I rapporti di forza sono cambiati all’interno del centro sinistra. Ci hanno pensato gli elettori a farlo. Ma i giochi finiranno davvero col secondo turno. Giovanna Vitale per Repubblica.
«La partita non è ancora finita, saranno i ballottaggi a decidere chi ha davvero vinto le amministrative d’autunno. Lo sanno bene al Nazareno, dove si sono messi a far di conto: restano ancora da assegnare tre capoluoghi di regione, tra cui Roma e Torino, e 14 capoluoghi di provincia. Perderli significherebbe ridimensionare, e di molto, il successo riscosso al primo turno. Perciò quando a sera Carlo Calenda va in tv a dichiarare la sua preferenza per il candidato di centrosinistra nell’Urbe, al Nazareno non nascondono la soddisfazione. «Penso sia giusto andare a votare e come tale sicuramente non voterò Michetti ma Gualtieri perché mi corrisponde di più», si impegna pubblicamente il leader di Azione dopo 48 ore trascorse a maramaldeggiare, indeciso se schierarsi a destra o a sinistra, sentendosi padrone del centrocampo che nella capitale può fare la differenza. «Il problema di Michetti non è che è un neofascista » bensì che è «totalmente incapace», attacca davanti alle telecamere di Otto e mezzo , gelando le speranze del fronte sovranista che pure lo aveva molto corteggiato. «Ma non è un’indicazione urbi et orbi , voglio essere chiaro: questa è la scelta di Carlo Calenda, che non mette in discussione i tanti dubbi che ho sulla classe dirigente e sul programma di Gualtieri». Un colpo al cerchio e uno alla botte, che ormai è un po’ lo stile della casa. Con una chiara strategia in testa: far pesare il 20% ottenuto nelle urne capitoline per condizionare le alleanze future. Utilizzando il risultato elettorale come grimaldello per ridefinire il perimetro del Nuovo Ulivo a cui Enrico Letta lavora da tempo, avendo come primo interlocutore Giuseppe Conte. Un’opzione che l’ex ministro dello Sviluppo, per una volta d’accordo con Matteo Renzi, non apprezza affatto, tanto da chiedere esplicitamente l’esclusione del M5S da qualunque patto di coalizione. A partire da quelli nelle città che si stanno costruendo per il secondo turno delle comunali: la prova generale delle politiche che verranno. «Gualtieri deve dire che non metterà i grillini in giunta», il veto lanciato per due giorni di seguito all’indirizzo dell’aspirante sindaco di centrosinistra. Il quale non ha potuto far altro che confermare la decisione già presa in campagna elettorale. Una mossa che però, oltre a suscitare l’irritazione dei dem romani – «Non si capisce perché Roberto abbia dovuto inseguire Calenda e dire un no preventivo all’ingresso in squadra dei 5S, che peraltro non glielo avevano chiesto» – ha scatenato l’ira del Movimento e del suo capo politico. «Dettare condizioni agli altri mi sembra quanto meno arrogante », la replica al curaro di Conte, che peraltro deve fare i conti con una nutrita fronda interna contraria a schierare il M5S accanto al Pd. Tant’ è che «l’imperativo categorico è mai con la destra», dice l’ex premier, ma per i ballottaggi «faremo valutazioni, gli elettori non sono pacchi postali ». Feroce l’avvertimento di Roberta Lombardi: «Una certa sinistra radical chic continua a guardarci con condiscendenza. I nostri elettori certo non apprezzeranno questo mal posto senso di superiorità nei nostri confronti». Esattamente lo scontro che Letta aveva cercato in ogni modo di evitare, annunciando che né a Roma né a Torino si sarebbero fatti apparentamenti: «Nei prossimi giorni cercherò Conte, Renzi, Calenda e tutti quelli che non hanno fatto parte della nostra coalizione al primo turno. Noi non faremo accordi basati su posti e assessorati, ma cercheremo di convincere i cittadini che la scelta è tra noi e la destra. O di qua o di là. Perché se a Roma vincesse Michetti sul palco a festeggiare ci ritroveremmo la Meloni con Fidanza e tutto quel mondo neofascista lì». Un pericolo da scongiurare. Ecco perché servono tutti e non si può escludere nessuno. Certo non il M5S «che ha già mandato segnali chiari», riflette il segretario dem. Nonostante Virginia Raggi. Che forse per alzare il prezzo all’interno del Movimento, ha deciso di accettare l’invito di Michetti: andrà a prendere un caffè con lui. E poi chissà».
I dati percentuali dei 5 Stelle nelle città non sono facili da digerire. Sale nella base grillina la rabbia contro il Pd, alleato sanguisuga. Luca De Carolis per il Fatto.
