Ne accennava già Polito, ieri Giorgia Meloni ha diffuso un messaggio video, ancora per difendersi dalle accuse del video di fanpage. Ne scrive Alessandro Giuli su Libero.
«Giorgia Meloni rompe il silenzio e lo fa con un durissimo video nel quale passa al contrattacco sull’inchiesta del tandem Fanpage/Piazza Pulita intorno alle presunte inclinazioni nazistoidi e delinquenziali della sua classe dirigente milanese. Negli occhi il baluginio di un orgoglio mescolato alla rabbia trattenuta, la leader dei Fratelli d’Italia ruggisce contro il “linciaggio in contumacia” che alla vigilia del voto amministrativo (“quando loro possono parlare dite, ma tu non puoi difenderti”) si sta consumando nei confronti di “un intero partito sulla base di una ricostruzione di parte”. Io non ho nulla di cui vergognarmi, dice Giorgia, perché “quanto accaduto è stato studiato a tavolino da un intero circo”; una “trappola contro di noi perché non siamo ricattabili, e questo in Italia fa paura”. Fa paura, sostiene lei, che qualcuno si sia infiltrato per tre anni nel demi-monde di destra ricavandone cento ore di riprese montate ad arte per mostrificare in pochi minuti il primo partito italiano. Un ordigno giornalistico a orologeria che ha travolto l’eurodeputato Carlo Fidanza, sul quale la procura di Milano ha aperto una doppia inchiesta per riciclaggio e finanziamento illecito e apologia del fascismo. Materiale che il direttore di Fanpage si rifiuta di mostrare ai diretti mostrificati e che sono destinate a finire al vaglio dei magistrati. Giovedì prossimo, intanto, Corrado Formigli allestirà un nuovo processo nella sua Piazza Pulita e ha richiesto la presenza della Meloni ricevendone una risposta scontata: «Verrò quando Fanpage mi avrà mostrato l’intero girato… confido che Formigli, dall’alto della sua onestà intellettuale, manderà in onda integralmente anche questo mio video che dura decisamente meno di quelli di Fanpage». Nella sua requisitoria, Giorgia non sottolinea soltanto il tempismo dell’attacco mediatico, si spinge a controprocessare i «poteri forti» che FdI non annovera frai propri amici e che non hanno mostrato altrettanto zelo per «i 24mila euro trovati nella cuccia del cane di una senatrice del Pd… lo schifo che si sta consumando attorno al Monte dei Paschi di Siena… i 100 milioni di mascherine farlocche e strapagate con i soldi degli italiani da Domenico Arcuri attraverso una società di intermediazione che aveva un unico dipendente, mentre la gente moriva». Per non dire della vicenda di Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace condannato in primo grado a 13 anni di carcere per associazione a delinquere, peculato, truffa aggravata e altri reati, ma che “per la sinistra non solo è innocente, è un eroe… perché è uno di loro… mentre Fidanza viene condannato a morte senza nemmeno un’indagine… perché è uno di noi. E con lui veniamo condannati tutti». E ancora: «Se noi fossimo le ridicole macchiette neonaziste, i ladri incalliti e i pericolosi sovversivi incapaci di produrre qualsiasi classe dirigente, allora non ci sarebbe bisogno di trappole, di taglia e cuci e di processi sommari contro di noi». Conclusione: «Forse il tema non è che non siamo presentabili, ma che non siamo ricattabili e non abbiamo protettori… Voi la morale non potete farla a nessuno: io non sarò mai come voi». Chi conosca la Meloni sa quanto possa esserle costata la scelta di realizzare questo video in cui si scorge un tratto di sofferenza interiore oltreché il dovere di proteggere se stessa e la propria gente da accuse così gravi. L’insistenza con cui rivendica di non essere indulgente con «chi fra i nostri dovesse sbagliare», l’ammissione del proprio stupore – «le immagini hanno ovviamente colpito anche me» – e la volontà di «andare al fondo di questa vicenda», perché «siamo parecchio rigidi sulle regole di comportamento dei nostri dirigenti», rivelano l’impossibilità di circoscrivere l’intero caso a un regolamento di conti o a uno sfizio dell’antifascismo immaginario che arriva a «istigare comportamenti illeciti nell’attesa famelica di un passo falso». No, il timore di Giorgia è che ci sia qualcosa di più: un pezzo di establishment compiaciuto nel vedere l’unico partito