20.7 C
Napoli
venerdì 2 Ottobre 2026 - 23:26
HomePoliticaA CONFRONTO LE DUE LEGHE: DI LOTTA E DI GOVERNO

A CONFRONTO LE DUE LEGHE: DI LOTTA E DI GOVERNO

-

Le parole di Giancarlo Giorgetti su Salvini e su Draghi al Quirinale, diffuse ieri, hanno scatenato molte reazioni. Soprattutto in casa leghista, dove è stato convocato un Consiglio federale. Emanuele Lauria per Repubblica.

«E ora Salvini va alla conta. Irritato, anzi adirato per l’ultimo attacco in Super8 di Giancarlo Giorgetti – che l’ha paragonato a Bud Spencer – il segretario della Lega lancia finalmente il congresso tanto richiesto per legittimare la propria linea. Non sarà un congresso vero e proprio, quello dell’11 e 12 dicembre a Roma, ma un “congresso delle idee”, un’assemblea programmatica aperta a parlamentati nazionali ed europei, ministri, governatori. Ma sarà lì che il Capitano indicherà la direzione di marcia del partito e verificherà il consenso attorno a lui. Già oggi pomeriggio l’antipasto fortemente voluto da Matteo Salvini, un’immediata pronuncia del consiglio federale, il parlamentino del Carroccio convocato a tempo di record affinché il leader possa dire sostanzialmente una cosa: «La linea la do io. E nella Lega ognuno è da sempre abituato a stare al proprio posto». Un mesaggio consegnato direttamente a Giorgetti, un avviso che sarà sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti nel consiglio, fedeli a Salvini e irritati come e più di lui. Difficile che l’evento non venga interpretato come un “processo” al ministro dello Sviluppo economico, malgrado l’interessato abbia già chiarito telefonicamente a Salvini che le sue frasi sulla condotta ondivaga del segretario, riportate nell’ultimo libro di Bruno Vespa, siano state estrapolate da un contesto più ampio. Ma le distanze rimangono e Giorgetti non è tipo da trincerarsi dietro distingio e rettifiche di dichiarazioni “fuori contesto”. Difenderà l’esigenza di mantenere la barra sull’europeismo e su un sostegno convinto al governo Draghi. D’altronde, è nello stesso libro di Vespa che il ministro spiega come ha convinto il premier sull’affidabilità di Salvini e come ha superato le resistenze del segretario di fronte alla prospettiva di andare al governo: «Ho detto subito a Draghi: guarda che Salvini non è più quello delle felpe, delle intemerate televisive, o quello che ti raccontano. Devi vederlo, devi parlarci, devi abbracciarlo… Ho spiegato a Salvini che Draghi è una polizza sulla vita: se esci in anticipo sulla scadenza paghi un prezzo altissimo. E se Salvini gioca bene la partita con Draghi – dice Giorgetti – Meloni finisce in un binario morto». In realtà, Fdi continua a crescere e la Lega nei sondaggi è diventato terzo partito: «Il senso del nostro ingresso nel governo è diventare una forza politica legittimata a livello internazionale. Ci sono alti e bassi – la teoria del ministro – ma l’investimento è a lungo termine: ti rende poco ma non perdi il capitale». Questa la prospettiva di Giorgetti, che vorrebbe la Lega nel Ppe. Ma questa “mozione” è bocciata dal segretario, che ieri ha incontrato in videoconferenza due premier sovranisti, l’ungherese Viktor Orban e il polacco Mateusz Morawiecki, col chiaro obiettivo di giungere in breve tempo alla costituzione di un gruppo delle Destre. Un’operazione che è in cantiere da tempo e che un eurodeputato di Fdi legge così: «Con un solo cazzotto Salvini vuole stendere Giorgia e Giorgetti». Dove Giorgia, ovviamente, sta per Giorgia Meloni, presidente dei Conservatori il cui gruppo sarebbe fortemente indebo-lito, se non fatto saltare, dall’addio di 27 deputati polacchi del Pis. L’alternativa, per Meloni, sarebbe piegarsi all’adesione a un gruppo unico per il quale non ha mai fatto il tifo o accettare invece – ipotesi non da escludere – il progetto di una federazione fra Conservatori e Id, il gruppo dove trova dimora la Lega ma anche Marine Le Pen. L’iniziativa non potrà che chiudersi – in un senso o nell’altro – entro gennaio, con ragionevole anticipo rispetto alla scadenza di metà legislatura, alla quale si rinnovano le cariche istituzionali, a partire del presidente del Parlamento. Ma il blocco dei sovranisti, contestato dal Pd («Un’unione fra disperati in declino», dice il capodelegazione Brando Benifei) allontana la Lega dalla rotta del governo Draghi. Poco importa, agli ultras del segretario che a Giorgetti rimproverano fini personali («Vuole mandare Draghi al Quirinale per fare lui il premier», è la vulgata ricorrente da mesi) più che un improbabile tentativo di scalata alla leadership. I sospetti che il titolare del Mise giochi una sua partita sono poi rinfocolati dalla cena con Luigi Di Maio, in cui ufficialmente si è parlato del G20 ma si sarebbe affrontato anche l’argomento Colle. Salvini, in questo quadro, tenta di riprendersi le redini del partito mettendo ai voti del congresso sui generis previsto per dicembre un programma scritto attorno a suoi cavalli di battaglia come lotta all’immigrazione clandestina, taglio delle tasse e no alla Fornero. Sarà forse il momento in cui le due Leghe – quella di lotta e quella di governo – divrerranno una. Con effetti tutti da appurare sulla stabilità dell’esecutivo e sull’elezione del nuovo Capo dello Stato. Oggi, intanto, la prima verifica».

