No dell’Occidente al piano di pace cinese accettato da Mosca. Metterebbe Pechino in una situazione favorevole. Si prepara la battaglia di primavera. Meloni delusa dalla Ue. Acqua, Italia colabrodo
L’Occidente non è pronto per la pace. I presidenti di Russia e Cina l’hanno messa giù così. Ma non è che, al di là della propaganda di Vladimir Putin e di Xi Jinping, si possa dire il contrario. Il disprezzo e l’insofferenza per i “piani di pace” spira da Washington come un vento sulle nostre opinioni pubbliche europee. Oggi anche i giornali italiani si entusiasmano per le bombe all’uranio impoverito, promesse dai soliti inglesi agli ucraini, e che sollevano “l’ira di Mosca”. Come se fossero l’ultimo tassello per distruggere l’odiato nemico. Qualsiasi cessate-il-fuoco è presentato come una resa senza condizioni allo Zar. Ci sono due considerazioni di Gustavo Zagrebelsky in un’intervista al Fatto di oggi che vanno accostate alla cronaca di queste ore. La prima è una citazione di Karl Kraus: “Quando suonano le trombe dei generali, arrivano le trombette dei commentatori che si mettono al seguito”. La seconda è un commento al mandato di cattura della Corte dell’Aja: “Quando si usano le armi lo strumento per farle tacere è il negoziato”.
Nella cruda analisi geopolitica, ha però ragione Lucio Caracciolo, direttore di Limes, quando nota stamane sulla Stampa che La Cina è in realtà un “mediatore di parte”, con ambizioni di predominio sul globo post americano. E che per gli Usa “la guerra deve finire declassando la Cina, più ancora che la Russia. O non deve finire”. Ecco perché la mediazione cinese non sembra avere grandi prospettive: tutela ingombrante per l’alleato russo, ipoteca preoccupante per il competitore americano. Realisticamente è difficile immaginare uno spazio per il cessate-il-fuoco in questa fase. Ammesso che avverrà come per la Corea del 1953, che sarà cioè congelata la situazione territoriale quando cesseranno le armi, sia la Russia che l’Ucraina sperano ancora nell’offensiva di primavera, per strappare altri chilometri quadrati al nemico. Oggi a Kiev ci sono 9 gradi e a Mosca 5. La guerra sul terreno sta per ripartire.
Giorgia Meloni ieri ha affrontato il dibattito in vista del vertice europeo di domani e dopodomani. Ha incassato forti critiche del senatore leghista Massimiliano Romeo, che sono piaciute ai 5 Stelle. Mentre gli Stati maggiori della nostra Difesa chiedono almeno altri 30 miliardi di spese militari in più. Quanto ai migranti, il rischio è che la Ue non accetti neanche la discussione chiesta dall’Italia. Mentre Frontex, in un’audizione ufficiale, torna ad incolpare Roma sul naufragio di Cutro. Papa Francesco continua ad insistere sul “diritto dei migranti a restare” nei propri Paesi, offrendo ancora al governo italiano un’importante sponda di riflessione sull’aiutarli a casa loro.
Domani è la Giornata mondiale dell’acqua e il nostro governo è alla vigilia di decisioni d’emergenza sulla siccità. L’Istat ha pubblicato, nell’occasione, una statistica preoccupante: il 40% delle nostre risorse idriche vanno sprecate. E comunque gli italiani sono fra i più grandi consumatori mondiali di acqua.
Bella intervista della femminista storica Francesca Izzo, fondatrice del movimento “Se non ora quando”, ad Avvenire, nella quale spiega che non usare il termine “utero in affitto” è un’ipocrisia. Per il già citato Zagrebelsky la pratica in questione è da condannare. Dice: “Non ci deve essere nessun corrispettivo economico, perché altrimenti si finisce per commercializzare il corpo della donna”. Già Karl Marx, a metà dell’Ottocento, criticava la riduzione degli esseri umani a merce. L’attuale segretaria del Pd Elly Schlein è forse contraria al Manifesto del 1848? Almeno dovrebbe dirlo chiaramente.











