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BIDEN E XI: CONFRONTO ALL’ONU

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Giornata campale ieri a New York. All’Assemblea generale dell’Onu hanno preso la parola i presidenti americano e cinese. Biden ha cercato di rassicurare l’Europa e il mondo. Con due concetti chiave: non ci sarà una nuova guerra fredda con la Cina e nel mondo la democrazia non ha esaurito la sua spinta propulsiva. La cronaca di Paolo Mastrolilli sulla Stampa.

«Non cerchiamo una nuova Guerra fredda, o un mondo diviso in rigidi blocchi». Considerando le tensioni tra Usa e Cina, questa è la frase più consequenziale del discorso tenuto ieri da Biden all’Onu, poco prima che parlasse il rivale Xi. Il presidente però ha usato il primo intervento all’Assemblea Generale per delineare la sua visione, che punta a cambiare il paradigma dopo lo slogan isolazionista “America First” di Trump, rimettendo al centro dell’azione globale degli Stati Uniti diplomazia, multilateralismo, difesa della democrazia e collaborazione con gli alleati, a partire dall’allenza «fondamentale» con l’Ue, messa a dura prova prima dal caotico ritiro da Kabul e poi dal nuovo patto di sicurezza Usa-Australia-Gran Bretagna. In questo senso il ritiro dall’Afghanistan, con tutti i suoi errori, è un evento anche simbolico, perché «molte delle nostre preoccupazioni più gravi non possono essere risolte, o nemmeno affrontate, con la forza delle armi. Bombe e proiettili non possono difenderci dal Covid, o dalle sue varianti future». I problemi ora sono due. Primo, convincere gli alleati che fa sul serio, dopo le delusioni patite dall’Europa proprio in Afghanistan, e ora con l’accordo Aukus per fornire i sottomarini nucleari all’Australia. Secondo, articolare questa visione con iniziative concrete, per far capire a rivali e nemici che Washington non intende lasciare un vuoto sulla scena mondiale da occupare. Il segretario generale Guterres ha aperto l’Assemblea avvertendo che il mondo marcia verso l’abisso, e ha espresso una preoccupazione particolare per il «rapporto disfunzionale» tra Washington e Pechino. Biden gli ha risposto che non vuole una nuova Guerra fredda, ma «competeremo vigorosamente e guideremo con i nostri valori e la nostra forza, per difendere alleati e amici». Quindi ha aggiunto che «la nostra sicurezza, la prosperità, e le nostre stesse libertà, sono interconnesse come mai prima». Perciò l’uso della forza dovrebbe essere «lo strumento di ultima risorsa, non il primo». Il ritiro dall’Afghanistan dimostra nei fatti la volontà di aprire questa nuova fase, basata su una «diplomazia intensiva», che deve essere la prima opzione per ogni crisi: «Non possiamo risolvere tutto da soli, dobbiamo farlo insieme». Questo vale per emergenze come il clima, dove l’Onu ha proclamato il «codice rosso», o il Covid, dove nel vertice di oggi annuncerà iniziative per accelerare le vaccinazioni nei Paesi più poveri. Sul piano della sicurezza, poi, ha affermato che gli Usa sono pronti a tornare al pieno rispetto dell’accordo nucleare con l’Iran, se Teheran farà altrettanto. Biden resta anche convinto che la democrazia sia il modello da seguire: «Qualunque sia la sfida o la complessità dei problemi da affrontare, il governo del popolo per il popolo è ancora il miglior modo di soddisfare le esigenze dei cittadini». Quindi ha ammonito: «Il futuro appartiene a coloro che danno ai loro popoli la possibilità di respirare liberamente, non coloro che cercano di soffocarli col pugno di ferro dell’autoritarismo. Gli autocrati del mondo cercano di proclamare la fine dell’età della democrazia, ma sbagliano». Poco dopo Xi ha illustrato la visione alternativa della Cina, che ambisce al ruolo di superpotenza globale e rappresenta una sfida epocale per gli Usa. Il ministro degli Esteri italiano Di Maio, invece, si è fatto interprete dello scetticismo degli alleati: «L’accordo Aukus ci consente di accelerare la riflessione strategica sull’autonomia strategica dell’Europa». Non solo per la volontà di partecipare alla stabilizzazione della regione Indo-Pacifica o cogliere le opportunità economiche che offre per le nostre imprese, ma anche per il ruolo complessivo che vuole giocare il continente. Da questo punto di vista «il primo interrogativo dobbiamo porcelo al nostro interno», ad esempio cambiando il meccanismo delle decisioni operative di politica estera e di difesa: «L’unanimità a 27 non è più attuale. Può bastare una maggioranza di due terzi». Se ne comincerà a parlare oggi con l’Afghanistan, dove l’obiettivo è evitare il collasso economico del Paese, e la Libia, dove rischiano di saltare le elezioni e tornare le violenze. Ma è il segnale che il discorso di Biden non è bastato a ricostruire la fiducia degli alleati».

