Fra le conseguenze politiche del voto in Senato, com’era evidente, è andato in crisi il disegno del nuovo Ulivo di Enrico Letta. Giuseppe Alberto Falci sul Corriere.
«Pd contro Italia viva, renziani contro 5 Stelle, sospetti tra dem e pentastellati: insomma, tutto è in discussione, dal perimetro del nuovo Ulivo alla corsa al Colle. E di nuovo, come ai tempi del famoso «Enrico stai sereno», a 24 ore dalla fine della legge contro l’omotransfobia si ripresenta il duello Renzi-Letta. «La legge Zan – attacca il leader di Iv – è fallita per colpa di Pd e M5S. È la loro arroganza, unita alla loro incapacità di fare politica che ne ha segnato l’esito. In atto una campagna contro di noi, io ricevo minacce di morte». Un giro di orologio e risponde piccato il segretario del Pd: «Si è sancita una rottura anche di fiducia, a tutto campo, con Italia Viva. Ma il ragionamento riguarda anche la parte che ha votato contro». Tradotto, in un solo colpo Letta taglia un ramo del nuovo Ulivo ed esclude dal campo degli avversari responsabili, il partito di Silvio Berlusconi. «Forza Italia è nel Ppe o sta con Pillon e Orban?», si domanda con l’aria di chi è rimasto scottato dal voto segreto di mercoledì. La coalizione di centrosinistra, da quel voto, sembra uscire a pezzi. Dai calcoli che girano in Senato nel segreto dell’urna quattro o cinque democrat avrebbero indossato la maglia dei franchi tiratori. E lo stesso si può dire di almeno tre grillini di rito «anticontiano» che votando con il centrodestra avrebbero cercato di inviare un messaggio all’avvocato di Volturara Appula. Di tutto questo si parla nel Salone Garibaldi del Senato, dove l’azzurro Gigino Vitali arriva a dire: «Si è trattato di una resa dei conti interna al nuovo Ulivo. C’erano due fronde: una contro Conte e l’altra contro Letta…». In casa Pd i sospetti rimandano ai senatori vicini all’area dell’ex capogruppo Andrea Marcucci. Dunque a Stefano Collina, Salvatore Margiotta, Alan Ferrari, Dario Stefano. Proprio quest’ ultimo prende di mira le truppe di Conte: «Franchi tiratori? Cercateli nel M5S, un gruppo parlamentare che sta vivendo una difficile transizione». Luigi Di Maio non ci sta e replica dagli studi di La7: «Noi franchi tiratori? C’è una sensibilità assoluta del M5S su questa legge, la seconda firmataria è del M5S». In questo clima da tutti contro tutti sembrano calare le quotazioni del nuovo Ulivo ed accrescere le preoccupazioni per la partita del Quirinale. Fatto sta che Francesco Boccia, ex ministro, accompagna alla porta i renziani: «Il campo largo è delimitato dai valori e chi sui crimini d’odio si sistema accanto a Lega e FdI si mette sul terreno dei disvalori». Di Maio: «Presto vedremo Renzi nel centrodestra». Nel frattempo a Milano, Roma e a Firenze scendono in piazza migliaia di cittadini per il ddl Zan. «Non affosserete le nostri voci», gridano. E Letta: «Raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare che rilanci il ddl Zan? Noi ci saremo».
Ironizza Marco Travaglio sull’illusione del Pd di tenersi alleato Matteo Renzi. Per il direttore del Fatto il disegno della grande coalizione di centro sinistra è sbagliato da precchio tempo.
