Il Foglio stamattina la definisce una “coppia di fatto”. Enrico Letta e Giorgia Meloni hanno presentato ieri insieme il libro di Vespa. Convergendo più di quanto si potesse immaginare. Soprattutto la leader di Fratelli d’Italia sembra aver liquidato la candidatura di Berlusconi e ha anche annunciato di disertare l’incontro coi sovranisti europei, cui parteciperà invece Salvini. La cronaca di Wanda Marra sul Fatto.
«”Giorgia” arriva in ritardo, trafelata, come al solito. Letta junior, invece, entra con qualche minuto di anticipo al Tempio di Adriano, in piazza di Pietra, si intrattiene con gli ospiti di uno dei salotti mediatici più “in” della politica italiana, la presentazione del libro di Bruno Vespa Perché Mussolini rovinò l’Italia è il titolo. Sottotitolo, tra parentesi: E come Draghi la sta risanando. “Dopo 23 anni di carriera politica sono stato ammesso a presentare il mitico libro di Vespa. Evidentemente ero un peone, una seconda fila, oggi entro nella serie A”, esordisce. In effetti, con l’occasione si è rimesso un vestito grigio, mentre in genere in questi mesi ha scelto un abbigliamento molto più casual. Non potrebbero essere più diversi la leader di Fratelli d’Italia e il segretario del Pd. Eppure, qualche convergenza ce l’hanno. O quanto meno la devono trovare. L’attenzione si accende quando Meloni butta lì una frase, che ha l’aria di essere casuale ma è esplosiva: “Il centrodestra ha le carte in regole per dire la sua. Ciò non vuol dire eleggere un Presidente amico mio, ma un amico della Costituzione. Sono legata a Berlusconi, ma la sua elezione non è facilissima con questi numeri. Poi ha risposto per primo all’appello di Letta per trattare. Un gesto che io ho interpretato come un passo indietro”. Traduzione: la corsa del Caimano al Colle è finita e l’ha fermata la leader di Fratelli d’Italia. Che punta con questa mossa a mettersi alla testa del centrodestra, a marcare la sua centralità. Questo passo indietro di Berlusconi lo vede solo lei. Nel senso che in Forza Italia chi ha lavorato alla sua candidatura – per convinzione, o comunque per gettarla nel mucchio come atto di disturbo – continua a lavorarci. L’uscita di Meloni è “incomprensibile” dicono dai vertici di Forza Italia. Il partito si affrettano a sottolineare fonti azzurre, si è detto “disponibile” a discutere con tutti i leader della maggioranza che sostiene il governo “solo” della legge di Bilancio. Se è per la Lega la strategia sul Colle con Meloni non l’ha concordata. Nell’altro campo, la posizione della leader di Fdi è un’occasione. “Il presidente della Repubblica sempre, ma in questo caso e in questa situazione storica ancora di più con la pandemia e il Pnrr, deve essere eletto con la più larga convergenza possibile” senza andare a un’elezione “voto su voto”, chiarisce Letta. E si lascia sfuggire una sorta di lapsus. Il governo può andare avanti, con la maggioranza attuale e un altro premier, se Draghi fosse eletto presidente della Repubblica? “Ne parleremo quando si porrà il problema”, risponde. Dice solo “quando”, non “se”. E se Meloni ha sempre detto che Draghi al Quirinale era un’opzione, soprattutto per andare al voto, il centrosinistra un candidato non ce l’ha. E Letta ha bisogno della sponda di tutti per marginalizzare Matteo Renzi nella battaglia quirinalizia. E se il tavolo da lui proposto sulla manovra fallisce definitivamente, Meloni si sfila dal gruppo sovranista proposto da Marine Le Pen. E sceglie di non partecipare al vertice di Varsavia in programma il 3 e 4 dicembre, promosso dal polacco Kaczynski, dove saranno non solo Salvini, ma pure Orban e la Le Pen. Letta e Meloni convergono pure sulla legge elettorale. Il primo ammette che “è difficile che questo Parlamento riesca a fare qualcosa”, anche se “la legge attuale non mi piace: penso alle liste bloccate e i parlamentari ormai staccati dal territori”. La seconda coglie la palla al balzo: “Se non ci sta il Pd, il proporzionale non si fa”. Quindi rilancia il presidenzialismo e una Assemblea costituente da eleggere insieme alle prossime camere. La proposta di Conte, tanto per stare alla scomposizione e alla ricomposizione del quadro politico. Sul Covid, le posizioni divergono. Mentre Meloni va all’attacco della strategia del governo, tutta centrata sui vaccini, Letta si attesta sul rigore più rigorista possibile. Ma realtà è una cosa, i giochi politici sono al centro dei pensieri. I due si rivedranno a breve. Alla presentazione di un altro libro. C’è una tela da tessere».