«Due giorni dopo, gli effetti della botta da urne per i 5Stelle si vedono e si sentono. Si vedono nei capannelli dei deputati a Montecitorio, più stufi che arrabbiati. E si sentono nelle voci su un’altra, imminente infornata di addii: c’è chi dice fino a 20, alcuni dei quali in direzione Lega, e l’ex sottosegretario Gianluca Vacca lo conferma: “L’identità è sbiadita, se non troviamo il modo di discutere di ciò che dobbiamo essere altre uscite saranno inevitabili”. In diversi toccano note simili: “La gente non capisce più cosa siamo, perché dovrebbe votarci?”. Il perché lo dovrà spiegare innanzitutto Giuseppe Conte, a cui i parlamentari chiedono di nominare in fretta la segreteria e i referenti territoriali, e di rilanciare “con due o tre temi forti” il M5S . Lo sa, l’avvocato, come sa bene che quasi tutti non hanno gradito l’Enrico Letta che in queste ore ha aperto a una coalizione larga con lui federatore e dentro il Movimento, certo, magari però assieme a Carlo Calenda – che ieri ha annunciato il sostegno al dem Roberto Gualtieri a Roma – e Matteo Renzi. Proprio lui, il segretario del Pd, che in mattinata a Roma incrocia i ministri grillini e il presidente della Camera Roberto Fico alla festa per i 70 anni di Pier Luigi Bersani, al Palazzo delle Esposizioni. Sorrisi e brindisi, anche con altri ospiti di riguardo come Romano Prodi, Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Sorride largo, Letta. Ma i 5Stelle no. “Non possiamo stare con Calenda e Renzi, non era questo il perimetro” s’ infiamma un big, mentre nel M5S il malumore trabocca: “Siamo troppo schiacciati sul Pd, ci stanno già calpestando”. Sa pure questo Conte, e non a caso dalla Sicilia, ennesima tappa del suo tour, avvisa tutti che la strada resta quella: “La nostra è una traiettoria politica che vede un dialogo costante con il Pd”. Però qualcosa va precisato, servono segnali, anche per calmare le truppe. Così in serata l’ex premier rintuzza il Calenda che aveva posto l’assenza di assessori del Movimento come condizione per sostenere Gualtieri: “Calenda sta facendo un suo percorso politico autoreferenziale, e noi glielo facciamo fare tranquillamente, ma è all’inizio di un cammino politico nazionale, e quindi dettare condizioni agli altri mi sembra quantomeno arrogante”. Detto questo, “gli apparentamenti nei ballottaggi sono da escludere, ma non c’è alcuna possibilità di poter collaborare con un’eventuale giunta di centrodestra”. L’avvocato parla al capo di Azione per rivolgersi anche al Pd, facendo capire che per lui Calenda non è dentro la coalizione. Quanto ad accordi, “non abbiamo chiesto nulla e non abbiamo mai pensato di avere assessori a Roma”. Conte ha già fatto intendere che va sostenuto Gualtieri – “è un mio ex ministro” – e lo ripeterà. Nell’attesa si espongono i suoi fedelissimi, il ministro Stefano Patuanelli – “ho lavorato con Roberto, se i dati economici sono migliorati è anche grazie a lui” – la viceministra Alessandra Todde: “Lo voterei”. Ma niente accordi formali. Non dopo che Virginia Raggi, ancora popolarissima nella base, ha spiegato che non farà dichiarazioni di voto. E comunque il nodo resta quello, i dem che aprono ai “moderati”, perfino a Renzi. E fonti vicine a Conte spiegano che no, questo no: “Renzi non può essere un nostro interlocutore”. Poi c’è anche altro, il fastidio dei 5Stelle per le parole del ministro del Lavoro, Andrea Orlando, contro il salario minimo. “È una nostra proposta” ringhiano. Non caso il M5S rilancia sul salario con una nota. Chissà se ne avranno parlato Letta e Conte, che ieri si sono sentiti per telefono, discutendo innanzitutto di Comunali. “Noi non siamo infallibili” ricorda l’avvocato da un palco siciliano. Ma da qui in avanti, meglio limitare gli errori».
Ma se nel nuovo Ulivo di Enrico Letta ci sarà posto per Calenda e Renzi, esiste una qualche competizione fra i due? Giovanna Casadio per Repubblica.
