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AFGHANISTAN, LA NORMALIZZAZIONE TALEBANA

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Reportage di Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera che da Islamabad è arrivato a Kabul, attraverso il Khyber pass.

«Davanti alla nuova clinica per la maternità nel centralissimo quartiere di Wazir al Barkhan all’improvviso si nota il posto di blocco. Nel buio della sera, con l’illuminazione limitata a causa dei tagli di corrente, i soldati sono poco visibili. Ma colpisce il loro fare professionale, come se fossero stati addestrati alle migliori scuole militari. Due stanno a qualche decina di metri col mitra carico puntato a terra. Sull’elmetto spiccano i visori notturni ultimo modello. Divise attillate, impeccabili, con giubbetti antiproiettili puliti e ben allacciati. Gli stivali non hanno le stringhe aperte in alto, classici delle milizie in tutto il mondo. Ma sono stretti sopra la caviglia e raccolgono i pantaloni della mimetica. «Sono della Badri, la brigata talebana migliore. Attenti ai documenti. Nessuno parli inglese», dice Faruk, il mio autista hazara. Con noi a bordo c’è anche Mohammadot, che è tagiko. «Se mi trovano fanno come mio cugino, che ieri l’hanno mandato di forza a raccogliere i cadaveri dei soldati talebani caduti in alto sulle montagne del Panshir», dice preoccupato. E fa il suo solito movimento dei momenti difficili: rincagna la testa nel collo, abbassa il pacol sulla fronte e cerca di farsi invisibile. Perquisiscono l’auto davanti a noi con attenzione, fanno aprire il bagagliaio. Non aggressivi, ma duri, inflessibili. Tra loro parlano con i walkie talkie e si fanno segnali con le lampadine a raggi infrarossi. All’ultimo siamo fortunati. Sull’altra corsia un’auto non si ferma all’alt. Le corrono dietro togliendo le sicure ai mitra. Le altre guardie sono distratte, ci controllano appena. Non chiedono nulla. Accadeva ieri sera a Kabul. Ci siamo arrivati passando dal Pakistan per il Khyber Pass e subito è apparsa evidente una considerazione, che ha trovato conferme a fine giornata nella capitale. Con la vittoria talebana vengono a cadere, almeno per ora, i problemi relativi agli attentati terroristici, che erano ormai all’ordine del giorno. E pare diminuisca anche il banditismo, che prima era a sua volta collegato alla destabilizzazione politica e sociale generata dalla guerriglia talebana a partire dal 2006. Questi quasi 200 chilometri di strada angusta, che passano per le gole di Sarobi, raggiungono la piana di Jalalabad e infine si inerpicano verso le montagne drammaticamente brulle che immettono nelle regioni tribali pachistane, negli ultimi anni erano diventati l’incubo di ogni autista. Rapine e sequestri erano all’ordine del giorno. Ora non più. «I talebani si stanno consolidando. Una settimana fa avevano solo cinque posti di blocco. Ora sono diventati più di venti. Non invidio i banditi che cadono