzamente induttiva che partiva da frammenti di sogni o sensazioni per approdare gradualmente a un quadro accusatorio…». Nel 2017 il giornalista Pablo Trincia scoprì il resto, pubblicando video, interrogatori dei bambini e testimonianze nell’inchiesta web in sette puntate ‘Veleno’. Sono passati decenni e i sedici bambini sono diventati adulti lontani dalle loro famiglie naturali, seguiti per anni da servizi sociali e psicologi. Alcuni ancora oggi confermano gli orribili ricordi riemersi nei lunghi interrogatori di decenni fa. Altri non sono più sicuri di niente e non vogliono sapere («troppo doloroso, ora mi basta vivere la mia vita », ci ha detto la figlia di uno dei condannati a 11 anni di carcere) o addirittura ritrattano le antiche accuse, come oggi fa Davide, motivando il tutto con una introspezione che stride con la sua faccia da eterno bambino: «Vedevo che le storie che inventavo prendevano piede, ‘sei coraggioso, sei il primo a parlare’ mi dicevano, e alla fine mostrandomi gli altri piccoli tirati in causa da me ‘questi sono i bambini che hai salvato’: mi sono sentito morire dentro». Il suo messaggio lo manda a loro, agli altri bambini di un tempo: «Nessuno ce l’ha con noi, noi siamo le vittime». In fondo è questa l’unica verità inoppugnabile, da qualsiasi parte la si guardi».

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