Il risultato elettorale amministrativo non ha provocato fibrillazioni solo nel rapporto fra Lega e Governo ma anche forti tensioni nel Movimento 5 Stelle. Monica Guerzoni per il Corriere racconta il malessere dei grillini.
«Più i ballottaggi si avvicinano, più il malessere dei parlamentari del M5S cresce e il bersaglio è Giuseppe Conte. «La situazione sta sfuggendo di mano, finiremo per annegare con tutti i vestiti» geme un deputato, che ha appena finito di compulsare con alcuni colleghi l’analisi dei flussi elettorali. Il foglio che passa di mano in mano parla chiaro, il torrente di voti in uscita dal M5S è andato verso l’astensione e verso il Pd. E i Cinquestelle non vogliono morire democratici, né tantomeno ulivisti. Nelle chat, dove corre il terrore di «essere fagocitati» dal Nazareno, rimbalza la foto che immortala Di Maio e Fico con De Luca, il quale ieri si è divertito a sfottere gli alleati: «Lunedì sera a Napoli avevamo più dirigenti dei 5 Stelle che voti dei 5 stelle». Il dito nella piaga, aperta dalla sberla elettorale e resa ancora più dolorosa dall’altolà di Carlo Calenda, che (come Renzi) non vuole ritrovarsi in coalizione con il M5S: «Con i grillini mai». Ecco allora che Conte, a Tagadà su La7, accarezza gli eletti: «Non ce lo vedo il M5S a fare un ramo dell’Ulivo… Noi la transizione ecologica l’abbiamo nel Dna e siamo un albero che dà ossigeno per nostro conto». In realtà il M5S è andato meglio dove era in tandem con il Pd, quindi l’invito di Conte a non «riproporre vecchie formule» non basterà a spegnere quel «dialogo costante» aperto con Enrico Letta. Il segretario del Pd tira dritto, per lui il traguardo è una coalizione «modello Siena» che allarghi il centrosinistra a M5S, Italia Viva, Azione, Verdi, Socialisti e via includendo. Ma Sergio Battelli, tra i primi a lanciare l’allarme «piazze piene urne vuote», non intende entrare in un fronte progressista «come ruota di scorta» e sono in tanti a pensarla come lui. Conte lo ha capito e prende distanza dai potenziali alleati: «L’affidabilità di Renzi è un problema, anche per il Pd». Al momento però chi ha i problemi più grandi è proprio Conte, al quale i parlamentari, frustrati, delusi e angosciati dall’inevitabile ghigliottina dei seggi al prossimo giro, rimproverano di non incontrare i gruppi, di non aver fatto una vera analisi del voto, di non parlare abbastanza di contenuti, di avere la «presunzione» di decidere da solo… E c’è persino chi rimpiange l’alleanza con Salvini, perché ai tempi del primo governo Conte i consensi erano ben diversi. L’ex ministro Vincenzo Spadafora vede all’orizzonte altre, dolorose scissioni e sul Mattino sprona Conte a «uscire da ogni ambiguità e operare una scelta di campo chiara e riconoscibile». In fretta, perché il leader non ha ancora scelto i membri della segreteria e «il tempo delle incertezze non può essere infinito». La sconfitta di Roma brucia ed è proprio all’ombra del Cupolone che può nascere la rivolta contro il nuovo leader. La vicepresidente del Copasir Federica Dieni loda la sindaca uscente per non essersi sottratta alla sfida e, intervistata da Huffpost , picchia su Conte: «Bisogna mettere la faccia dove si perde». E bisogna, altro tema molto sentito, dire con chiarezza se il Movimento voterà per Gualtieri, oppure no: Conte per adesso si è limitato a giudizi lusinghieri. Virginia Raggi, furiosa per essere stata lasciata sola, è dipinta da molti come una specie di eroina, che ha avuto il coraggio di tentare il bis ed è rimasta in battaglia per condizionare il ballottaggio. A lei guardano tanti eletti della prima ora, sognando che trovi la forza di tentare la scalata alla leadership. Il caffé di Raggi con Enrico Michetti ha per Conte il sapore amaro della sfida: «Non scherziamo, un caffé non vuol dire che nasce un’alleanza col centrodestra».