L’editoriale di Repubblica, sul confronto tra i due Presidenti, è affidato a Federico Rampini:

«L’ombra Lunga di Xi Jinping si staglia sul Palazzo di Vetro anche se il suo intervento è in streaming. La Cina, ancora e sempre, è il filo rosso che dà un senso alle parole di Joe Biden. Il presidente degli Stati Uniti arriva all’appuntamento dell’Assemblea generale Onu assediato dai dubbi altrui sulla leadership globale del suo Paese. «Non vogliamo una guerra fredda, ma una vigorosa competizione tra potenze», è la risposta che riassume la nuova strategia verso Pechino. No, io non sono Donald Trump: in risposta alle accuse velenose dei francesi questo è un altro messaggio implicito di Biden, quando elenca le emergenze da affrontare. Cambiamento climatico, pandemie. Lui prende sul serio queste minacce che incombono sull’umanità intera, e su questi terreni crede nella cooperazione tra nazioni. Su almeno un altro terreno però la continuità con Trump è reale: la visione di un impero o ex-impero americano che si ripiega, si rattrappisce, rinuncia a difendere tutte le periferie, richiama a casa legioni disperse, concentra l’attenzione e le risorse sull’unica sfida vitale. «Le guerre non risolvono i problemi», così Biden liquida l’Afghanistan, a un mese dall’evacuazione di Kabul che ha guastato i rapporti con tanti alleati. Difendere la democrazia e i diritti resta per lui una missione dell’America (a differenza di Trump), però il linguaggio delle armi vuole sostituirlo con una r elentless diplomacy . Invece delle guerre infinite, e delle missioni di nation-building a tempo indeterminato, propone questa diplomazia persistente, implacabile, inarrestabile. Chiede alle liberaldemocrazie del mondo intero unità contro le autocrazie e i loro assalti tecnologici (hacker, ransomware, le cyber- guerre endemiche e quotidiane). Consapevole dei malumori che serpeggiano in Europa, Biden ha avuto la presenza di spirito di far precedere il suo intervento alle Nazioni Unite dall’annuncio della prossima riapertura delle frontiere Usa. Un gesto importante, visti gli innumerevoli disagi che la mancanza di reciprocità infliggeva agli europei. Ma mentre annuncia che gli Stati Uniti abbassano il ponte levatoio, in parallelo Biden compie un gesto inequivocabile: ai margini dell’Assemblea Onu convoca il primo vertice dal vivo del Quad, il quadrilatero delle democrazie dell’Indo-Pacifico in funzione di contenimento dell’espansionismo cinese. India, Giappone e Australia sono gli altri tre angoli del quadrilatero, attorno al quale Biden vuole costruire una coalizione più vasta, che attiri alleati tradizionali come Corea del Sud, Indonesia, Filippine, Singapore. Il tasso di liberaldemocrazia è assai variabile in quell’area, ma è evidente l’interesse comune a controllare e limitare le mire egemoniche di Xi Jinping. La dottrina Biden è ispirata da realismo e modestia: quest’ America sa che da sola non può fare da contrappeso a una nazione con un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, un Pil che presto raggiungerà quello degli Usa, forze armate che almeno in Asia orientale sono già superiori. Solo le alleanze possono ristabilire qualche equilibrio nei rapporti di forze. Perciò l’importanza degli alleati verrà soppesata in base alla loro efficacia, al loro impatto nella grande sfida con la Cina. È qui che il gesto di convocare il summit Quad appare in tutta la sua dirompenza. Le geometrie delle alleanze americane si spostano e si ricompongono verso Oriente. Alleanze à la carte , in certi casi, perché ad esempio l’India non è né disponibile né adatta a integrarsi in un dispositivo militare come quello anglo- australo-americano. Ma è in questa nuova geometria delle alleanze che la vecchia Europa dovrà superare le sue prove. L’Amministrazione Biden non ha abolito uno solo dei dazi di Trump contro il made in China , se possibile vuole forme ancora più stringenti di embargo su alcune tecnologie strategiche. Il Vecchio continente, visto da Washington, appare pericolosamente tentato da una strategia di “terza forza”, una equidistanza almeno economico-finanziaria tra la sfera russo-cinese e l’America. Biden ha reso omaggio alle Nazioni Unite, ma sul multilateralismo ha i suoi dubbi, da quando le istituzioni internazionali sono state penetrate da una diplomazia cinese onnipresente, e spesso dotata di potere di veto. L’appello alla cooperazione sul Covid non ha impedito a Biden di chiedere nuove indagini sull’origine cinese della pandemia; mentre la lotta al cambiamento climatico viene declinata a Washington e a Pechino soprattutto come una “vigorosa” competizione strategica per il dominio sulle tecnologie verdi».