«Per la serie “Le grandi scoperte della scienza”, pare che il Pd inizi a sospettare di Renzi. I soliti malpensanti lo incolpano financo del sabotaggio del dl Zan, sol perché molti dei suoi han votato contro e lui non ha proprio votato perché impegnato a sbucciarsi le ginocchia dinanzi a Bin Salman, noto cultore dei diritti Lgbt. Nulla, però, nel suo curriculum fa ipotizzare simpatie destrorse. Nel 2010, sindaco di Firenze, incontra segretamente B. ad Arcore tra un bungabunga e l’altro, malgrado la sua maggiore età: dunque è vero che è di sinistra. Nel 2013 il Pd torna a Palazzo Chigi con Letta dopo 5 anni; 9 mesi dopo il neosegretario Renzi riceve B. e Letta (zio) al Nazareno, si accorda sulle schiforme elettorale e costituzionale, fa fuori Letta (nipote) e prende il suo posto: un atto d’amore per il Pd. In due anni e mezzo demolisce lo Statuto e i diritti dei lavoratori, la giustizia, la lotta all’evasione, l’ambiente, la scuola e la Costituzione in combutta con B. tramite Verdini&Alfano: è la prova che è di sinistra. Nel 2018 trascina il Pd al minimo storico, rifiuta di allearsi coi 5Stelle e regala il governo e la scena a Salvini: più di sinistra di così si muore. Nel 2019, dopo la crisi del Papeete, propone il governo col M5S per evitare le elezioni e lasciar lì i gruppi parlamentari nominati da lui; ma, appena nato il Conte-2, secede dal Pd per “svuotarlo”, fonda Iv e tresca con Salvini per uccidere il governo nella culla: altra prova di lealtà e affidabilità. Nel gennaio 2020 sferra la mozione anti-Bonafede, ma lo frega il Covid: il Conticidio è rinviato per pandemia, ma lui attacca ogni giorno il suo premier e dà interviste alla stampa di mezzo mondo contro il suo governo elogiato in tutto il mondo per la gestione della pandemia e il Recovery Fund; a fine anno tiene in ostaggio il Pnrr con i pretesti più fantasiosi e nel gennaio 2021 rovescia il Conte-2 in piena terza ondata, riportando al governo FI e Lega: l’ennesima prova d’amore per il centrosinistra. Nato il governo Draghi, piccona le riforme più di sinistra degli ultimi decenni, dal Reddito al ddl Zan; firma i referendum anti-giudici con B.&Salvini; cena col forzista Miccichè e si fonde in Sicilia con i Dell’Utri Boys: commosso da tanta fedeltà, Letta lo invita nel Nuovo Ulivo. Poi, l’altroieri, un fulmine a ciel sereno: “Pd in allarme: ‘Renzi va a destra’” (Repubblica). Montanelli raccontava di quel “gentiluomo austriaco che, roso dal sospetto che la moglie lo tradisse, la seguì di nascosto in albergo, la vide dal buco della serratura spogliarsi e coricarsi insieme a un giovanotto. Ma, rimasto al buio perché i due a questo punto spensero la luce, gemette a bassa voce: ‘Non riuscirò dunque mai a liberarmi da questa tormentosa incertezza?'”».
Il Foglio intervista l’ex capogruppo e senatore di lungo corso del Partito democratico Luigi Zanda, che invece sostiene che i confini di un’alleanza strategica non possono essere determinati da un voto segreto come quello sul Ddl Zan.
«Le reazioni più accalorate, quelle dettate dall’ansia del momento, Luigi Zanda le guarda col sopracciglio bonariamente alzato di chi ne ha viste troppe, per pensare che questa, che anche questa, sia l’ennesima fine del mondo. “Certamente una giornata triste, non c’è dubbio. Ma andrei cauto a parlare di rotture insanabili, di spartiacque definitivi”. Ne parla Enrico Letta, a modo suo. Ne parla anche il suo vice Peppe Provenzano. Sbagliano? “No, hanno ragione, e però”. E qui il senatore del Pd sospira: “E però dico che non è il voto di ieri ad aver definito il perimetro del centrosinistra, non è dall’esito di uno scrutinio segreto certamente grave sul ddl Zan che il Pd deve elaborare la sua politica delle alleanze. Fare questa equivalenza sarebbe un errore. E non tanto perché annunciare che il campo progressista si restringe al solo Pd col M5s e Leu vuol dire rassegnarsi a restare in minoranza nell’aula del Senato di qui fino alla fine della legislatura, ma anche perché quella del voto segreto è una logica spesso perversa, dettata non necessariamente da grandi tattiche politiche, ma più spesso da dubbi personali, da manovre di piccolo cabotaggio. E del resto andare alla caccia dei franchi tiratori, provare a identificarli, oltre che contarli, è un esercizio, più che sbagliato, inutile”. Eppure c’è chi, nel suo partito, i colpevoli ha saputo additarli subito nei renziani. Al che viene da pensare come mai, se la logica che