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VIA DA KABUL, DA DOMANI IL G7

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L’emergenza è diventata la “rescue operation”: portare a casa gli occidentali dall’Afghanistan. La cronaca di Lorenzo Cremonesi:

«L’inferno di fronte all’aeroporto di Kabul non fa che peggiorare. A una settimana dalla presa talebana della capitale, con l’inizio della fase più drammatica dell’esodo, gli ufficiali Nato confermavano che «almeno una ventina di persone hanno perso la vita». La maggioranza sarebbe stata schiacciata dalla folla e sopraffatta dal caldo. Periscono i più deboli: bambini, anziani, donne incinte. Secondo la locale Tolo Tv , le ultime ore hanno visto un preoccupante aggravamento della situazione: una dozzina di morti soltanto da sabato sera. Gli ospedali offrono cifre più gravi di quelle della Nato e ci sarebbero decine e decine di feriti ancora in pericolo di vita. «Il collo di bottiglia che si è creato sulla strada che conduce al terminal è dovuto alle decine di migliaia di persone che arrivano dalle province più remote, senza alcuna autorizzazione per il fatto che non hanno mai lavorato in alcun modo con la coalizione internazionale, ma che pure cercano di saltare sugli aerei approfittando del caos», spiegava ieri mattina Tolo , che ha diversi inviati sul posto. Secondo le intelligence occidentali, ci sarebbe una specifica minaccia da parte dell’Isis, che pianificherebbe lanci di razzi verso l’ingresso dell’aeroporto da un camioncino Ford. Pare che da venerdì la folla assiepata nella zona dall’aeroporto sia sempre più alimentata dai nuovi arrivati dalle province: Bamiyan, Helmand, Kunar, Baghlan. Non più soltanto profughi che scappano dai talebani e si sentono braccati per il fatto di aver lavorato per i contingenti occidentali, bensì migranti puri e semplici, che cercano di approfittare del caos e dell’opportunità offerta dal ponte aereo internazionale per lasciare il Paese. Ai loro occhi, le difficoltà di fronte alle porte dell’aeroporto sono comunque meno gravi, meno costose e molto più brevi, che le incognite della migrazione illegale destinate a durare mesi infiniti di sofferenze e incertezze. Un concetto espresso anche dal rappresentante Nato a Kabul, l’ambasciatore Stefano Pontecorvo: «Una folla di circa 15.000 persone blocca gli accessi di coloro che hanno ottenuto il diritto di viaggiare». Prendendo atto delle enormi difficoltà sul terreno, complicate dal rischio attentati, gli americani stanno mutando strategia per velocizzare l’evacuazione in sicurezza. Lo stesso presidente Biden ha annunciato che mobiliterà 18 aerei commerciali da affiancare a quelli militari. Ma, soprattutto, si manderanno elicotteri e forse convogli blindati per recuperare i cittadini americani, assieme a quelli della coalizione alleata, che al momento sono invitati a raggiungere specifici punti di raccolta nella zona della capitale. «Non venite all’aeroporto, restate al riparo. Attendete le nostre indicazioni», ribadiscono i diplomatici Usa concentrati nella sala di regia del terminal. Non sarebbe del resto una novità. Con la crescita del rischio attentati jihadisti sul terreno, da almeno quattro o cinque anni gli elicotteri americani funzionavano come navette per portare connazionali e alleati al terminal. Nel frattempo, i talebani cercano di velocizzare la formazione del loro governo. L’economia del Paese è in ginocchio. Ministeri e uffici pubblici non funzionano. I confini di terra sono chiusi, o comunque richiedono procedure complicate per attraversarli. Le banche sono serrate, i salari non vengono pagati. La carenza di contanti sta diventando acuta. Il valore della moneta locale è in caduta libera. Due mesi fa un dollaro veniva cambiato per una sessantina di «afghani», ieri sera era lievitato sopra quota novanta. Ciò aiuta a spiegare la fretta della politica. L’ondata di contestazioni e proteste che ha scosso il Paese tra giovedì e venerdì preoccupa: hanno la necessità di dimostrare alla popolazione che oltre ad essere bravi guerriglieri sono anche in grado di gestire gli affari dello Stato. La fuga delle forze migliori della società a questo punto rappresenta per loro un grave danno. Scappano medici, ingegneri, tecnici, studenti, docenti, uomini d’affari. Si spiegano così i continui appelli pubblici per tornare alle proprie case. È stata anche creata una commissione volta a tranquillizzare i giornalisti. Ieri i leader storici del movimento sono tornati a incontrare gli esponenti locali legati alla coalizione internazionale del calibro dell’ex presidente Hamid Karzai e l’ex numero due del governo appena rovesciato, Abdullah Abdullah. Il loro progetto di «governo inclusivo» resta però tutto da verificare. Le aperture nei confronti delle forze dell’estremismo sunnita, come il clan Haqqani e il feroce signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar, paiono smentire le loro promesse di moderazione. Un segnale di distensione è giunto dalla valle del Panshir, dove il giovane Ahmad Massoud ha invocato il dialogo. I talebani sembrano replicare inviando truppe ben armate».

