Epicentro e simbolo della crisi afghana, l’aeroporto di Kabul non è ancora tornato in funzione. È il primo banco di prova del governo talebano. La cronaca di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera.
«L’aeroporto internazionale di Kabul sta davvero diventando il simbolo e la metafora della crisi afghana. Dalla Dunkerque del ponte aereo occidentale per mettere in salvo i disperati desiderosi di fuggire a centro degli sforzi talebani per dimostrare a sé stessi e al mondo che sono in grado di fare funzionare una società complessa quale è diventata quella dell’Afghanistan negli ultimi vent’ anni. Il loro governo verrà annunciato nelle prossime ore, eppure da almeno tre giorni i leader talebani nella capitale, oltre ai loro rappresentanti in Qatar, Turchia e Pakistan, cercano di trovare il modo più rapido per rimettere lo scalo in attività. «Due o tre giorni e gli aerei riprenderanno a volare», avevano detto fiduciosi e trionfanti mentre ancora i soldati americani controllavano la pista per assicurare gli ultimi decolli. Quando poi arrivarono finalmente a prendere il controllo totale dello scalo si resero conto di quanto grave fosse la devastazione. A cavallo tra il 14 e 16 agosto migliaia di persone riuscirono a irrompere nei padiglioni arrivi e partenze, e sulle piste. Fu il caos: i computer dei check-in, degli uffici, assieme a tutte le attrezzature tecniche (inclusi i nastri trasporto bagagli, i metal detector e le telecamere della sicurezza) rubati, vandalizzati. Il saccheggio si allargò ai depositi, nell’area dei meccanici, sino agli hangar. «Ora necessiteranno settimane, se non mesi, per mettere un poco di ordine. Mancano i radar, le luci sulla pista sono rotte», dice Farid, un anziano funzionario. Uno dei problemi più gravi è che tanti tra i tecnici, ingegneri ed esperti sono partiti col ponte aereo della coalizione. Manca la manodopera specializzata. Solo un piccolo numero tra i vecchi poliziotti è tornato nelle garitte. Tuttavia, i talebani annunciano che già nelle prossime ore dovrebbero ripartire i voli locali. Il che significa far decollare gli apparecchi di Ariana e Cam-Air, le uniche due compagnie nazionali rimaste. Molti dei loro aerei sono stati fatti evacuare all’estero, per lo più a Mashad, in Iran. Il regime però non si tira indietro: il primo volo era previsto per oggi alle 14, da Kabul a Mazar-i Sharif. Una prova di forza dei talebani che si sono avvalsi anche di aiuti da fuori: i radar vengono direttamente dai qatarini. Ma ieri notte sembrava destinato ad essere cancellato a causa della rottura dei nastri bagagli. Ancora più complessa è la questione dei voli commerciali internazionali. Sempre il Qatar due giorni fa ha mandato via aerea un folto team di tecnici incaricati proprio di monitorare lo scalo e fare uno studio di fattibilità. Anche la Turchia si dice pronta a collaborare. «Stiamo lavorando per riaprire l’aeroporto il prima possibile. Stiamo cercando l’assistenza tecnica turca. Speriamo di potervi dare presto buone notizie», ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri di Doha, Mohammed Abdulrahman al-Thani, incontrando l’omologo britannico, Dominic Raab. Le speranze britanniche e di altri partner della coalizione sono di poter far partire i propri cittadini rimasti a terra. Ma dovranno accordarsi con i talebani ormai in controllo dello scalo».
Sempre sul Corriere Marta Serafini racconta di una manifestazione delle donne ad Herat.
«Siamo qui per rivendicare i nostri diritti. E non abbiamo paura». Dopo il primo gruppo a Kabul sceso in piazza già il 15 di agosto, una cinquantina di donne ha manifestato ieri a Herat. Armate di cartelli, velate, alcune con il burqa, ma con indosso anche indumenti colorati, hanno chiamato a raccolta tutto il loro coraggio e si sono date appuntamento nel centro della città. «È nostro diritto avere un’istruzione, un lavoro e sicurezza», hanno cantato all’unisono. «Non abbiamo paura, siamo unite». Intorno a loro, i talebani e una folla di uomini. Nessuno, nell’immediato, ha osato intervenire, almeno da quanto si evince dalle immagini dell’agenzia locale Yaka Sada. «Siamo qui per rivendicare i nostri diritti», ha spiegato Fareshta Taheri all ‘Afp. Proprio a Herat, considerata fin qui una delle città più liberali del Paese insieme a Kabul, nei giorni scorsi alle donne è stato proibito con una fatwa di frequentare le università, divieto poi esteso a tutto il Paese. Ma soprattutto è stato impedito loro di andare a lavorare, con l’eccezione di alcune professioni, come personale sanitario e scolastico. «Siamo anche pronte a indossare il burqa se ce lo dicono, ma vogliamo che le donne possano andare a scuola e lavorare senza essere derise o prese di mira», spiega Fareshta Taheri, artista e fotografa. Per ora la maggior parte delle donne sono chiuse in casa, nella paura e nell’incertezza. Durante il primo regime talebano, alla stragrande maggioranza delle donne e delle ragazze è stato negato l’accesso all’istruzione e al lavoro. Il burqa era obbligatorio per le strade e le donne non potevano muoversi senza un accompagnatore, di solito un parente maschio, il «guardiano». Dopo la riconquista del potere e la presa di Kabul il 15 agosto, i talebani hanno più volte assicurato di voler istituire un governo «inclusivo». Ma fin qui le promesse non sono assolutamente state rispettate, con la differenza che, rispetto al 2001, in molte famiglie ora lo stipendio delle donne è diventato fondamentale per arrivare alla fine del mese. «Guardiamo i telegiornali, non vediamo donne negli incontri organizzati dai talebani», sottolinea Mariam Ebram, una delle manifestanti. «Vogliamo che i talebani si consultino con noi». Per l’ex ministra Nehan Nargis, rifugiata in Norvegia, l’Afghanistan del 2021 non ha nulla a che vedere il Paese del 2001, quando i talebani lasciarono il potere, cacciati dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. «Le persone sono molto più consapevoli, hanno aspirazioni e aspettative diverse», ha spiegato alla Bbc sottolineando l’importanza dei social network, uno «strumento molto potente» per la mobilitazione. Intanto a Herat, le manifestanti promettono: «Continueremo le nostre manifestazioni. Siamo partite da Herat ma arriveremo presto in altre province».