nelle loro mani. Le esecuzioni sul posto stanno diventando frequenti. Risultato: si viaggia sicuri», diceva Mustafà, un camionista che viaggia regolarmente sulla tratta dei maggiori traffici della regione tra Karachi e Kabul. Nella capitale le conferme saltano agli occhi. Erano almeno cinque anni che Faruk evitava di viaggiare oltre un raggio di 20 o 30 chilometri dal centro. Adesso si dice pronto a percorrere i 600 chilometri che portano a Kandahar. Ma questo della sicurezza è l’unico punto a favore dei talebani. «Tutto il resto è una catastrofe. L’economia scivola nel disastro. Non ci sono contanti, la gente cerca di non andare a lavorare, mancano amministratori per farla funzionare, gli uffici pubblici sono chiusi, il Paese intero è bloccato. Manca un nulla perché i talebani tornino a fare la guerra e mostrino il loro vero volto. Non bisogna credere a nulla di ciò che dicono», dice Shaima, un’assistente sociale 44enne originaria di Kunduz, nel Nord. Il suo è il dramma di tutti coloro che lavoravano nei progetti di miglioramento sociale sponsorizzati dalla coalizione occidentale. Lei era nella «Women for Afghan Women» (Waw), un’organizzazione non governativa finanziata dagli Stati Uniti mirata a creare case rifugio per le donne perseguitate, spesso picchiate in casa, minacciate dai mariti e dalle famiglie. «Noi ci occupavamo di 15 donne e 25 bambini. Ma quando i talebani sono arrivati siamo dovute fuggire. Sono venuti a casa per arrestarmi. Era già avvenuto nel 2016, quando avevano conquistato Kunduz per la prima volta. Noi ci eravamo spostate a Mazar-i-Sharif, per poi finire qui a Kabul. Ora tutti i centri di accoglienza di questo tipo nel Paese sono stati chiusi, solo noi ne avevamo 14 con un migliaio di ospiti. Le donne sono andate tutte via, abbandonate a loro stesse», aggiunge. Lei con la famiglia ha trovato rifugio da lontani parenti qui in un villaggio alla periferia della capitale. Il marito due giorni fa è tornato a casa loro a Kunduz per recuperare qualche vestito. Restano nascosti: si occupavano delle donne e per giunta pagati dagli Usa, il peggio del peggio agli occhi dei nuovi padroni. Si fa sera tarda quando torniamo per la strada. I ristoranti di Sharenau sono per lo più aperti. I proprietari da tempo si erano preparati con i generatori. Ma le luci colorate delle insegne non devono trarre in inganno. «A quest’ ora d’estate le vie del centro sarebbero state gremite di gente. Ora non c’è quasi nessuno», dice Omar, che gestisce una specie di Wimpy locale famoso per le centrifughe di frutta e verdura. I suoi tavolini sono vuoti. Non si vede neppure una donna, neppure col burka. Il parco pubblico nelle vicinanze sino a pochi giorni fa era ancora invaso dagli accampamenti dei profughi fuggiti agli inizi di agosto di fronte all’avanzata talebana nel Nord. Molti sono tornati a casa. Qualche famiglia però bivacca ancora sotto gli alberi e manda i figli a mendicare sulla strada».