«Il “fenomeno” Calenda rimescola le carte in quell’area centrista di cui Renzi si ritiene il dominus. Entrambi istrionici e fumantini, riformisti e liberali, fuoriusciti dal Pd e leader di due partiti – Azione e Italia Viva – accreditati nei sondaggi nazionali pre-amministrative a un punteggio calcolato sulle dita di una mano, eccoli riacquistare centralità grazie al risultato della “lista Calenda” per il Campidoglio. Ma sono già in competizione. Appena, appena tenuta sotto traccia anche se entrambi, prima Renzi e poi finalmente Calenda, hanno detto che voteranno il dem Gualtieri. A chi gli chiede se Carlo Calenda stia insidiando la leadership del centro, Renzi risponde «con Carlo vado d’accordo, assolutamente sì». Calenda dal canto suo dichiara che nel polo riformista, pragmatico e liberaldemocratico a cui intende lavorare non pensa ad accordi tra ceto politico. Girerà l’Italia («Da Bolzano a Siracusa »), avrà confronti con Carlo Cottarelli, Marco Bentivogli, anche con Emma Bonino. E Renzi? «Con Renzi il problema è che l’attività di leader politico non è conciliabile con quella di businessman. Ma in Italia viva ci sono persone di qualità come Elena Bonetti», dichiara il leader di Azione a La Stampa, forte del 20% di voti di lista con cui ha superato sia Fratelli d’Italia che il Pd a Roma. Una stoccata. Il leader di Italia Viva non raccoglie. Risponde in tv su La7: «Carlo è un po’ così e cerca di fare qualche polemica anche con gli amici. E’ andato molto bene a Roma e lo abbiamo sostenuto convintamente ». Però sui social circolano i numeri e le foto della superiorità renziana. Un esempio: i due consiglieri comunali largamente più votati della lista Calenda a Roma sono due giovani di Italia Viva, Valerio Casini e Francesca Leoncini. Sui social c’è la loro foto e un applauso: “Bravi”. «Italia Viva è inspiegabilmente viva », ammette il leader. Che in privato ha confidato: se Azione, il partito di Calenda, voleva lanciare una Opa sull’area liberal democratica e riformista, ebbene non può farlo, non ha i numeri né la struttura. E qui i renziani offrono l’elenco dei loro risultati in giro per le amministrative. A Napoli la lista “Napoli viva” composta da renziani e forzisti in libera uscita, ha ottenuto il 5,6%. Azione con il suo simbolo lo 0,4%. A Milano nella lista dei riformisti per Sala la più votata è Lisa Noja di Iv. Comunque domenica nell’assemblea del partito, la questione della “competition is competition” con Calenda sarà affrontata. Dice Ettore Rosato, coordinatore di Italia viva e vice presidente della Camera: «Iv esce rafforzata e soddisfatta e con l’idea di un polo riformista ampio con le forze laiche, moderate e cattoliche che vanno da ministre di Forza Italia a +Europa». E Calenda? «Con lui per le elezioni romane abbiamo fatto un bellissimo lavoro: sarà co-protagonista del progetto, se vorrà». D’altra parte Renzi lo va ripetendo da tempo come un mantra, adesso con più forza convinto com’ è che i populisti siano finiti e i 5Stelle in rapida dissoluzione «in 15 mesi»: «L’area riformista, dai moderati che non vogliono Salvini e Meloni fino ai democratici che non vogliono morire grillini, è fortissima e questo è fondamentale in vista del 2023. Noi con l’1% abbiamo preso più consiglieri comunali dei 5Stelle». Da +Europa, tra i sostenitori di Calenda sindaco, l’appello «a una federazione per un’area liberaldemocratica », ribadisce Benedetto Della Vedova dopo un colloquio con Calenda. Il Pd è pronto a capitalizzare l’allargamento del centrosinistra in ogni direzione: da Conte a Calenda e Renzi, modello che ritiene vincente».
Maria Teresa Meli ha intervistato per il Corriere il leader del Pd che invece più si era speso per il “papa straniero” Giuseppe Conte: Goffredo Bettini.