L’intellettuale francese Bernard-Henri Levy ha intervistato Ahmad Massud, figlio del comandante Ahmad Shah Massud, il leone del Panshir. La stessa zona in cui Massud è asserragliato con i suoi uomini.

«Circola notizia, in Europa e negli Stati Uniti, che anche lei si stia preparando ad abbandonare la lotta. «È solo propaganda. E, a quanto pare, lì da voi ci sono dei disfattisti che confondono i loro desideri con la realtà. Non è affatto così, e la prego di renderlo noto. Non se ne parla di abbandonare la lotta; anzi, la nostra resistenza, qui nel Panshir, è appena iniziata». Haqqani, il leader dei talebani, ha dichiarato poco fa, via Twitter, che lei stava “battendo in ritirata”. Non è vero, quindi. «Le ripeto che è pura disinformazione». Me lo dica chiaro e tondo: nessuna resa? «Nessuna resa, confermo. Preferirei morire, piuttosto che arrendermi. Sono figlio di Ahmad Shah Massud: “resa” è una parola che non esiste, nel mio dizionario». Nonostante gli americani se ne siano andati? Nonostante gli alleati abbiano tradito e lo Stato sia crollato? «Quando lei venne a farmi visita, un anno fa, nel mio territorio del Panshir, le dissi che per me mio padre era più di un padre, era stato un mentore. Mio padre non accetterebbe che mi arrendessi». L’Europa, in proposito, ha dei dubbi. Si dice che lei non è nato per condurre una guerra e che non riuscirà a diventare un guerriero. «Mio padre mi ha insegnato una cosa: che la forza di un popolo è fatta, ben oltre la disparità dei mezzi fisici, dallo spirito di resistenza. È questo che conta. Bisogna credere con ogni forza nella missione che ci viene assegnata, e questa missione, per me, è irrevocabile, qualunque sia il prezzo da pagare. Mio padre, dentro di sé, questa forza l’aveva, non l’ho mai messo in dubbio. Farò tutto il necessario per dimostrarmi degno del suo esempio, della sua fermezza e del suo coraggio pacato». Mi scusi se insisto, caro Ahmad, amico mio. Purtroppo la linea è davvero pessima e voglio essere sicuro di aver capito bene. Le voci che dicono che siete in dialogo con i talebani sono quindi false? «Parlare, è una cosa. Parlare si può. In qualsiasi guerra si parla. E mio padre ha sempre parlato con i nemici. Sempre. Persino nei momenti di guerra più aspri. Arrendersi però è un’altra cosa. E le ripeto che non se ne parla, non ci arrenderemo, né io né i miei uomini. Non se ne parla proprio». Ma allora, perché parlare? «Perché io sono un uomo di pace e voglio il bene del mio popolo. Pensi se i talebani si mettessero a rispettare i diritti delle donne, delle minoranze; e la democrazia, le basi di una società aperta e tutto il resto. Perché rinunciare a dire loro che tali principi avrebbero effetti positivi su tutti gli afghani, talebani compresi? Tuttavia ripeto, e torno a ripetere, che non accetterò mai una pace imposta, il cui unico merito sia l’apporto di stabilità. La libertà e i diritti umani sono beni di un valore incalcolabile, non si possono barattare con la stabilità di una prigione».

Domenico Quirico su La Stampa prova ad immaginare che cosa accadrà nell’immediato futuro. Il suo è uno scenario amaro (ce n’è anche per Levy e Massud) che mette in luce le ipocrisie occidentali.