È caduto il Panshir, controllato fino a ieri dai ribelli guidati da Massoud. Domenico Quirico per La Stampa.

«Arrivano notizie lugubri anche dal Nord: ringagliarditi dalle nostre infinite ebetudini i taleban mettono le mani anche sulla valle del Panshir, bastione degli irriducibili, escrescenza virtuosa di tagiki eterni ribelli. Sfuma l’epopea già immaginata dai soliti inventori di romanzi rosa e da collocare sotto le cupe ombre dei monti che lo sovrastano con aria superba: la valle che già disfece l’impero sovietico che resiste impavida ai turbanti neri attorno al giovane Massoud si raggruppano via via e riprendono animo tutti quelli che vogliono dire no ai taleban e al medioevo incipiente l’Occidente umanistico e servile cerca di farsi perdonare il tradimento e torna in campo… Kabul è stata abbandonata, bene, nulla è perduto, la si può riconquistare il diluvio può diventare seconda creazione. La sceneggiatura non regge. L’epifania del bene è rinviata a data incerta. Anche nel Panshir prudentemente si fanno sparire le immagini dei Massoud, padre e figlio, dalle case da tè dai taxi dai negozi. Son già peccato mortale. Gli eroi sono stanchi, non marceranno: le epopee come i miracoli non si ripetono se si è perso lo stampo. Il sordido ventennio dei gerarchi americani, dei Karzai e complici, ha fatto metter su pancia a quelli che i russi, tremando, chiamavano «dukhi», fantasmi. Non parlano più con il fucile come Orlando con Durlindana sulla pietra di Roncisvalle. Forse anche tra loro ci sono alcuni che avevano i bagagli già pronti. Per inventare una resistenza non basta Massoud Junior che ha faccia da guerrigliero fashion, da partigiano alla Vanity Fair. Ci vorrebbe lui, Ahmad Shah Massoud, quello che i seguaci adoranti chiamavano «amer sahib», il comandante signore, che scese in guerra con 25 seguaci, 17 vecchi fucili e 30 dollari in contanti e in tempi di pusillanimità sfidò i due grandi totalitarismi del secolo. Un gigante di cui è difficile scrivere la biografia: l’uomo ci sfugge perché l’eroe trabonda. Anche se si tenta volenterosamente di copiarne la capigliatura e i gesti non basta sistemarsi in testa il pakol e indossare cerimoniosamente un mantello per diventare guerrigliero. Corriamo il rischio di contraddire i pareri autorizzati: dopo la riuscita evacuazione di centomila persone descritta come inaugurazione autofaga di un mondo radioso nessuno ha mai pensato di voler veramente aiutare la timida resistenza del Nord. Americani ed europei sono felici di aver appena cavato i piedi da quel macello e non aspettano altro che riprendere le trattative con i diavoli islamisti. Lo chiameremo realismo; o necessità di non far pagare alla popolazione le colpe dei furori taleban; o astuzia per tener a bada gli altri imperialismi russo cinese turco. E c’è la guerra all’Isis locale, se la brutalità taleban ci desse una mano? E poi per difendere il Panshir ci volevano bombardamenti aerei, e poi sarebbero venute le truppe speciali e poi le armi moderne da fornire ai resistenti e cibo per la popolazione assediata. Dollari da aggiungere ai dollari già sperperati, probabilmente qualche morto, il rischio che i dispettosi taleban si vendichino creando una Tortuga di tutti i fanatici una follia! In fondo l’aspirante leoncino del Panshir era un impiccio, le sue promesse di resistenza fino alla morte (ma forse non ci credeva neppure lui) suonavano come una accusa implicita alla nostra fuga. La leggenda di Massoud negli Anni 80 del secolo scorso fu una perfetta operazione di comunicazione dei francesi, a cui il signore feudale vendeva i diamanti del Panshir. Ci voleva un eroe, lui ne aveva la stoffa. Lo scelsero, per di più parlava un po’ il francese. La leggenda, bisogna dirlo, presentava molte ombre e ipocrisie: rifiutava di metter il velo alle donne quando conquistò Kabul ma lo esigeva nel suo dominio feudale, era pietoso con i nemici russi ma fece strangolare in sua presenza senza batter ciglio due combattenti responsabili di saccheggio, era nemico implacabile dell’islamismo ma era alleato fedele del più fanatico islamista afgano, Sayyaf. Eppure ebbe ragione Bin Laden che ordinò la sua morte a due dei suoi apostoli assassini travestiti da giornalisti come necessaria «ouverture» dell’attentato delle due torri. La morte di quell’uomo in una delle faglie sismiche del mondo, era necessaria perché la vera guerra quella mondiale del jihad globalizzato e planetario potesse avere inizio. Se Massoud, quello vero, fosse ancora vivo i taleban avrebbero rivinto? Il carisma che mobilitava i suoi seguaci in modo formidabile aveva elementi di pericolosa ambiguità, serviva ai suoi combattenti anche per aggirare e disobbedire alle regole di uno Stato centrale che fosse costruito sulla eguaglianza e non sulle appartenenze e le scorciatoie tribali. Senza di lui il carisma ad personam, autoreferenziale, infatti, non ha retto, il suo movimento è affondato nella corruzione, le lotte interne, l’isolamento etnico. I Massoud, quello forte e quello debole, sono soltanto dei signori della guerra».

Il piano diplomatico. Oggi potrebbe essere il giorno della telefonata fra Draghi e il Presidente cinese Xi in vista del G20 straordinario sull’Afghanistan. Massimo Chiari per Avvenire.