Guerra fredda con la Cina di Xi? In Italia Pechino gode ancora di grande fiducia. Paginata di Gad Lerner sul Fatto quotidiano.

«Da giovane non ho mai sventolato il libretto rosso e da vecchio non ho alcuna intenzione di dedicarmi allo studio dello Xi Jianping pensiero. I maoisti nostrani vestiti da guardie rosse mi facevano piuttosto ridere. Ma nel 2021, lasciatemelo dire, quella con la Cina è una guerra fredda che non ci conviene. Per intuirlo, basterebbe non lasciarsi irretire dalla nostalgia di un’alleanza atlantica che va disfacendosi e non rinascerà di certo in funzione anticinese. Quando la Nato si formò per tenere a bada Stalin e il blocco sovietico, la Cina era uno dei Paesi più poveri della terra. Ci ha messo meno di settant’ anni per candidarsi a prima potenza economica mondiale: il sorpasso sugli Usa ormai è molto più di una probabilità. Passerò per veterocomunista e filocinese se suggerisco che da quel modello (che si calcola abbia sollevato dalla povertà 800 milioni di persone), per quanto autocratico e dirigista, purtuttavia avremmo qualcosa da imparare? Di certo il modello cinese esercita già il suo fascino su altre nazioni meno sviluppate. E, qualora la guerra fredda si inasprisse, non mi stupirebbe vederlo conseguire consensi oggi impensabili anche nelle nostre società rese fragili dall’accrescersi di disuguaglianze e povertà. Guai se in troppi cominceranno a pensare che la libertà sia un lusso cui vadano anteposte maggiori tutele sociali. Sapremo nei prossimi giorni se lo scoppio della bolla immobiliare cinese provocato dal crac di Evergrande avrà effetti devastanti dentro al sistema cinese che aveva ripreso a crescere impetuosamente dopo l’effetto Covid. Di certo sarebbe un guaio anche per noi: le nostre economie sono legate a doppio filo. Ma intanto, dopo la disfatta in Afghanistan, la storia si è messa a correre in fretta e a suscitare scalpore è ancora una volta l’ennesima frattura del campo occidentale: la Francia che denuncia la “coltellata alla schiena” e richiama i suoi ambasciatori da Washington e Canberra a seguito della cancellazione di una fornitura di sommergibili all’Australia per 56 miliardi di euro. È ben comprensibile che l’Australia, pur essendo una nazione grande quasi quanto la Cina, si senta minacciata dall’espansionismo di Pechino. Corre ai ripari formando con gli Usa e il Regno Unito una specie di Nato dell’Indo-Pacifico che esclude gli europei: la cosiddetta Aukus. Ne ottiene in cambio sommergibili più potenti, alimentati da reattori nucleari. Ebbene, basterebbe ricordare che gli australiani sono solo 25 milioni mentre i cinesi sono 1 miliardo e 400 milioni per rendersi conto che nessuna cortina di ferro, e nessuna deterrenza nucleare, potrà fermare un riequilibrio – speriamo pacifico – di quell’area, ormai divenuta il nuovo motore trainante dell’economia mondiale. La frattura determinata da Aukus verrà probabilmente ricomposta sul piano diplomatico, ma evidenzia un’insanabile divaricazione di interessi nelle relazioni con la Cina tra gli Usa e i singoli Paesi europei, Germania in testa, già precedentemente emersa di fronte alla richiesta americana di