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5 STELLE VECCHIA MANIERA, TORNA DIBBA

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Nuova fase politica per Alessandro Di Battista, grillino della prima ora, che ha rappresentato l’ala più ortodossa e intransigente del Movimento. Ne scrive su Repubblica Annalisa Cuzzocrea.

«Partirà da Siena, il ritorno in politica di Alessandro Di Battista. Partirà dalla città che è – secondo l’ex deputato M5S – il simbolo della malefatta peggiore che si starebbe compiendo in questi mesi: l’acquisizione del Monte dei Paschi da parte di Unicredit, presieduta dall’ex ministro dell’Economia dem Piercarlo Padoan. È fedele a quanto ha sempre detto, il più nostalgico degli ex 5 stelle: oggi il problema non è il neofascismo, non sono i no Green Pass, non sono i temi che la politica mette al centro «solo per fingere di dividersi ». Come scrisse ai tempi di A testa in su , nel 2018, «Che cos’ è il fascismo ai giorni nostri? Andare in camicia nera per ricordare un regime – grazie a Dio – morto e sepolto? Pronunciare frasi senza senso su fantomatiche “pacchie finite” per provocare i giornali che puntualmente ci cascano? Ma per favore! Oggi il fascismo è l’omologazione al pensiero dominante, è il primato della finanza sulla politica, dei mercati sulla carne e sul sangue delle persone. Oggi fascista è colui che bastona mediaticamente coloro che non sono allineati al pensiero delle élite ». Non si muove da lì, l’ex parlamentare che oggi sconfessa tutto il percorso fatto dal Movimento soprattutto da quando è entrato nel governo guidato da Mario Draghi. Sull’assalto alla Cgil, scrive che è stato fatto da «violenti e coglioni». E ancora lunedì, sulla sua pagina Facebook, insiste: «Se sindacati, partiti (di sinistra?), pseudo-intellettuali e giornaloni si fossero scagliati contro l’abolizione dell’articolo 18, lo sblocco dei licenziamenti, le delocalizzazioni, i salari da fame e la trasformazione della Fiat come oggi si stanno scagliando contro il “presunto” ritorno del fascismo, beh, l’Italia sarebbe un Paese migliore». È la teoria dell’indistinto, che tanto bene ha portato – in chiave elettorale – al Movimento 5 stelle delle origini. E che Di Battista rispolvera ora che ha voglia di tornare in piazza. Porterà il tour in diverse città italiane, insieme ad altri attivisti che lo accompagneranno di volta in volta. A Veronica Gentili a Controcorrente, su Rete 4, domenica sera, ha detto: «Partirò nelle prossime settimane, organizzerò delle tappe per parlare di Politica con la P maiuscola, se dovessero partecipare tante persone vedremo quali saranno le scelte da fare». Non sono parole di un semplice attivista. Sono – piuttosto – l’annuncio di un ritorno. Di Battista cerca spazio nel campo lasciato vuoto dal M5S nel momento in cui i suoi ex compagni di partito hanno scelto, seppure con mille esitazioni e contraddizioni, il campo del centrosinistra. A Di Martedì Giuseppe Conte ieri sera ha annunciato: «A Roma voterò Roberto Gualtieri», l’endorsement che il Pd stava aspettando. Non un’indicazione di voto per gli elettori, che «non sono pacchi postali», ma comunque più della “neutralità” che sembra celare un’aperta ostilità – di Virginia Raggi. Il Movimento a Roma resterà all’opposizione, ma il suo leader ha detto chiaro da che parte sta. A Caserta, Cosenza e Latina sono invece già stati fatti accordi – sebbene non apparentamenti tecnici – di sostegno politico. Questo apre spazi ai nostalgici. La stessa Raggi ancora ieri ha sfidato Conte convocando una riunione nella nuova sede M5S annunciando il suo arrivo mezz’ ora prima su whatsApp. La maggior parte dei parlamentari romani l’ha disertata, c’erano giusto i consiglieri del Campidoglio, ma lei non cede. Non sembra quindi, per ora, seguire l’amico Di Battista. Che ha preso una strada tutta diversa, ma sostenuta da ex illustri come la senatrice pugliese Barbara Lezzi. Ora che le vie del Movimento gli sembrano precluse, nonostante i rapporti personali con Conte restino buoni e i suoi attacchi si dirigano soprattutto al resto del M5S, l’ex deputato potrebbe decidere di rompere gli indugi e fondare qualcosa di suo. Lo ha detto lui stesso a Repubblica: «Calma e gesso, per adesso faccio quel che mi piace fare di più e sono sicuro di saper fare: battaglie politiche. Poi si vedrà». Quel “poi” sembra ormai sempre più vicino».