L’analisi di Piero Senaldi su Libero spiega la linea del capitano: Matteo Salvini punta a rinnovare il partito con un programma identitario, perché non vuol passare per un portatore di voti da sfruttare.

«Non siamo alla vigilia di una rottura, ma nel mezzo di un match pugilistico, dove si è passati dalla fase di studio a quella delle mazzate in faccia. I piani per la Lega di Salvini e Giorgetti differiscono non solo sui toni da tenere, ma pure sulle battute da inserire nel copione e finanche sui ruoli da assegnare ai protagonisti in commedia. Giorgetti è reduce da un ormai abituale viaggio negli Stati Uniti, dove ha raccolto consensi e indicazioni, aggiungono i maligni. Sogna che la Lega porti la sua nutrita pattuglia di europarlamentari di freschissima nomina nel Ppe, per rinsaldare l’intesa con Forza Italia e prepararsi a inglobarla. Il suo schema prevede un centrodestra speculare al centrosinistra, con la Lega partito madre nelle vesti del Pd, Fdi in quelle di M5S e un campo largo aperto anche a Renzi e centrini vari. Non disdegna una grande coalizione anche dopo le elezioni, anche al prezzo di rinunciare alla Meloni e rimpiazzarla con il Pd. Draghi al Quirinale sarebbe funzionale allo scopo, perché sarebbe un ombrello impenetrabile contro gli strali dell’Europa e della sinistra nostrana nel caso il centrodestra avesse i numeri per governare o la Lega verde-azzurra finisse per essere il partito più votato. Chi avrebbe mai il coraggio di sparare ad alzo zero contro un premier incaricato da SuperMario? Il progetto potrebbe anche far gola a Salvini, non fosse che il ministro dello Sviluppo non vede necessariamente il Capitano nel ruolo di premier, e forse neppure in quello di ministro dell’Interno. Profili più moderati garantirebbero una navigazione più tranquilla. Giorgetti invita perciò Salvini a fare meno piazza e più palazzo, per puntare all’Oscar e non a fare cassetta. Il piano è fare il moderato ora che il voto è lontano per tranquillizzare i ceti borghesi e moderati e poi scatenarsi in campagna elettorale. Abile stratega e lettore della politica, l’eminenza leghista non è però né un front-man né un politico da battaglia. Si fa forte dei governatori, che incarnano l’anima territoriale e moderata, quella vicina al modello della Csu bavarese al quale si ispirava Bossi, padre indimenticato di Giorgetti, il quale spara bordate per correggere la direzione di rotta e non per affondare la nave. Salvini dall’altra parte è irritato per le esternazioni del suo ministro e lontano dalle sue posizioni. Ha mangiato la foglia e non ci sta nei panni di colui che deve prendere i voti e poi farsi da parte per far governare quelli che piacciono alla sinistra e all’Europa. Non vuole cambiare schema. È convinto di avere tempo e di potersela giocare ancora a modo suo, riprendendo i vecchi cavalli di battaglia una volta finita l’emergenza Covid, e aggiungendone di nuovi. Vede che l’aggressività della sinistra si è spostata sulla Meloni e confida di tornare sopra Fdi, per poi rivendicare la poltrona di presidente del Consiglio. Sarebbe pronto a votare Draghi per il Quirinale, soprattutto per evitare nomi più sfavorevoli, casomai sfumasse l’opzione Berlusconi, che resta la preferita, anche perché gli consegnerebbe Forza Italia, acefala. Il Capitano ama le sfide e punta tutto su se stesso. È convinto che la Lega tornerà a essere il primo partito e a quel punto riavrebbe il pallino, come leader del centrodestra se si votasse con il maggioritario, come capo partito se si svoltasse sul proporzionale. Da Giorgetti lo dividono le simili ambizioni personali di governo e le differenti visioni sull’Europa. A Bruxelles Salvini sta dando battaglia alla Meloni. Fedele al motto che è meglio regnare all’inferno piuttosto che governare in paradiso, rifiuta il Ppe, dove sarebbe una matricola, e punta a una fusione tra le due destre europee, i conservatori, dei quali Giorgia è presidente, e Identità e Democrazia, dove sta lui con la Le Pen. I due leader sovranisti nostrani si contendono i favori dell’Ungheria di Orbàn e della Polonia di Morawiecki. Per Giorgetti quello di Matteo in Europa è un gioco a perdere. Al leader, senza dirlo esplicitamente, rimprovera di essere drogato di piazza e di trascurare il partito sul territorio. In altre parole, di non potersela giocare da solo ai massimi livelli. Forse anche per questo Salvini, che anche se non ascolta sente, oggi riparte proprio dal federale per rammendare la sua creatura. In discussione non è la leadership ma cosa farne e come rafforzarla senza mettere in disparte chi fa la forza del partito nel governo e nelle Regioni. Il futuro è incerto. Il Capitano qualche errore lo avrà anche commesso, ma non gli si può chiedere di metterci gambe e cuore, portare acqua per tutti e poi far bere solo gli altri. Questo lo ha già fatto, se qualcuno pensa di essere più bravo, si faccia avanti senza nascondersi dietro intoccabili paraventi».