«Il telefono potrebbe squillare da un momento all’altro. Questo infatti potrebbe essere il giorno dell’attesa telefonata tra il presidente del Consiglio, Mario Draghi e il presidente cinese Xi Jinping. E dunque, dopo l’apertura di Vladimir Putin, è alla sponda della Cina che il governo italiano punta per poter organizzare quel G20 straordinario sull’Afghanistan che, per Draghi e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, continua ad essere necessario. Secondo gli osservatori più accreditati, probabilmente nella tarda mattinata di oggi dovrebbe avere luogo il colloquio telefonico italo-cinese. E il dossier afghano, a cominciare dal rischio di una grave crisi umanitaria nel Paese tornato sotto i taleban, sarà uno temi chiave. L’idea del governo resta quello di mettere in campo il più possibile un approccio multilaterale alla questione. Non è facile, ma a Palazzo Chigi, sulla possibilità di organizzare l’incontro c’è un prudente ottimismo. Si tratterebbe, chiaramente, di un vertice in videocall. Che potrebbe tenersi solo dopo l’Assemblea Generale dell’Onu. «Stiamo lavorando alla convocazione di un G20 straordinario sull’Afghanistan che cercherà di mettere insieme attorno a un tavolo le più grandi potenze mondiali per decidere insieme come aiutare questo popolo», ha sottolineato Di Maio dal Pakistan, tappa finale della sua missione nei Paesi limitrofi all’Afghanistan. Da un punto di vista diplomatico il momento resta delicato anche perché, finora, le grandi potenze mondiali si sono mosse in ordine sparso. Ma l’idea dell’Italia è che per evitare una crisi umanitaria in Afghanistan e per far fronte al possibile rischio di un’escalation terroristica ci sia bisogno di tutti: dagli Usa alla Russia, dalla Cina ai Paesi dell’Asia Centrale. Di qui l’idea del G20 straordinario, appunto. È su questo binario che Di Maio ha impostato la sua missione in Uzbekistan, Tagikistan, Qatar e Pakistan. «Il grande problema ci sarà nei prossimi mesi se non aiuteremo il popolo afghano. La crisi alimentare e la crisi economica potrebbero scatenare flussi migratori significativi ed è per questo che l’Italia ha elaborato un piano per gli afghani e stiamo spingendo in tutti contesti per aiutare ad evitare una crisi umanitaria », ha spiegato il titolare della Farnesina. Di Maio, dopo aver fatto tappa ad Islamabad, ha visitato in giornata la frontiera di Torkham, tra Pakistan e Afghanistan. «Lavoreremo con il Pakistan e con gli altri Paesi confinanti per costruire una strategia comune», ha insistito. Strategia comune che tra l’Occidente e il nuovo governo dei taleban al momento resta solo un’ipotesi di scuola. E mentre le prossime mosse di Washington appaiono ancora un’incognita, un sì di Pechino al G20 straordinario potrebbe sbloccare, nei prossimi giorni, lo stallo sul vertice voluto dalla presidenza italiana. Nell’attesa la Farnesina ha riaperto l’ambasciata italiana di Kabul a Doha in Qatar. E oggi è il giorno delle informative alle Camere sugli sviluppi della situazione in Afghanistan per i ministri degli Esteri, Luigi Di Maio, e della Difesa, Lorenzo Guerini. Alle 12 sono attesi, infatti, al Senato, mentre alle 16 saranno a Montecitorio».

Michele Serra dedica la sua rubrica su Repubblica, L’Amaca, alle ragazze di Kabul.

«Le ragazze afghane che manifestano in mezzo ai mitra dei talebani (maschi tribali scesi dalle valli per punire le città blasfeme) ci ricordano che la sola vera posta della politica, sempre, è essere padroni della propria vita. Diventarlo se non lo si è, rimanerlo se lo si è già. Ovvero, la sola vera posta della politica è la libertà. Che sia libertà dalla fame o dalla schiavitù o dallo sfruttamento o dalla dittatura o dal patriarcato, è così rilevante? La strana discussione (molto in auge a sinistra) se siano più importanti i diritti del lavoro o i diritti personali ricorda un poco quel giochino che si faceva alle medie: preferiresti morire impiccato o ghigliottinato? La sola risposta credibile è: preferirei non morire. Vivere in soggezione economica o in soggezione dei capitribù, con la pancia vuota o con la bocca cucita, è comunque il contrario della dignità alla quale ogni persona aspira. Quelle donne a volto scoperto rischiano percosse, galera, stupro, uccisione, nel nome della propria volontà di appartenersi, di decidere ciascuna per proprio conto chi essere e che cosa fare, lavorare o studiare, sposarsi o no, figliare o no. Nel Quarto Stato di Pelizza da Volpedo, quadro iconico del socialismo in marcia, non è forse identica l’intenzione del corteo dei braccianti? Che cosa chiedevano i proletari insorgenti, di così diverso dalle donne di Kabul e di Herat? Chiedevano la stessa cosa: voglio essere padrone della mia vita, non voglio piegare la testa all’arbitrio del più forte, non voglio arrendermi a un ordine che non prevede, tra i suoi scopi, i miei scopi. Non ero prevista, e invece eccomi qui: la ragazza afghana come la contadina con il bimbo in braccio in prima fila nel Quarto Stato».

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