Sulla Stampa Federico Capurso descrive un Conte sempre più in difficoltà ad accontentare tutti nel Movimento.

«Giuseppe Conte si è convinto, ormai, che mantenere la pace nel Movimento e accontentare tutti è semplicemente impossibile. C’è Beppe Grillo che non vuole sentirsi imbrigliato, Virginia Raggi agitata perché sempre più ai margini, e c’è Luigi Di Maio, appena nominato presidente dell’organo di Garanzia del Movimento, con una visione politica che di rado coincide con quella dell’ex premier. La prossima settimana arriveranno le nomine della segreteria, più tardi quelle per i capigruppo di Camera e Senato, tutte destinate a creare scontenti. E fuori c’è anche Alessandro Di Battista, che pensa alla nascita di un nuovo movimento. Di fronte a tutto questo, il leader M5S ha capito che non può aspettare e deve iniziare a prendere posizione. Innanzitutto, sull’appoggio a Roma del candidato del Pd, che arriva in serata, ospite di DiMartedì: «Voterò Gualtieri». Non era mai stato così netto. Dice che «non è un’indicazione per gli elettori del Movimento», ma i parlamentari, che si riuniscono in capannelli rumorosi nel cortile della Camera, si chiedono «da quando un leader parli a titolo personale». E sul caso dell’avvocato Luca Di Donna, ex collega di studio di Conte, indagato, si sollevano perplessità quando l’ex premier dichiara di non averlo mai visto durante il suo incarico a Palazzo Chigi «per evitare ambiguità». E si chiedono: «Quali ambiguità?». In molti poi protestano per l’appoggio dichiarato a Gualtieri: «Così ci schiacciamo troppo sul Pd», è la voce più diffusa. Tra i deputati più vicini a Di Maio i timori vengono declinati in funzione della legge elettorale. L’attuale sistema maggioritario premia le alleanze e sembra che Conte non abbia intenzione di modificarlo. L’accordo con il segretario del Pd Enrico Letta per costruire un campo progressista favorirebbe lui e non Di Maio per un ruolo di rilievo. I fedelissimi del ministro degli Esteri vorrebbero quindi passare a un proporzionale puro, in modo da poter «essere ancora ago della bilancia alle prossime elezioni». Con le mani libere, insomma, per stringere alleanze anche con il centrodestra, in una riedizione dell’attuale governo. Visioni che non collimano, appunto. A Roma il Movimento non entrerà in giunta, ma grazie all’esplicito appoggio di Conte potrà dare «un parere» – così lo definiscono in ambienti Dem – sulla scelta della squadra di assessori di Gualtieri. Insomma, nomi graditi che aiutino a creare una convergenza. Se Gualtieri vincerà, poi, dovrà dimettersi dal ruolo di deputato. E Conte – non è un caso – sta pensando seriamente alla possibilità di candidarsi alle eventuali elezioni suppletive a Roma, appoggiato dal Pd. Raggi invece non ne vuole sapere. Il rapporto con Conte, d’altronde, resta pieno di spigoli. Difficile da recuperare. I parlamentari torinesi temevano invece che l’appoggio a Gualtieri potesse coinvolgere anche loro, che osteggiano il candidato del Pd Stefano Lo Russo. Ma Chiara Appendino è in corsa per un posto da vicepresidente del M5S e Conte le ha dato la sua parola. Quella di Appendino sarebbe una poltrona che pesa, peraltro, perché i posti da vicepresidente si sono dimezzati. Dovevano essere 6 o 7 e saranno invece 3, al massimo 4. Di Maio, però, dovrebbe avere una quota e c’è la viceministra Castelli in pole position. Chi non entrerà, invece, si unirà alla schiera dei malpancisti, con il rischio ancora nell’aria di un’ennesima emorragia di parlamentari. Fuori dalla porta, adesso, c’è Di Battista che aspetta. Pianifica il suo tour, assieme all’ex sottosegretario all’Economia Alessio Villarosa, per parlare del caso Monte dei Paschi (dovrebbe partire da Siena a fine ottobre). Vuole riassaporare le piazze. Oltre alle banche, parlerà di conflitto di interessi, antimafia, lotta alle disuguaglianze. Un test, come ha confidato nelle ultime settimane: «Se ci saranno 40 persone in piazza, ne prenderò atto, ma se saranno in 400, allora dovrò assumermi responsabilità diverse».

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