avrebbe portato il leader di Italia viva a saltare la barricata per andare a destra era davvero così evidente e scontata, come mai si sia arrivati a un voto segreto contando invece sul sostegno dei suoi dodici senatori presenti in Aula. “E’ chiaro che qualcosa non è andato come doveva, e che alle dichiarazioni di voto dei vari gruppi nonè corrispostoun atteggiamento conseguente dei rispettivi parlamentari”, osserva Zanda, che gli umori dell’aula di Palazzo Madama sa interpretarli come pochi. “Quanto a Italia viva – prosegue – a me pare invece che se Renzi deve sciogliere delle ambiguità, queste non siano soltanto in merito al voto segreto dei suoi. Ma semmai sul fatto che sembra avere parecchi interessi extrapolitici, o quantomeno extraparlamentari, come dimostra il suo viaggio a Riad nel giorno del voto su una legge così importante per i diritti civili”. Non solo, secondo Zanda, il leader di Italia viva “dovrebbe spiegare se l’accordo con la Forza Italia di Gianfranco Miccichè, annunciato in vista delle regionali siciliane, è un fatto che resta confinato sull’isola o se è invece il preludio di un cambio di strategia strutturale su scala nazionale. E’ da lì che passa la risoluzione del rebus per capire se Renzi, che è stato il leader del Pd, si riconosce ancora nel centrosinistra, o se ha invece deciso di andare a destra”. Insomma, questo Ulivo rischia davvero di essersi ristretto prima ancora di nascere, col tabù del Pd verso il suo ex segretario, col Nazareno al centro del fuoco incrociato di veti e improperii tra Conte e Calenda, che pure dovrebbero essere due futuribili alleati. “Il lavoro del Pd dovrà essere un lavoro paziente e oculato – spiega ancora Zanda – che non tiene conto delle fibrillazioni quotidiane e che guarda alla scadenza del 2023. L’alleanza tra Letta e Conte, di natura eminentemente tattica, se ben coltivata potrà evolvere e maturare. Col centro di Renzi e Calenda permangono delle incognite. Ma il Pd non deve dimenticare che, al di là del gioco delle alleanze, c’è almeno un 40 per cento di elettorato potenziale che può e deve essere richiamato a casa, e che s’ è disperso tra l’astensione, il M5s e i partiti sorti dalle varie scissioni. Di qui al 2023, dovremo essere in grado di parlare a quelle persone, ben sapendo che Mario Draghi sta cambiando la politica in modo forse perfino più radicale di quanto lui non possa immaginare”. E come? “Imponendo una leadership tutta fondata sul prendere sul serio i problemi, ammetterli con onestà e spendere parole di verità per spiegare come risolverli. Vista lunga e passo certo. Se ne uscirà, da questa fase, forse con una democrazia più matura, retta da un bipolarismo chiaro e coerente”. In cui la destra farà la destra, e la sinistra la sinistra? “Questo inizio di secolo ha imposto fratture nuove”, dice Zanda: “Oltre alla contrapposizione tradizionale tra progressisti e conservatori, c’è anche quella tra chi segue l’interesse di lungo periodo e chi esercita l’egoismo del consenso istantaneo. D’altronde anche la destra sbaglierebbe a pensare di essere uscita rinsaldata dal voto di mercoledì al Senato. Le loro contraddizioni permangono tutte: la competitività muscolare tra Lega e FDI è sempre lì, e la distanza tra FI e il fronte sovranista è evidente, al netto dei tatticismi delmomento”. Eppure anche con FI, dice Letta, il dialogo è chiuso, dopo il voto sullo Zan. “Non c’è dubbio che votare contro il ddl è una scelta che allontana l’Italia dall’Europa – ammette il senatore dem – E però FI è un partito sanamente conservatore, che sta nel Ppe, che non ha nulla a che fare con leader illiberali come Orbán. Io credo che, pur nella distinzione dei ruoli e degli schieramenti, il Pd farebbe bene a tenere aperto un dialogo costruttivo con quella parte di FI meno incline alle derive sovraniste”. Anche in vista della sfida per il Colle, di cui qualcuno ha voluto vedere proprio nel voto segreto sullo Zan una prova generale? “Il voto per il Quirinale avrà logiche diverse, che dipenderanno dalla sapienza con cui i partiti sapranno prepararlo”, conclude Zanda. “Che ora si parli di Draghi e di Mattarella è in fondo inevitabile, perché sarebbe ipocrita negare che, ciascuno per delle sue specifiche virtù, incarnano un modello di autorevolezza e saggezza che sarebbero una garanzia per il paese e per tutto il Parlamento. Ma mancano tre mesi, ancora. La strada è lunga, e questo frastuono certo non aiuta”».











