A sinistra la prospettiva di Enrico Letta è quella di un nuovo Ulivo che coinvolga da Bersani a Calenda, passando per Renzi. Proprio il leader di Azione viene intervistato da Concetto Vecchio di Repubblica e rilancia l’idea di un governo Draghi “anche dopo il 2023”. Prospettiva non a caso molto criticata sempre oggi da Paolo Mieli sul Corriere. Ecco l’intervista di Vecchio.
«Carlo Calenda, perché non le piace lo schema “da Calenda a Conte” proposto da Enrico Letta? «Perché è vecchia politica. Il Movimento è imploso. S’ insegue qualcosa che rischia di non esserci più a breve. Solo a Roma la mia lista ha preso più voti di tutte le liste Cinquestelle messe insieme in Italia». I Cinquestelle non hanno dimostrato di essere affidabili col governo Draghi? «Quali? Quelli populisti alla Virginia Raggi, Beppe Grillo e Alessandro Di Battista? O quelli governisti? Quest’ ultimi, comunque, propongono cose per me inaccettabili come i tamponi gratis e il reddito di cittadinanza perpetuo. Col grillismo non si può governare». Qual è allora il suo schema? «Intanto andarsi a prendere i voti dell’Italia seria, quella che si è stancata di una politica che urla per finta. Ricordo che Giorgetti e Bersani governano insieme, e sono entrambi persone serie. Oggi la frattura passa su un crinale diverso dal passato, chi crede nella democrazia liberale e chi no. Letta è più vicino a Carfagna che alla Raggi». Giorgetti dovrebbe lasciare la Lega? «Dovrebbe sì, oppure contendere la leadership a Salvini». Non ha citato Renzi. «Con gli amministratori di Italia viva ho collaborato bene a Roma. E abbiamo eletto insieme cinque consiglieri. Porte aperte a chi vuole lavorare con noi. Ma non alleandosi con Micchiché e i Cinquestelle, a seconda dei Comuni, mischiando politica e business». Il centro è in fermento. Mastella sta già organizzando una convention a Roma. «Ma per favore! Faccia il sindaco di Benevento. Non è la mia strada». Non è un mondo che ha dimostrato di avere un suo spazio politico? «Non c’è nostalgia di moderatismo ma pragmatismo. Non un centro fritto misto che vuol fare l’ago della bilancia, ma un motore di radicale cambiamento del Paese». Nel concreto cosa immagina? «Una coalizione che crede nella democrazia liberale, nell’europeismo, pragmatica, competente. Una cosa che non può essere schiava dei tumulti di Raggi, Grillo, Salvini». Lei ha fatto bene a Roma, ma deve dimostrare di saper crescere nel resto d’Italia. «Certo, ma tutto è in cambiamento. Non guardate la politica dal retrovisore. Abbiamo riempito piazza del Popolo più della Meloni, perché le persone hanno sentito passione e idealismo. Questa è la scommessa. Farò un tour per fare conoscere le mie idee. Quelle di una forza liberal socialista, un pensiero che ci accomuna a Mario Draghi». Ha proposto il governo Ursula con Draghi premier nel 2023. Ma ci sono i Cinquestelle in quella coalizione. Non è una contraddizione? «Col cavolo. Quell’elezione li ha fatti esplodere. Vedrà che succederà anche qui». Berlusconi ha ribadito di voler stare con Salvini e Meloni. «E allora Forza Italia non potrà essere più il riferimento dei liberali e popolari europeisti. Non puoi tuonare contro i sovranisti a Bruxelles e alleartici qui». È favorevole alla legge proporzionale? «Sono a favore del doppio turno della legge delle comunali, ma nessuno la vuole fare e allora meglio il proporzionale rispetto a questo bipolarismo che ha fatto declinare il Paese per trent’ anni».
Grande agitazione nei 5 Stelle, il capogruppo Davide Crippa non dà le dimissioni, come avrebbe voluto Conte, e resta al suo posto. Federico Capurso per la Stampa.
«Giuseppe Conte ha deciso con quale piede muovere il primo passo nella riorganizzazione del suo Movimento, dopo aver cambiato piani e idee continuamente, trascinato dai dubbi personali e dalle lacerazioni che in questi giorni stanno dilaniando il gruppo M5S alla Camera. Ieri pomeriggio, dopo l’ultima riunione fiume nel suo studio, con Luigi Di Maio e Vito Crimi, i tasselli del mosaico hanno però iniziato a incastrarsi. Oggi l’ex premier nominerà 5 vicepresidenti, che comporranno la segreteria ristretta del partito. Verranno comunicati in apertura dell’assemblea dei parlamentari, convocati per discutere dei risultati delle ultime Amministrative. In cima alla lista dell’ex premier ci sono la vicepresidente del Senato Paola Taverna, la viceministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde, il braccio destro Mario Turco, il vicecapogruppo alla Camera Riccardo Ricciardi, l’ex ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina e l’ex reggente Vito Crimi. Sei candidati per cinque posti con il compito di fare da collante tra la presidenza e i gruppi parlamentari. Un inizio. Anche se non è esattamente quello che Conte voleva. Avrebbe preferito partire con il rinnovo dei direttivi di Camera e Senato, per testare – soprattutto a Montecitorio – le capacità di gestione del gruppo di alcuni deputati da inserire più avanti, nel caso, all’interno della segreteria di partito. L’attuale capogruppo alla Camera, Davide Crippa, si è però rifiutato di dare le dimissioni in anticipo rispetto alla naturale scadenza del suo mandato, prevista a gennaio. Un’impuntatura che ha mandato su tutte le furie gli uomini di Conte. Ricciardi, durante l’ultima riunione del direttivo – raccontano – avrebbe attaccato frontalmente Crippa, spalleggiato dal tesoriere Francesco Silvestri: «Davide, devi capire che non parli più a nome di tutti». Sono seguite urla e accuse, rimbombate oltre le porte chiuse della riunione. Ma il muro di Crippa non è crollato. E i veleni, fuoriusciti dopo la riunione, hanno costretto Conte alla marcia indietro: per il rinnovo del direttivo si può aspettare. Anzi, si deve. I parlamentari alla Camera sono spaccati. C’è chi spalleggia l’attuale capogruppo e chi invece vorrebbe subito il cambio, con l’ex Guardasigilli Alfonso Bonafede in pole per prenderne il posto. L’atmosfera è talmente tesa che in serata Conte deve gettare acqua sul fuoco: «Chiedo a tutti di evitare strumentalizzazioni che possano esacerbare gli animi, forse a beneficio di qualche singolo ma non di certo del Movimento». Non c’entra nulla, fa capire l’ex premier, la scarsa sintonia tra lui e Crippa: «Questa richiesta non nasce dalla sfiducia rispetto ai direttivi uscenti, che anzi hanno sin qui svolto un ottimo lavoro». Piuttosto, puntualizza, «ho chiesto ai direttivi di valutare l’opportunità di anticipare le procedure di rinnovo, in modo da poter affrontare l’appuntamento dell’elezione del Presidente della Repubblica con direttivi pienamente legittimati». L’ipotesi di costringere Crippa alle dimissioni, ventilata nelle ultime ore, sembra quindi accantonata. Sempre che Conte, oggi, non cambi di nuovo idea».











