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GIORGETTI: DOPPIO RUOLO PER SUPERMARIO

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Nuova mossa importante nel dibattito sull’elezione del nuovo Capo dello Stato. Il ministro leghista dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, sgancia una bomba, quando dice a Vespa: Draghi dal Quirinale può guidare anche il governo. E attacca Salvini, proprio nel giorno in cui omaggia il presidente brasiliano Bolsonaro.

«Ormai si sa: il ministro Giancarlo Giorgetti, numero 2 della Lega, parla poco. Ma quando lo fa, sono granate. Le anticipazioni sull’ultimo libro di Bruno Vespa, Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando) sono uno di quei casi. Perché il vicesegretario non le manda a dire proprio a Matteo Salvini. La granata numero 1 riguarda la possibilità di mantenere un binario comune con Salvini: «Continueremo a lavorare così finché il treno del governo viaggia veloce, altrimenti rischiamo noi di finire su un binario morto». Perché, dice il ministro dello Sviluppo economico, «il problema non è Giorgetti, che una sua credibilità internazionale se l’era creata da tempo. Il problema è se Salvini vuole sposare una nuova linea o starne fuori». Delicatissimo il passaggio successivo: «Matteo è abituato a essere un campione d’incassi nei film western. Io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico candidato agli Oscar», perché «è difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so cosa abbia deciso». Se non è un invito a rinunciare alla premiership, manca poco: dire «attore non protagonista» sembra suggerire l’addio al «Salvini premier». Però Giorgia Meloni continua ad azzannare, dice Vespa: «È vero, ma i western stanno passando di moda. Adesso in America sono rivalutati gli indiani nativi». Il tema è anche quello della collocazione europea e internazionale: giusto ieri il leader leghista era con il presidente brasiliano Bolsonaro. «Se vuole istituzionalizzarsi in modo definitivo – dice Giorgetti – Salvini deve fare una scelta precisa. Capisco la gratitudine verso la Le Pen, che dieci anni fa lo accolse nel suo gruppo. Ma l’alleanza con l’Afd non ha una ragione». Vespa lo chiede: Salvini la svolta europeista l’ha fatta? Giorgetti risponde diritto: «È un’incompiuta. Ha certamente cambiato linguaggio. Ma qualche volta dice alcune cose e ne fa altre. Può fare cose decisive e non le fa». Insomma, l’approdo della Lega deve essere il Ppe: «Io non ho bisogno di un nuovo posto. Voglio portare la Lega in un altro posto». Ed è proprio su questo che arriva l’unica risposta di Salvini: «Stiamo lavorando per un grande gruppo che metta insieme il centrodestra in Europa. Non è nessun vecchio gruppo». Infine, Giorgetti parla di Quirinale: «Già nell’autunno del 2020 dissi che la soluzione sarebbe stata confermare Mattarella ancora per un anno. Se questo non è possibile, va bene Draghi». Fermo restando che «Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto , in cui il presidente allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole». Proprio su questo si sono concentrate le reazioni. Netta quella di Giuseppe Conte: «Qualunque soluzione sia, non dobbiamo auspicare che si stravolga il disegno costituzionale. Parlare di semi presidenzialismo de facto non va assolutamente bene». E Mattarella si è «tenuto ben lontano» da questo: «Non abbiamo bisogno di uomini della provvidenza». Ma lo stesso Carlo Calenda, predecessore di Giorgetti al Mise, è cauto: «I sistemi istituzionali non cambiano a seconda di chi ricopre una carica. Sono presidenzialista, ma questo non è il sistema italiano. Se Draghi deve continuare a guidare il Paese, come penso, allora occorre che resti presidente del Consiglio». Il capogruppo alla camera Francesco Lollobrigida ricorda che «per Fratelli d’Italia la strada maestra resta il voto». E FdI «è d’accordo sul modello di presidenzialismo e semi presidenzialismo, purché avvenga con l’elezione diretta».

È un “golpetto” per Il Fatto di Marco Travaglio. Ecco la cronaca di De Carolis e Salvini dove viene sottolineata la reazione di Giuseppe Conte.