«Goffredo Bettini, il M5S è in caduta libera, ha ancora senso ritenerlo un interlocutore privilegiato? «Partiamo dall’essenza dei risultati elettorali. Hanno vinto i sindaci democratici delle grandi città. Il Pd di Enrico Letta. Il campo largo del centrosinistra. Si è rafforzato Draghi. La destra ha subito un duro colpo. Detto questo, il cammino è lungo. L’astensionismo aumenta. Le elezioni amministrative sono a noi generalmente più favorevoli rispetto a quelle politiche. La ripresa economica è appena all’inizio. E poi, tra quindici giorni va confermato il grande successo ottenuto, anche a Torino e a Roma. Sono fiducioso ma nulla, proprio nulla, è scontato. Occorre, anzi, combattere come e più di prima. Perché i nostri avversari cercheranno in tutti i modi la rivincita. Comunque, mettiamoci alle spalle le alchimie, i posizionamenti politicistici. Che significa privilegiato? I 5 Stelle insieme ad altri sono impegnati a costruire con la loro autonomia una credibile alternativa alla destra. Conte da poco ha preso la direzione del Movimento, dandogli una curvatura unitaria, di governo, amichevole nei confronti della sinistra e credibile con i principi che invoca nella carta dei valori. Che dobbiamo fare? Gioire per le difficoltà di questa fase di passaggio? Mi pare più saggio, come ha detto Letta, sperare nello sviluppo positivo del suo rinnovamento. Anche perché, comunque, sia a Napoli che a Bologna abbiamo ottenuto i migliori risultati in Italia, con Manfredi e Lepore, grazie anche ad una alleanza con il partito di Conte». Carlo Calenda a Roma ha superato il Pd: non fareste bene a guardare a quell’area? «Noi guardiamo a tutte le forze democratiche. Il voto conferma che un Pd supponente e isolato perde. Mentre un Pd arioso, dinamico politicamente, dialogante e unitario vince. E difende anche meglio le sue idee. Questa ispirazione, dopo la sconfitta del 2018, guidò il gruppo dirigente di Zingaretti. E Letta l’ha ulteriormente sviluppata. Il rafforzamento di un’area liberale e di centro di cui hanno parlato più volte Calenda, Renzi, Bentivogli e altri ancora, come dico da almeno due anni, non solo è auspicabile ma indispensabile per vincere contro la destra». Conte dovrebbe fare un appello pro Pd prima dei ballottaggi? «Parlo di Roma che è la madre di tutte le battaglie. Non vanno fatte forzature. La Raggi è stata tenace e ha ottenuto un risultato di buona resistenza. Per Calenda c’è stato un successo importante e chiarissimo. Occorre comprendere bene le ragioni di chi non ci ha votato. Raccogliere le proposte che appaiono giuste e positive. Conte ha già dichiarato una preclusione verso i candidati della destra. Renzi ha detto che voterebbe Gualtieri. Calenda sta interloquendo. C’è un clima potenzialmente positivo. Fondamentale è rivolgerci a tutti gli elettori. Con l’autonomia del nostro candidato e la qualità del suo programma. È ragionevole pensare che gli elettori democratici che al primo turno sono andati divisi attorno a tre candidature diverse, si possano riconoscere in Gualtieri. Un democratico europeista, che ha dimostrato di saper governare in Italia e in Europa con autorevolezza e grande competenza. Dall’altra parte ci sono Michetti, Meloni e Salvini. Nulla di personale, ma una catastrofe politica e amministrativa». Enrico Letta nel 2023 sarà candidato premier? «Letta in sei mesi è cresciuto enormemente nella considerazione del Paese. Deciderà con libertà come procedere. Mi pare tuttavia che rimanga con i piedi ben piantati a terra. Questa volta mi pare possa stare sereno per davvero». Nuoce più al governo lo strappo di Salvini o la drammatizzazione che ne fa il Pd? «Il Pd non drammatizza affatto, piuttosto richiama tutti, soprattutto la Lega, alla responsabilità di governo e alla coerenza. Draghi stesso ha parlato di un fatto serio. La verità è che il partito di Salvini è un corpo politico tirato da carri che vanno in direzioni opposte. Sarà fonte, per questo, di ulteriori problemi e instabilità». Secondo Letta non ci sono spazi per il proporzionale. «Anche io vedo pochi spazi nel corso di questa legislatura. Ma resto della mia idea. Per certi aspetti confermata dall’aumento della disaffezione al voto. Servono partiti in grado di ripiantare la politica nel profondo della società, con profili ideali e programmatici chiari. Gli schieramenti “costretti”, interessati prevalentemente alla dimensione del governo, rischiano di risultare più “aerei”. Il campo largo del centrosinistra deve essere un’alleanza politica fondata su un compromesso trasparente, non un contenitore confuso all’interno del quale ognuno interdice e appanna le ragioni dell’altro». Lei pensa ancora che Draghi potrebbe andare al Quirinale e che il voto anticipato non sarebbe un dramma? «Di questo argomento si parlerà nei prossimi mesi. La mia opinione l’ho espressa, con un ragionamento elementare. Se il presidente Mattarella, un pilastro dell’equilibrio repubblicano, confermasse la sua indisponibilità per un secondo mandato, si aprirebbe il problema di una scelta da compiere. Invochiamo tutti la presenza di Draghi in Italia. Condivido. La sua persona incarna un sentimento larghissimo nel Paese. La cosa migliore sarebbe che egli governasse fino al 2023. Il Pd non farebbe mancare mai il suo sostegno. Sono convinto, tuttavia, che la Lega strapperà. Purtroppo, è nella logica delle cose. A quel punto, se Draghi non sarà stato eletto presidente della Repubblica, si troverà costretto a decidere se dar vita a un governo politico senza tutta la destra, e non mi pare nelle sue corde, oppure non sarà più a disposizione per l’Italia. Mi pare giusto riflettere su questo scenario che sarebbe disastroso per l’economia e per i nostri rapporti internazionali. Dico riflettere. Solo riflettere».