Augusto Minzolini ha perso la pazienza per le parole di Giorgia Meloni. Ingrata, politicista, legata al passato dell’Msi… ecco il commento in prima pagina del Giornale.
«La gratitudine non è certo una categoria della politica. Gianfranco Fini, che Silvio Berlusconi tirò fuori dall’emarginazione (un tempo si diceva in maniera diversa), fu adescato, con il miraggio di Palazzo Chigi, da Giorgio Napolitano per mandare a casa l’ultimo governo del Cav. La trasparenza, invece, è una qualità della politica. Eccome. Nel rapporto con gli altri partiti e, ancor di più, con gli alleati. Ebbene, affermare, come ieri Giorgia Meloni, che Berlusconi ha fatto un passo indietro rispetto al Quirinale solo perché, per responsabilità, ha accettato l’idea di Enrico Letta di mettere in piedi un tavolo della maggioranza che sostiene il governo, è senza senso. C’entra come i cavoli a merenda. Oppure, peggio, è un espediente per dire di «no» alla candidatura del Cavaliere senza assumersene la responsabilità. Ora per la leader di Fratelli d’Italia si pone un problema di chiarezza. L’addio ai sovranisti e alla destra di Le Pen e, contemporaneamente, questa strana posizione sul Quirinale in un dibattito con il segretario del Pd hanno tutta l’aria di essere un tentativo di legittimazione, magari in un disegno neppure tanto coperto, per sostituire Forza Italia. Un’operazione politicista che in altre occasioni ha portato altri protagonisti a scambiare i miraggi per la realtà. E la realtà è che, appena un mese fa, il Pd di Letta, insieme a tutta la sinistra, alla vigilia delle elezioni amministrative, ha scatenato contro il partito della Meloni, prendendo a pretesto il caso di Carlo Fidanza, tutto l’armamentario di un tempo, a cominciare dal pericolo della destra fascista, razzista, gli ha rinfacciato di non aver fatto pulizia dentro il partito e di non aver messo in soffitta la Fiamma del Msi. Insomma, chi più ne ha più ne metta. Questi sono gli interlocutori che la Meloni si è scelta per legittimarsi. Ecco perché la leader di Fratelli d’Italia deve dire una parola chiara sul Quirinale agli alleati e, soprattutto, se ha intenzione di giocare la partita insieme a tutto il centrodestra. Anche perché se così non fosse, se di fronte ad un appuntamento così decisivo il centrodestra si presentasse diviso, magari perché qualcuno coltiva il progetto di portare Draghi al Colle per avere le elezioni anticipate a giugno, allora tanto vale, lo abbiamo scritto ieri, archiviare da subito questa esperienza, con tutte le conseguenze. Ora è probabile che ci sia stato un fraintendimento, ma è anche vero che, facendo della competizione interna il proprio Vangelo, inseguendo sogni di gloria, magari prematuri, e inventandosi candidature improbabili, il centrodestra ha gettato alle ortiche la possibilità di competere per il governo di città come Roma e Milano. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico».