La strategia di Matteo Salvini secondo Marco Cremonesi sul Corriere è centrata sul “sorpasso” della Meloni in campo sovranista:

«Parlate ora, o tacete per sempre. E, certamente, qualcuno parlerà. La strategia di Matteo Salvini sembra decisa. Lui ieri non si è fatto sfuggire una sola sillaba riguardo alle dichiarazioni del ministro Giancarlo Giorgetti a Bruno Vespa. Lascerà che la voce sorga dal cuore del partito: il silenzio che ha imposto ai suoi uomini (che peraltro sta diventando cronico, cosa forse un po’ mortificante per la politica) sarà rotto soltanto questa sera, durante il consiglio federale convocato a sorpresa ieri, a 28 ore contate prima del suo svolgimento. È lì che i salviniani prevedono che emerga l’indignazione dei dirigenti leghisti nei confronti dell’attacco di Giorgetti a quella Lega che rischia di finire «sul binario morto». Cosa ancor più grave e per certi versi senza precedenti, dice un salviniano, è che «l’attacco nei confronti del segretario non sia più affidato ai retroscena ma arrivi tra le virgolette di un intervistatore dal peso assoluto come Vespa». E così, ieri mattina, Salvini ha fatto una nuova videochiamata con Victor Orbán e Mateusz Morawiecki, i premier di Ungheria e Polonia. Già prevista, certamente. Ma utilissima a ribadire che l’orizzonte della Lega è quello, la costruzione di un gruppo unico sovranista in Europa. Attenzione: anche qui, l’euro colloquio non è stato annunciato dalla comunicazione di Salvini. Giammai si dica che la chiacchierata sia stata in qualche modo una risposta a Giorgetti, che a Vespa aveva confermato il suo auspicio per una Lega nel Partito popolare europeo: ufficialmente, l’incontro via web è stato diffuso su Twitter dai polacchi. Per finire la giornata, Salvini si è congratulato via social con il neo governatore della Virginia, il repubblicano Glenn Youngkin, che ha messo a segno una vittoria inattesa che viene universalmente letta come uno schiaffo pro Donald Trump al presidente Joe Biden. Il che, secondo un salviniano di ferro, spiega anche un retropensiero del leader: «Tutte le difficoltà della presidenza Biden sono un balsamo anche per i nostri gruppi in Europa». E così, questa sera nel parlamentino leghista ci saranno coloro che diranno a Giorgetti quello che il Salvini infuriato non vuole dire in prima persona: ieri c’erano dirigenti della Lega che si consultavano con i colleghi per trovare le idee per farlo nel modo migliore. Non bastasse il consiglio federale, l’11 o il 12 di dicembre si svolgerà qualcosa di inedito nella storia leghista: un’assemblea programmatica a cui parteciperanno tutti i rappresentanti del partito, dai sindaci ai ministri. Tra i salviniani, c’è chi si preoccupa: «Speriamo che non sia un boomerang, di non metterci da soli in strade senza uscita». Per esempio nei confronti del governo: questa sera il federale sarà chiamato ad approvare la battaglia contro il reddito di cittadinanza, tema che per il governo non è di aiuto, visto che lo ha appena confermato per il 2022. In ogni caso, l’assemblea chiamerà alla