Marzio Breda, quirinalista del Corriere, spiega il senso della visita oltralpe del nostro Capo dello Stato.
«L’interminabile applauso che riceve alla Sorbona lo imbarazza forse più dell’omaggio, altrettanto lungo, che ebbe alla Scala di Milano, quando lo si vide allungare le mani davanti a sé raccomandando un «basta ho capito grazie». E lo stesso disagio vale per le lodi che ascolta durante il pranzo all’Assemblea nazionale, perché «ha contribuito a rivalutare l’immagine dell’Italia», mentre Macron gli aveva espresso poco prima tutta la propria «ammirazione». Si rischia l’enfasi retorica, nel raccontare la giornata di Sergio Mattarella a Parigi, ieri. Ma il suo successo è un successo dell’Italia ed è un fatto che solo grazie a lui si è definitivamente risolta una dura crisi diplomatica tra i due Paesi. Alla faccia di chi sostiene che i capi dello Stato non dovrebbero mai occuparsi di politica estera. Ricordate? Lo scontro si era aperto nel 2019 con la trasferta in Francia dell’allora vicepremier a 5 Stelle, Luigi Di Maio, «per dare solidarietà ai gilet gialli» (frange violente comprese) in guerra contro il governo francese. Risultato: richiamo dell’ambasciatore a Roma, Christian Masset, e immediato congelamento dei rapporti. Una frattura cui si aggiunse poi l’incresciosa sortita dell’allora nostro ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che volle disertare un vertice sui migranti, convocato qui, perché «noi non prendiamo ordini dall’Eliseo». Incidenti dimenticati, adesso. Clima disteso e amicizia recuperata. Anzi, «più salda di prima», stando a Emmanuel Macron, con una ripartenza della cooperazione bilaterale nel nome di un’Unione europea da far progredire. È soprattutto Mattarella a dare slancio a questa idea, con l’ansia di mettere in cantiere un «patto per una nuova Europa» – potremmo chiamarlo così – assieme al padrone di casa. Certo, serviranno approfondimenti. Ma contano già le riflessioni nelle quali si è confrontato con il collega d’Oltralpe (con il quale ha «una convergenza d’intenti su ogni dossier»), oltre che con le istituzioni e con il mondo della cultura francesi. Il punto politico, nitido nell’intervento alla Sorbona, è la richiesta di un deciso scatto in avanti, per l’Unione. Con l’obiettivo di una sovranità continentale condivisa. Insomma, rispetto a chi (anche in Italia) vorrebbe «meno Europa», il capo dello Stato rivendica «più Europa». E allarga la visione dell’europeismo prossimo venturo, con impliciti no a tesi e «manifesti» che stanno facendo rumore. Un no, senza nominarli ma il suo retropensiero si lascia capire, va ai fautori delle democrazie illiberali, come l’ungherese Viktor Orbán, che si sente troppo stretto nella camicia dell’Ue e a giorni alterni la critica: «Occorre chiarezza, il prezzo è la drastica decisione dell’abbandono», ricorda Mattarella. Un altro no va alle Nazioni cosiddette «frugali», vogliono fare le frugali a casa d’altri e si mostrano per partito preso contrarie al debito europeo e alla fiscalità comune, unico mezzo per superare la doppia crisi, della pandemia e dell’economia. E no, ancora, a certi Paesi del Nord Europa, che pretendono di impartire lezioni su quasi tutto e scordano di riconoscere i diritti umani ai profughi. È il capitolo che sta forse più a cuore a Mattarella, questo. E anche il più delicato, nei colloqui di Parigi, che mantiene controlli arcigni alle proprie frontiere. Ne discute durante il colloquio con Macron, spiegandogli con toni desolati che «in Italia qualcuno si illude che si possa mettere il cartello divieto d’ingresso dall’Africa». Una metafora per sottolineare quanto sia appunto «illusorio» l’approccio muscolare al problema. Mentre, insiste con un suo leit motiv, bisogna «combattere la tratta di uomini» e «la clandestinità, governando il fenomeno tutti insieme». La questione è dunque europea, ripete. Non solo dei Paesi di prima accoglienza, come l’Italia. E qui incontra la piena condivisione di Macron».
Daniel Cohn-Bendit dalle colonne de La Stampa commenta i rapporti fra Italia e Francia, spiegando che dall’alleanza fra Parigi e Roma può arrivare la spinta ad allargare la linea europea del Recovery Fund:
«L’Italia e la Francia devono fare squadra per spingere la Germania ad accettare un nuovo Recovery Fund. È il messaggio di Daniel Cohn-Bendit, l’ex leader del Maggio ’68 che tra il 1994 e il 2014 è stato per quattro legislature al Parlamento europeo con i Verdi. Secondo il politico franco-tedesco, però, non sarà tanto l’uscita di scena di Merkel a cambiare gli equilibri, quanto un possibile ingresso degli ecologisti nel governo di Berlino. Quindi si illude chi pensa che il post-Merkel regali più spazi all’asse franco-italiano? «Credo che il potere di Merkel in Europa sia stato un po’ sovrastimanto, nel senso che il suo potere era legato alla forza economica della Germania e non tanto a Merkel in sé. Anche chi prenderà il suo posto sarà alla testa del Paese più potente economicamente. L’Ue deve trovare la forza di adottare un secondo Recovery Fund e questo dipenderà dalla capacità della Francia e dell’Italia, oltre che della Spagna, di fare da contrappeso a una politica tedesca molto centrata su se stessa». Seppur non sufficiente, però, l’asse franco-tedesco viene considerato indispensabile per l’equilibrio dell’Europa: non trova? «Sì, ma l’asse franco-tedesco ha funzionato molto bene con Schmidt-Giscard d’Estaing e con Kohl-Mitterrand per lanciare l’euro, mentre con la coppia Chirac-Schroeder ha funzionato soprattutto sull’Iraq. Ma da allora, ogni volta che bisognava pensare a un piano di stabilizzazione economica, non c’è stato un asse franco-tedesco per via della Germania. Ricordiamoci che Hollande ha dovuto tirare il freno d’emergenza all’ultimo momento per impedire a Merkel di spingere la Grecia fuori dall’Eurozona». Con Macron e Merkel l’asse non ha funzionato? «Da tempo Macron cercava di convincere Merkel ad accettare un piano di ripresa con debito comune, ma c’è riuscito soltanto grazie alla pandemia, quando lei ha capito che non si poteva fare altrimenti. Si è sempre rifiutata perché bloccata dalla Bundesbank, dal suo partito. Ma ora, per superare la crisi, serve un piano per la modernizzazione dell’economia europea». Il fatto che al governo italiano ci sia Mario Draghi può fare la differenza? «Se Francia, Italia e Spagna si mettono d’accordo, la maggioranza della Bce seguirà su questa linea. Certo, magari il governatore tedesco sarà contrario, ma Draghi ha una sua legittimità economico-finanziaria».












