Marcia indietro del presidente turco Erdogan, che non ha poi davvero costretto al ritiro gli ambasciatori dei 10 Paesi, che aveva minacciato di espellere. Marta Ottaviani per Avvenire.
«Non è nostra intenzione creare una crisi diplomatica. Chi ci critica d’ora in poi sarà più attento». Clamoroso passo indietro del presidente turco recep Tayyip Erdogan che tre giorni fa aveva minacciato di espellere dieci ambasciatori che si erano espressi in favore della liberazione del filantropo Osman Kavala (inviso al governo e in carcere da quattro anni). La svolta, piuttosto imbarazzante per il reis, è stata preceduta da una frase con cui Erdogan diceva di accogliere «positivamente » una dichiarazione scritta della ambasciate che spiegavano come il loro appello fosse del tutto conforme all’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Peraltro, a tre giorni dagli annunci bellicosi del leader di Ankara, ieri ancora alle sedi diplomatiche non era pervenuta alcuna comunicazione ufficiale sulle espulsioni (e va considerato che le 48 ore previste per fare i bagagli e andarsene sarebbero scattate al momento della comunicazione del ritiro del gradimento). Tutto fa pensare che forse il presidente ha bluffato, per testare la reazione di Stati Uniti, Canada, Francia, Finlandia, Danimarca, Germania, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia e Svezia, ossia i Paesi coinvolti dal provvedimento. O forse ha capito di avere esagerato. Di certo, l’unico risultato che ha prodotto la sua manovra è stato il tonfo della lira turca. Ieri mattina la valuta nazionale ha aperto la settimana scambiata a 9,82 sul dollaro e 11,3 sull’euro. L’ennesimo record negativo di questo 2021, dove, fino a questo momento, la moneta turca ha perso il 24% del suo valore. Il problema è che potrebbe non essere finita qui. Gli analisti temono che se il presidente proseguirà su questo binario le conseguenze per l’economia saranno serie. Anche se la crisi delle ambasciate è rientrata, con il suo atteggiamento, la Turchia rischia l’isolamento diplomatico, e nei corridoi del potere serpeggia non poca preoccupazione per un presidente che agisce sempre più di impulso, senza consultare i suoi consiglieri. Non solo. Fra i Paesi incappati nelle ire del capo di Stato, ci sono sette Paesi Nato e sei Paesi membri della Ue, entrambe organizzazioni dove Ankara è una sorvegliata speciale, per usare un eufemismo. Questo può voler dire solo nuovi problemi per una Turchia, che sta già attraversando un momento nevralgico. L’inflazione ha raggiunto il 20%, ma, nonostante questo, il presidente continua con una politica di tassi di interesse ridotti al minimo. Come se non bastasse, la settimana scorsa, Ankara è stata inserita nella lista grigia dei Paesi che non fanno abbastanza controlli sul riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo. Difficile attrarre gli investimenti che servono per l’economia, in questa situazione».