«È l’unico nel governo a dare del tu a Mario Draghi. Ed è anche uno dei pochi che, quando parla, interpreta il suo verbo. Così, ieri, il ministro dello Sviluppo economico e numero due della Lega lo ha detto senza girarci tanto intorno: “Per il Quirinale la soluzione migliore sarebbe un altro anno di Mattarella, ma se non è possibile va bene Draghi”. Parole dette a Bruno Vespa per il suo nuovo libro. Trapelate non a caso dopo quelle di domenica di Giuseppe Conte (“Non possiamo escludere Draghi al Colle”) e di Matteo Salvini, che voterebbe “domattina” l’ex presidente della Bce al Quirinale. Però, con Vespa, Giorgetti aggiunge di più, agitando tutti i partiti: “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori” mettendo in piedi “un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarghi le sue funzioni approfittando di una politica debole”. E non è un’uscita casuale, perché Giorgetti sta giocando una sua partita per Palazzo Chigi. Non tanto per sostituire Draghi a febbraio, perché sa bene che il traghettatore non potrà essere un politico. Piuttosto il leghista guarda al 2023, in caso di vittoria del centrodestra. “Meloni e Salvini sono inadatti per governare, toccherebbe a Giancarlo – dice un parlamentare a lui vicino – e del resto lui con Draghi ha un rapporto speciale”. Per questo Giorgetti ha iniziato un tour nelle cancellerie internazionali – è appena tornato dagli Usa, partirà a breve per gli Emirati Arabi – così da accreditarsi all’estero. Per l’ira dei salviniani: “Ormai Giancarlo è fuori controllo”. Da Forza Italia invece cala il silenzio per l’ennesimo endorsement nei confronti di un avversario di Berlusconi per il Colle. Quel Caimano che a Vespa ammette: “Mi hanno proposto di fare il presidente, ma non sarebbe facile, il centrodestra da solo non ha i voti”. Anche se poi ammicca ai peones: “Ci sono 290 deputati e senatori usciti dai gruppi originari, in tanti mi sono amici”. Fratelli d’Italia invece, con Ignazio La Russa, conferma che Draghi può andar bene al Colle: “Ma poi si voti”. Invece Giorgetti apre un nuovo fronte con Salvini anche sulle alleanze internazionali. Proprio nel giorno in cui il leader leghista incontra Bolsonaro, il suo vice che vorrebbe portare la Lega nel Ppe lo bacchetta: “Se vuole istituzionalizzarsi Salvini deve fare una scelta precisa, la sua svolta europeista è un’incompiuta. L’alleanza con l’Afd non ha una ragione il problema è se Salvini vuole sposare una nuova linea o starne fuori”. E ancora: “Matteo è abituato a essere un campione d’incassi nei film western, ma è difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so che cosa abbia deciso”. Salvini gli replica che non vuole far entrare la Lega nel Ppe. Ma altrove tutti discutono del semi-presidenzialismo alla Giorgetti. Anche Giuseppe Conte, che a Porta a Porta parla di “un’uscita” da censurare. Secondo l’ex premier “non dobbiamo auspicare che si stravolga o si alteri il disegno costituzionale: un semi-presidenzialismo di fatto non va assolutamente bene”. Tanto più, fa notare, che “io ho lavorato fianco a fianco con Sergio Mattarella, e ne ho apprezzato le qualità umane, la grande competenza da costituzionalista. Non abbiamo bisogno di uomini della provvidenza”. Neanche se una maggioranza larghissima mandasse al Colle Draghi, verso cui Conte conferma l’apertura: “Nessuna preclusione verso di lui, ma bisogna verificare se ci siano tutte le condizioni”. Il leader dei 5Stelle ormai si è rassegnato all’ipotesi, come ha spiegato anche ai big. Ma deve evitare che i gruppi parlamentari a 5Stelle vadano in frantumi nel voto. E allora la condizione per il sì alla salita al Colle dell’attuale premier resta quella di evitare il voto anticipato: “Andare alle urne prima del 2023 sarebbe una soluzione improvvida”. Proprio ciò che pensa Luigi Di Maio, che su La Stampa ieri aveva riservato sillabe al miele a Giorgetti: “Lui è decisamente diverso da Salvini e lavoro molto bene con lui”. Complimenti che in realtà vogliono allargare la faglia tra il ministro e il capo del Carroccio. Anche perché Di Maio e diversi 5Stelle sono convinti che il centrodestra punti al voto anticipato. E che Giorgetti aspiri davvero a Palazzo Chigi. Per questo a Di Martedì il ministro degli Esteri lo dice dritto: “Salvini vuole il voto anticipato perché teme che Giorgia Meloni cresca troppo”. Schermaglie, con vista sul Colle».

Le divisioni nella Lega a questo punto diventano un tema non secondario nel dibattito. Salvini furioso convoca un vertice. Emanuele Lauria per Repubblica.

