Per ritorsione contro un pronunciamento del Parlamento europeo, il Pakistan ferma il flusso dell’evacuazione dei collaboratori degli occidentali rimasti in Afghanistan. Floriana Bulfon per Repubblica.
«Un corto circuito tra le istituzioni europee rischia di trasformare in una trappola la fuga dei collaboratori abbandonati in Afghanistan dalla disastrosa ritirata occidentale. Tanti di quelli che erano inseriti nelle liste degli aerei per lasciare Kabul, ma erano rimasti a terra, si sono messi in marcia per il Pakistan. Hanno affrontato un’odissea pur di salvarsi, rimanendo per giorni in coda alla frontiera: «Ho visto morire le persone in quella ressa. Ho visto i talebani colpire la gente nel mucchio con il calcio delle armi, con pugni e tubi di plastica», ha raccontato Hamid Ehsan a sosafghanistan@ repubblica.it, l’iniziativa di Repubblica per non dimenticare queste persone, esposte alla vendetta talebana. Migliaia di disperati sono riusciti a entrare in Pakistan, senza documenti che li accreditino come perseguitati. Ma grazie all’opera silenziosa della diplomazia hanno trovato la salvezza: in deroga alla legge locale gli veniva permesso di passare la frontiera senza passaporto, poi le ambasciate organizzavano i viaggi per l’espatrio. Dalla fine del ponte aereo di Kabul, quasi un centinaio di persone sono arrivate così in Italia. A metà settembre però il colpo di scena. Il Parlamento europeo chiede di rivedere il GSP+, un sistema di preferenze generalizzate in base al quale l’Unione invece di dare soldi per l’aiuto allo sviluppo assorbe le esportazioni pachistane, soprattutto tessili, senza dazi doganali. Era stato concesso nel 2014. In questi anni ha fatto aumentare del 65% l’export del Pakistan e ha anche permesso all’Italia di vendere telai e macchinari. In cambio Islamabad aveva accettato di attuare una ventina di convenzioni riconosciute a livello internazionale. Per l’Europa però sono rimaste lettera morta: non sono riusciti a fare progressi significativi nella protezione dei diritti umani a partire dalle severe leggi sulla blasfemia con tanto di pena di morte e inoltre pende l’accusa di aver appoggiato la vittoria dei talebani. E così a Bruxelles hanno deciso di chiederne la revoca. Alla fine la Commissione ha stabilito che l’accordo prosegue e ha introdotto sei nuove convenzioni, ma per il governo di Islamabad è stato uno schiaffo: dal GSP+ dipendono un milione di posti di lavoro. Il Pakistan lo ha ritenuto un atto di ingratitudine, dopo il sostegno fornito all’Europa permettendo il passaggio di aerei e navi per il rientro di militari e civili in ritirata dall’Afghanistan. E dopo che, per quasi quattro settimane, hanno concesso una tacita sanatoria dei collaboratori afghani in fuga, che altrimenti sarebbero stati arrestati come immigrati clandestini. Fino a quel momento alle ambasciate europee bastava una nota verbale per ottenere un timbro di ingresso valido trenta giorni, il tempo sufficiente per portare via le persone in pericolo. È arrivata così in Italia Safiya, la giovane pallavolista che, dopo aver visto la sua compagna di squadra uccisa perché giocava senza hijab, è riuscita a scappare anche grazie all’aiuto dell’ex ct dell’Italvolley Mauro Berruto. I costi del viaggio, come anche la garanzia di vitto, alloggio e spese sanitarie, sono stati garantiti per lei e per tanti altri, da privati cittadini e associazioni che si sono dati da fare per aiutare chi ci aveva aiutato in Afghanistan. La proposta di risoluzione dell’europarlamento ha sbarrato questo corridoio, trasformando la speranza in incubo. Lo stanno vivendo Hamid Ehsan e gli altri operatori afghani dell’ong italiana Wave of Hope for the Future. Hanno contribuito a ricostruire la scuola di Farza, rasa al suolo dai talebani, e ora sono rinchiusi in una casa in Pakistan che è diventata la loro prigione perché se la polizia li prende li riporta indietro. Perché, se di regole si tratta, anche i pachistani chiedono di applicarle: se un afghano vuole entrare deve avere un visto. Altrimenti viene arrestato e riconsegnato alle guardie di frontiera talebane. Il che significa la fine».