di opposizione bastonato e imbavagliato nel corso di uno stato d’emergenza nazionale che ha resuscitato pulsioni viscerali e procedure monocratiche inedite dal Dopoguerra a oggi. Fermo restando il cordiale rapporto personale con il premier Mario Draghi, la leader di una “minoranza maggioritaria” si ritrova in solitudine ad affrontare una spettacolare reductio ad hitlerum che ricorda gli anni più bui dell’arco costituzionale e della strategia degli opposti estremismi (lo ha fatto notare perfino Marco Travaglio sul Fatto), una lettura della realtà artefatta che scavalca con disinvoltura la svolta costituzionale di Fiuggi operata da Alleanza nazionale nel 1995, una livellante caccia alle streghe nere che va oltre la legittima richiesta di vigilare sulle zone grigie nelle quali il nostalgismo più fetido e alcune inaccettabili goliardate rischiano di mettere radici infestanti. (…) Alla severità che ci si attende da Giorgia nel prosciugare le pozzanghere novecentesche in cui sguazzano taluni simpatizzanti di FdI – su Fidanza, come per Lucano, qui ancora preferiamo coltivare la presunzione d’innocenza giudiziaria; ferme restando le mani nei capelli per lo sconcerto – dovrebbe far riscontro una domanda collettiva: a chi giova scaraventare nel discorso pubblico, attraverso il ventilatore dell’informazione, una tale quantità di fango indifferenziato?».
Su Il Fatto Luca De Carolis stigmatizza invece gli attacchi alla sindaca uscente di Roma Virginia Raggi:
«Sulla sindaca in giornata sono piovute le bordate del centrodestra per l’incendio del ponte, con Giorgia Meloni prima cannoniera, anche contro la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese: “Nella nazione regna l’illegalità grazie a Lamorgese, Roma è una città nel pieno degrado grazie alla giunta Raggi. Il risultato è la Capitale che crolla, in tutti i sensi”. Ma per l’occasione si è fatto risentire anche il fu sottosegretario leghista Claudio Durigon, il maggiorente salviniano del Carroccio a Roma: “Nella Capitale mancano manutenzione e controlli”. Però di incendi non si parla solo in riva al Tevere. “Nella notte è stata incendiata l’auto di Giovanni Orlando, candidato M5S a Monteparano (Taranto)” ha fatto sapere Luigi Di Maio, ricordando “le altre gravissime aggressioni a esponenti del Movimento (a Nardò , sempre in Puglia, e ad Afragola in Campania, ndr), una situazione agghiacciante”. Poi, certo, ci sono i leader alle urne: dal segretario dem Enrico Letta che si limita a un tweet con dita incrociate e un’assicurazione: “Votato, con un pochino di emozione”. Al presidente del M5S Giuseppe Conte che correda la sua foto al seggio con la celebrazione del voto, “il gesto più elementare e allo stesso tempo più decisivo di esercizio dei diritti democratici, da compiere con gioia”. Gioioso no ma almeno allegrotto è parso Berlusconi, che dopo mesi di assenza dalla scena pubblica è riapparso a un seggio di Milano accompagnato dalle fide deputate Cristina Rossello e Licia Ronzulli, per poi concedersi volentieri ai cronisti. Tiziana Siciliano, la pm di quel processo Ruby Ter dove il capo di Forza Italia manca da mesi lamentando problemi di salute, ha commentato citando l’Eneide: “Tu mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore”. Ma il dolore della magistrata non deve essere una grande preoccupazione per Berlusconi, che ha risposto così a chi gli chiedeva se Bernardo sia un nome giusto per Milano: “I candidati sono scelti dai leader di partito invece che da scelte democratiche, forse la prossima volta per quanto riguarda i candidati dovremo cambiare sistema”. Sembrerebbe un’evocazione delle primarie, di sicuro è una bocciatura di Bernardo e a naso degli altri candidati nelle grandi città, quindi delle scelte di Meloni e Salvini. D’altronde questa campagna elettorale Berlusconi l’ha disertata, proprio come le udienze in tribunale. “Ho lavorato da casa” prova a sostenere. Soprattutto, evoca di nuovo la federazione del centrodestra: “Tutte queste illazioni di certa parte della stampa su divisioni interne nel centrodestra non sono fondate, dobbiamo superare questa federazione per farne una più grande con dentro Fdi”. Magari un nuovo Pdl? “Sì, perché no?” risponde».