corresponsabilità sulle scelte tutti i responsabili del partito. I 40 giorni scarsi che mancano all’appuntamento probabilmente non saranno utilizzati da nessuno per preparare posizioni difformi da quella del segretario. Qualcuno tra gli uomini di Salvini lo teme ma c’è chi fa notare che «l’assemblea programmatica di un partito è il suo congresso nazionale e noi prima del 2023 faremo soltanto quelli provinciali». Il fatto è che il partito è davvero diviso. Molti condividono l’amara considerazione di un deputato: «Il governo Draghi avrebbe potuto per noi essere l’occasione di cambiare pelle, di trasformarci nel partito centrale del centrodestra occupando buona parte dello spazio che era di Forza Italia, lasciando ai Fratelli d’Italia la destra. E invece insistiamo nel volerci schiacciare là…». Ma non è affatto detto che sia un sentimento maggioritario. Perché in parecchi continuano a rimuginare su «che cosa ci abbia portato il nostro stare al governo». Argomento che forse si sentirà anche questa sera: magari declinato proprio nei confronti di Giorgetti».

Un po’ snob, Antonio Padellaro sul Fatto trova “noiosa” la discussione sul “centrismo” di Giorgetti.

«”Uffa che barba che noia, che noia che barba”, e Sandra Mondaini sbuffando si rigirava nel letto mentre sul cuscino accanto Raimondo Vianello, impassibile, non alzava lo sguardo dalla Gazzetta dello Sport. Che barba che noia, il dibattito sul Grande Centro, l’Araba fenice dei perdigiorno invecchiati male, visto che se ne parla inutilmente dalla scomparsa della Dc (ma è pure il luogo dove vengono concepiti gli editoriali più pallosi della Terra). E che dire della Casa dei moderati, concetto che ha con il Centro lo stesso rapporto che intercorre tra lo sbadiglio e la pennica (però sempre meglio della disputa su riformisti e riformatori oppure quella su liberali, liberisti e libertari)? Per non parlare del tema del semipresidenzialismo applicato alla figura del Migliore, ma impossibile da realizzare, a meno che non si picconi la Costituzione in un paio di mesi. Infatti, ecco l’ideona ferroviaria del Giorgetti: “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori”. Da fuori come? “De facto”, precisa il leghista dal volto umano che ha fatto le superiori, il che non vuol dire una mazza se non realizzare un golpe in piena regola (per molto meno Licio Gelli finì carcerato). Ma se vi dicono che si si tratta di frasi estrapolate dal cinquantesimo libro natalizio di Bruno Vespa, non vi viene voglia di riesumare il borsello e i pantaloni a zampa d’elefante? Mentre la palpebra implacabilmente cala che ci fa Paragone intabarrato in un triste sciarpone della nonna con la Berlinguer che lo cazzia? Sembra una scena cult di Renato Pozzetto, ma anche un revival di Marco Pannella quando (ma molto meno stoccafisso) s’ imbavagliava in tv mezzo secolo fa. Eh sì, di nuovo c’è solo l’indagine sulla droga dello stupro a Roma. Tra i consumatori ci sarebbe anche er senatore. Speriamo solo che non sia un moderato di centro e semipresidenzialista».

Articoli correlati

- Advertisment -