«Uno va a rendere omaggio a Bolsonaro e l’altro continua a vedere la Lega nel Ppe. Uno strizza l’occhio a Berlusconi che sogna il Quirinale e l’altro per il Colle rilancia Draghi. Uno, nei periodi caldi, viaggia al ritmo di un migliaio di selfie al giorno e l’altro lo invita a smettere i panni del primattore nei film di cassetta. Ma come fanno a stare insieme Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti? Il dubbio, che per un attimo era scomparso fra i cultori del genere, è riaffiorato ieri, con la pubblicazione di alcuni passaggi dell’intervista che il ministro ha rilasciato per l’ultimo libro di Bruno Vespa. Già alla vigilia delle amministrative, i rappresentanti delle due anime della Lega erano entrati in conflitto: effetto di un’altra uscita pubblica del solitamente moderato Giorgetti, che nell’occasione aveva scaricato i candidati sindaci di Roma e Milano. A Salvini era toccato fare una nota ufficiale per ribadire il sostegno ai portabandiera della coalizione. Il copione si ripete. E anche stavolta il leader non la prende bene. Nessuna critica diretta al vicesegretario, ma una battuta («Giancarlo mi paragona a Bud Spencer? A me piace il teatro») e soprattutto un atto concreto quanto emblematico: il numero uno della Lega convoca per domani un consiglio federale, per ribadire la sua linea e verificare se coincide con quella degli altri dirigenti. Mossa non casuale, come spiegano diversi parlamentari vicini a Salvini che manifestano «stupore, irritazione e anche rabbia» per le parole del ministro dello Sviluppo Economico. Dopo le elezioni, infatti, c’era stato un chiarimento, nello studio del senatore milanese, con i duellanti e il governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, che avrebbe dovuto porre le basi per una navigazione meno agitata: Salvini si prendeva il ruolo di interlocutore diretto di Draghi (erano i giorni del no leghista alla delega fiscale) ma si impegnava ad abbandonare una linea troppo vicina a No Vax. Sembrava il preludio di un ricompattamento del partito: e in effetti le polemiche – dopo l’escalation estiva – avevano conosciuto un momento di flessione. Fino al nuovo scontro di ieri. «Ma perché Giorgetti queste cose non le dice mai negli incontri di partito?», si chiedono gli uomini più vicini a Salvini, rammentando come sia nel consiglio federale di inizio settembre che nella riunione dei parlamentari di 15 giorni fa nessuno abbia contestato la linea del segretario. Ma il fuoco del dissenso, evidentemente, ha continuato a covare sotto la cenere, visti anche i cattivi risultati delle amministrative. Giorgetti, d’altronde, mai aveva criticato tanto nettamente la condotta ondivaga di Salvini: «Non ha ancora deciso da che parte stare». Anche se il ministro, si apprende, è rimasto spiazzato dalla pubblicazione di alcuni brani dell’intervista, che sarebbero «forzati» ed «estrapolati dal contesto». Ma in questo scenario il consiglio federale di domani assume, di nuovo, il significato di un redde rationem: occorre puntellare la linea sul Quirinale e riaffermare il posizionamento nel panorama europeo. Per quanto riguarda la prima, Salvini ha detto che voterebbe «anche domani» Draghi ma sa che Berlusconi si attende un sostegno da lui. Inoltre, c’è qualche perplessità sul semipresidenzialismo di fatto che rafforzerebbe le prerogative del Capo dello Stato. Salvini ricorda le critiche ricevute, anche dentro il partito, quando due anni fa chiese «pieni poteri» dopo aver fatto cadere il Conte I. E ci si interroga, fra i fedelissimi salviniani, sul significato da attribuire al fatto che, a convergere sulla formula del semipresidenzialismo di fatto, siano due ministri molto vicini a Draghi, ovvero lo stesso Giorgetti e Brunetta. C’è una strategia, sconosciuta in via Bellerio, per favorire il trasloco del premier sul Colle più alto? Sulla collocazione fra i sovranisti, Salvini continua invece a non avere dubbi: e anzi sta accelerando per giungere in tempi brevi a un nuovo gruppo della Destra al parlamento europeo che comprenda esponenti del Partito popolare, dei Conservatori e anche di Identità e democrazia, con l’uscita – si sottolinea – dei tedeschi di Alternative fur Deutschland. Un’iniziativa che va in direzione opposta agli auspici di Giorgetti. E che, soprattutto, allontana la Lega dalla rotta del governo. Il Carroccio è di nuovo un rebus».

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