«Proviamo a immaginarlo: l’Emirato dell’Afghanistan. Facciamo in fretta. Non c’è più nulla in sospeso. Non si preconizza. Si fa. Tra qualche settimana sarà ben installato, una ingombrante realtà geografica e politica. Ora con le immagini dell’aeroporto, e i fuggiaschi che si accalcano con i volti solcati dalla paura come campi arati, la tragedia afgana sembra più vicina. ha dei contorni più familiari, più precisi. Esiste. Eppure. Il dopo è già in gestazione, inesorabile. Come in un finale d’opera i nocchieri della catastrofe occidentale son ancora tutti alla ribalta con le loro facce ben conosciute, i loro annunci sono piccoli incidenti retorici, residui da rigattiere. Si insiste sulla emergenza umanitaria, per non dover rispondere dell’altro. Si promette di portar via tutti i “nostri afghani”, ammettendo così in modo esplicito che gli altri, che sono 34 milioni, non ci riguardano, li abbiamo già consegnati senza troppi sudori del rimorso alla cura dei fanatici. Si lanciano campagne per adottare l’afghano da salvare e ognuno, secondo una inguaribile visione corporativa del mondo, si avviticchia al suo. I giornalisti salvano i giornalisti, i medici il personale sanitario, le femministe le donne, gli scrittori, scrittori di cui non hanno mai letto un libro. Senza porsi la domanda se svuotare l’Afghanistan di tutti coloro che sono un’alternativa umana politica e culturale al pensiero fondamentalista non sia un bel regalo fatto ai taleban: che forse per questo, e per qualche altro redditizio baratto, lasciano fare. Nell’Emirato le nuove generazioni cresceranno così senza pensare che ci sia qualcosa di diverso dal pensiero unico: la migliore garanzia di dominio millenario. Dopo venti anni di bugie decrepite ne abbiamo già pronto un nuovo armamentario per gli afghani stralunati che sbarcano nei nostri aeroporti. Chissà se questi sventurati venendo da un Paese in cui la tragedia è vana, il trionfo rovina, il quotidiano è angoscia del domani trovano in questa vita nostra alla giornata, una esperta e sorridente saggezza. Il senso della Storia ridotto al giorno, all’ora, al momento che passa. Con la dimenticanza già pronta in tasca. Sull’aeroporto del nuovo Emirato, tornato tranquillo, sventolerà tra poco la bandiera ammonitrice dei taleban. Pattuglie di zelanti controllori della virtù civica e teologica pattuglieranno le strade per tener lontana l’esibizione del vizio. L’aeroporto non sarà sonnolento, anzi: atterreranno fitte delegazioni cinesi alla ricerca di buoni contratti per estrarre minerali rarissimi (chissà perché spuntano sempre dal sottosuolo di lande derelitte dopo guerre e rivoluzioni?) e per sdebitarsi con strade e infrastrutture. Alla shura talebana vanno benissimo, i discreti apostoli del capitalismo confuciano: vivon chiusi in miniere e cantieri, non danno scandalo con abitudini empie, finito il lavoro spariscono senza lasciar tracce ideologiche. Adorano anche loro l’Ordine. Solo con lieve ritardo spunteranno, un po’ timidi all’inizio, anche pionieri del buon affare dall’Occidente e da altri orienti. La televisione trasmetterà no stop delle prediche delle star delle madrase e notiziari sull’inesorabile espandersi del vero pensiero islamico nelle terre dei tiepidi e degli infedeli. La Resistenza del nord è scomparsa in poche settimane: i leoni del Panshir erano stanchi, chiacchieroni senza seguito. Massoud junor, tipo azzimato e inconcludente, vivrà ormai a Parigi, nel sesto chiccoso arrondissement, dove in coppia con il filosofo delle star, BHL, terrà ben remunerate conferenze sulla disperante tragedia afghana, e scriverà toccanti editoriali per «Le Monde». Per qualche mese sarà in piedi uno scenografico governo di coalizione con alcuni personaggi del vecchio regime, pentiti o convertiti alla giusta fede. Vecchio trucco dei totalitarismi, la fase ecumenica, gentile. E poi bisognava regalarlo ai governi musulmani amici e agli occidentali che dovevano salvar la faccia. Molto utilizzato, all’inizio, l’ex presidente Karzai soprattutto per necessità scenografiche, cerimonie, incontri ufficiali. I taleban hanno notato che spesso a noi occidentali basta un inglese fluente e un vestito costoso per innescare fiducia. Dopo qualche mese saranno evocati alcuni dossier che i taleban avevano “scoperto” nei giorni della conquista di Kabul: bustarelle milionarie, peccatucci con gli abominevoli invasori americani. La terza via afghana all’islamismo democratico sparirà fisicamente con discrezione. Nessuno si farà molte domande: in fondo per gli afghani erano personaggi che non meritavano tutta questa pena. Le ambasciate si ripopoleranno: per prime quella del Pakistan, ovviamente, antico socio dei taleban, poi il Qatar milionario e la Turchia. L’hanno subito detto che con la nuova Kabul si deve parlare. Ciascuno di loro con la speranza, molto fragile, di poterli manovrare, i barbuti dell’Hindu Kush. Seguiranno il loro esempio via via altri Paesi musulmani, anche quelli che hanno maggiori ragioni di aver paura degli alleati estremisti dei taleban, i sognatori della purificazione dell’islam falso e bugiardo. Essere accettati a Kabul, nuova Mosca del Verbo estremista, patria per i senza patria estremisti, è la garanzia perché quei pericolosi giannizzeri del jihad universale vengano dirottati su altri bersagli. Saggia precauzione: il trionfo a Kabul, con gli americani umiliati e fuggiaschi, solleverà entusiasmi in tutta il pianeta musulmano. Delegazioni di aspiranti imitatori verranno a visitare il paese dell’islam realizzato, a imparare come si fa a cacciare l’Occidente. Una seduzione taleban, che farà seguito a quella per Bin Laden e per il califfato di Mosul. Quello che è accaduto non è un imprevedibile accidente anacronistico, guidato da uomini preistorici, uomini di un altro tempo che per caso si trovano a dirigere un grande Paese in una zona nevralgica del mondo. Semmai un altro tassello della rivoluzione totalitaria islamica che come quelle francese e russa ha enormi ripercussioni, non solo interne fra le genti che la vivono, ma fra tutte le genti con cui ha un discorso in comune. Il nazionalismo jihadista degli afghani, più astuto e prudente della furia universalistica dei siriani, non preannuncia però furie territoriali e annessionistiche. Userà il micidiale contagio dell’esempio».