boicottaggio della rete 5G di Huawei. E poi nel tentativo sostanzialmente fallito di convocare un G20 straordinario sull’Afghanistan da parte del nostro Draghi. Intanto pure l’Italia subirà un danno economico dall’accordo Aukus, preceduto a giugno dall’annullamento di una fornitura di nove fregate militari all’Australia da parte di Fincantieri, per un ammontare di 23 miliardi. Se questo è lo scenario – un Occidente sempre meno compatto nelle sue relazioni commerciali e strategiche con la Cina – restano da interpretare le possibili ripercussioni esterne delle recenti svolte impresse da Xi Jinping alla politica del suo paese. C’è chi le semplifica brutalmente nella formula: “Ritorno al comunismo”. Troppo facile. Per restare agli slogan, meglio sarebbe storpiarne un altro a suo tempo in gran voga: ” NON fare come in Russia”. Traduzione: il Partito-Stato cinese, dopo l’apertura all’economia di mercato che nel 2000 portò all’ingresso nel Wto e avviò una politica neocoloniale in Africa e America Latina, ha iniziato ad adoperare metodi brutali per non restare ostaggio dei nuovi oligarchi com’ è avvenuto nella Russia post-comunista. Il 2021 si è aperto con l’esecuzione della condanna a morte di Lai Xiaomin, top manager della società di gestione crediti deteriorati Huarong, accusato di distrazione di fondi aziendali e bigamia. Prima fatto scomparire per mesi e poi ridotto al silenzio il fondatore di Alibaba, Jack Ma, magnate in precedenza potentissimo. Minacciosamente indotta a tagli di bilancio la famiglia Zhang che controlla la Suning (ne sappiamo qualcosa noi interisti, con la vendita forzata di Lukaku), peraltro invischiata nella crisi immobiliare di Evergrande. Vietato ai minorenni l’uso dei videogiochi per più di un’ora al giorno, e il colosso Tencent china la testa potremmo continuare. Orbene, lungi da noi auspicare un colpo di pistola alla nuca per i capitalisti disonesti, ma il messaggio giunge forte e chiaro. Così lo ha riassunto il segretario a vita Xi in un discorso del 17 agosto scorso: “Dobbiamo regolamentare i redditi eccessivamente alti e incoraggiare le imprese ad alto reddito a restituire di più alla società”. Con metodi più civili, non dovremmo aspettarci qualcosa del genere anche dai leader politici nostrani? Alla direttiva di Xi, “ripulire e regolare i guadagni non ragionevoli per favorirne la redistribuzione”, fa seguito l’obiettivo: “Una prosperità condivisa, requisito essenziale del socialismo e caratteristica chiave della modernizzazione cinese”. Inquieta sapere che il Xi Jinping pensiero dal 1º settembre scorso è diventato materia di studio obbligatoria nelle scuole, con apposito sussidiario. Ma nessuno può negare la sua brutale aderenza allo spirito dei tempi. Anche chi vuole difendere i valori fondamentali della democrazia farebbe bene a non aggirare lo scoglio della crescente ingiustizia sociale. Se la Cina è diventata superpotenza egemone, lo deve anche alla capacità del suo regime di rispondere a una conflittualità sociale mai sopita: lo testimonia l’ondata di aumenti dei salari minimi, dopo il Covid. Altro che guerra fredda».

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