Fabio Tonacci fa il punto per Repubblica sull’accoglienza dei profughi nel nostro Paese.

«La Ellis Island italiana si prepara ad accogliere cinquemila afghani. Il ponte aereo da Kabul organizzato dal ministero della Difesa proseguirà per tutto agosto e alla fine saranno evacuate più delle 2.500 persone segnalate dalla Farnesina tra collaboratori e famigliari di chi ha lavorato con il contingente italiano a Herat. È assai probabile che sarà prelevato anche chi attualmente non figura nella lista italiana. Il numero esatto, però, non è definito. Intanto il terminal 5 dell’aeroporto di Fiumicino. dove i profughi sono sottoposti a visita medica, tampone anti-Covid, foto segnalamento per il rilascio del visto, si attrezza con docce, brandine, più agenti della Polizia di frontiera e della Polaria e più sportelli per il rilascio dei visti umanitari. Ad oggi i cittadini afghani trasportati dall’inizio dell’operazione Aquila sono 2.497. Di questi 1.701 solo negli ultimi sette giorni, dopo la presa del potere da parte dei talebani: 454 sono donne e 546 bambini. Nello scalo di Kabul, controllato dagli americani, ci sono altri 800 afghani pronti per essere imbarcati sui C130J dell’Aeronautica. Nella giornata odierna a Fiumicino sono previsti tre voli in arrivo (alle 4, alle 7 e alle 14) con 600 passeggeri. Nel Terminal 5 ormai ribattezzato la Ellis Island italiana, come l’isolotto della baia di New York dove tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo approdarono 12 milioni di migranti, si lavora h24. Nove docce, tre per gli uomini e sei per le donne, sono state installate dalla Croce Rossa. Una ventina di brandine pieghevoli sono state sistemate nella zona dei check-in. La Polizia ha raddoppiato (da 5 a 10) le postazioni per il rilascio dei documenti, e la Scientifica aumenterà a 7 i banchi per il foto segnalamento. «In media ci mettiamo 15-20 minuti per rilasciare un visto – dice Antonella Mari, dirigente della polizia di Frontiera di Fiumicino – con il potenziamento del personale in servizio riusciremo a dimezzare il tempo di permanenza al Terminal». Dopo il visto, le famiglie afghane vengono trasferite nelle strutture di accoglienza delle prefetture e dei comuni. I 130 arrivati ieri sono stati portati in Liguria. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è intervenuto al Meeting di Rimini: «È necessario e urgente mettere a punto insieme all’Unione Europea una risposta comune, in raccordo con i partner della regione», ha detto, ribadendo che i flussi di profughi aumenteranno. Sul rischio terrorismo sottolinea che nell’azione di contrasto «andranno coinvolti anche Cina e Russia». In ultima battuta, Di Maio ha voluto in qualche modo rispondere alle critiche di Beppe Grillo. «Dobbiamo rafforzare la nostra alleanza occidentale, non metterla in discussione. Altrimenti ci indeboliamo tutti».

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